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Puglia, mismatch digitale: i laureati emigrano, le multinazionali fanno da sé

Puglia, mismatch digitale: i laureati emigrano, le multinazionali fanno da sé

La Puglia del digitale cresce con gli investimenti di aziende internazionali, ma la differenza tra domanda e offerta di lavoro è ancora al 30%: non rallenta l'espatrio dei neolaureati. La soluzione è nelle academy private? L'abbiamo chiesto all'assessore regionale allo Sviluppo economico Alessandro Delli Noci e alla multinazionale Atos.

Bari e la Puglia sembrano diventati l’Eldorado per i player mondiali del digitale e la terra promessa per centinaia di ingegneri, fisici, matematici, informatici e filosofi, sociologi, psicologi. In poco meno di due mesi, sono stati annunciati e messi a terra investimenti per sedi, hub, reti che connettono il capoluogo pugliese a decine di altre città sparse in tutto il globo, ed è partita la ricerca e la selezione di centinaia di laureati e professionisti da applicare a cyber sicurezza, software avanzati, intelligenza artificiale, big data, analisti e progettisti del web.

Una “caccia all’uomo” che promette di modificare in modo sostanziale questo segmento del mercato del lavoro, riducendo – si spera – la quota di emigrazione e innescando processi concorrenziali, se non di vera e propria cannibalizzazione, per ingaggiare le professionalità più qualificate già impiegate in aziende del territorio.

Quali sono le multinazionali del digitale che hanno investito in Puglia

Che cosa sta accadendo?

La pandemia ha fatto esplodere la domanda di servizi digitali”, sintetizza l’assessore regionale allo Sviluppo economico Alessandro Delli Noci; in Puglia c’è “un contesto locale dinamico e in costante crescita”, aggiungono dal quartier generale della divisione italiana di Atos; la Giunta comunale di Bari è guidata dal presidente di ANCI nazionale Antonio Decaro e il suo vice è l’ex rettore del Politecnico barese Eugenio Di Sciascio, delegato all’Innovazione tecnologica e ambasciatore della città negli ambienti della digital economy.

Sommando questi fattori ecosistemici alle analisi aziendali si comprende la condivisione della strategia di sviluppo verso sud est da parte di multinazionali del digitale e della ricerca tecnologica, in un’area del Paese che già conta sulla presenza di imprese della new economy accreditate e con sedi all’estero.

A fare da apripista è stata la divisione italiana di Atos, tra i leader globali del settore digitale con oltre 100.000 dipendenti in 71 Paesi e un fatturato che supera i dieci miliardi di euro. A Bari, nel quartiere di Poggiofranco, ha rilevato la sede del gruppo Fincons per realizzarvi un centro di eccellenza orientato alla fornitura di servizi alle amministrazioni pubbliche nel campo della cyber sicurezza e del cloud, come nei processi di decarbonizzazione e di transizione digitale. Atos arriva in Puglia dopo aver messo radici a Bologna, Milano, Napoli e Roma, annunciando di voler arrivare a quattrocento dipendenti entro la fine del 2024.

Scommette su Bari anche NTT Data, multinazionale giapponese della information technology, sesto fornitore di servizi digitali al mondo che conta 139.000 tra dipendenti e consulenti, sedi in oltre cinquanta Paesi e un piano investimenti per l’Italia di duecento milioni e cinquemila assunzioni entro il 2025. In Puglia saranno 150 i tecnici ingaggiati entro la fine del 2022 per sviluppare tecnologie utili alla transizione digitale delle grandi aziende.

Ammonta a 14 milioni di euro l’investimento annunciato dalla ICT company Lutech, 470 milioni di fatturato nel 2021 e tremila dipendenti, che vuole ampliare e implementare il già esistente polo tecnologico all’interno del Parco scientifico universitario Tecnopolis a Valenzano, una manciata di chilometri da Bari. L’obiettivo operativo è sviluppare architetture informatiche avanzate, algoritmi di intelligenza artificiale e realtà aumentata da applicare nei settori della salute, dell’energia e della manifattura. Si parte dall’assunzione di sessanta neolaureati e tecnici esperti per arrivare a cinquecento nuovi ingressi nel prossimo quinquennio.

Il gruppo Fincons (sedi in Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia) ha fatto spazio ad Atos non per abbandonare Bari, quanto piuttosto per implementare più agevolmente attività – software e servizi per la transizione tecnologica e digitale – e organico, rispetto ai settecento attualmente impiegati, nella nuova sede aperta nei pressi dell’aeroporto di Bari Palese.

Nello stesso immobile liberato dalla Fincons a Poggiofranco aprirà la sede pugliese del centro di ricerca Pirelli, tra i leader mondiali della produzione di pneumatici. In questo caso l’impatto occupazionale sarà relativamente più ridotto: trenta unità di alto profilo, principalmente ingegneri.

Non si ferma l’emigrazione degli specialisti pugliesi

“Crediamo che la crescita complessiva dell’ecosistema barese consentirà di trattenere i molti talenti che si formano nelle università locali (Politecnico di Bari e Unisalento di Lecce, N.d.R.) – ci dicono da Atos – e ci auguriamo che questo territorio possa essere sempre più attrattivo anche per professionisti provenienti dal resto d’Italia.”

Eppure, fatti due conti, solo le aziende citate mirano ad assumere a breve-medio termine oltre mille laureati e tecnici, specializzati e iper specializzati, in settori del mercato del lavoro che non sembrano dimensionati in modo adeguato.

Il Politecnico di Bari, cioè il polo di alta formazione di maggior richiamo e uno degli asset strategici territoriali, nel 2020 ha laureato 1.861 studenti (1.047 quelli che hanno chiuso il ciclo di studi quinquennale) iscritti ai cinque dipartimenti, che comprendono anche le diverse specializzazioni di ingegneria civile e architettura. Inoltre, stando all’indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, il 41% degli studenti dello stesso Politecnico che trova lavoro nei tre anni successivi al conseguimento del titolo (87,8% dei laureati) emigra verso altre Regioni italiane o altre nazioni.

Un gradino formativo più in basso c’è la rete degli Istituti Tecnici Superiori, che “possono attivare anche corsi on demand sulla base di richieste specifiche delle aziende – ci rispondono dall’assessorato regionale alla Formazione – e hanno consolidato i risultati di occupazione dei diplomati fissandolo, in media, all’80%”. In particolare c’è l’Apulia Digital Maker, orientato a fornire l’acquisizione di competenze tecnologiche e digitali che, al momento, non appaiono allineate alle richieste avanzate da soggetti come Atos, NTT o Lutech.

30% di differenza tra domanda e offerta di lavoro. E le aziende la risolvono con le academy

Gli esperti del settore calcolano una differenza di almeno il 30% tra la domanda e l’offerta di lavoro nella filiera dell’information technology. Gap che in Regione Puglia puntano a ridurre facendo leva sugli accordi per il sostegno finanziario a nuovi investimenti: “È prevista esplicitamente la possibilità di attivare academy interne alle aziende, a maggior ragione per quelle che hanno bisogno più di sviluppatori che di ingegneri”, afferma l’assessore Delli Noci.

È un percorso possibile per Atos, che questo modello lo ha “già sperimentato con successo” a Milano. La motivazione è “conciliare le esigenze delle aziende – come spiegano a SenzaFiltro dalla stessa Atos – con le effettive competenze dei giovani professionisti” per ottenere “un efficace inserimento professionale entro una realtà globale e articolata come la nostra”. Partner di queste attività sono “le università dei territori in cui operiamo e ci auguriamo di poter portare anche a Bari questo modello”.

Si prospetta, dunque, un’evoluzione anche del sistema formativo territoriale che, per avere l’efficacia necessaria alle richieste del mercato, dovrà essere a guida privata, perché “gli enti di formazione tradizionali non hanno corsi allineati a queste esigenze e non possono certificare le competenze richieste”, riprende l’assessore regionale allo Sviluppo economico.

Fintanto che università, Istituti Tecnici Superiori e academy si attiveranno e formeranno competenze, le soluzioni immediate alla domanda di professionalità sono fondamentalmente due: offrire a chi è già ingaggiato piani di crescita professionale più remunerativi e interessanti, anche sotto il profilo della formazione, oppure attirare una parte delle centinaia di neolaureati e tecnici specializzati vocati all’emigrazione con opportunità d’ingresso adeguate alle competenze guadagnate e ai progetti di vita elaborati.

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Leggi il mensile 111, “Non chiamateli borghi“, e il reportage “Aziende sull’orlo di una crisi di nervi“.


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