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SANAC sedotta e abbandonata. Ancora in bilico la sorella minore dell’ILVA

SANAC sedotta e abbandonata. Ancora in bilico la sorella minore dell’ILVA

Acciaierie d’Italia, composta da Invitalia e da AmInvest Co., società partecipata da ArcelorMittal e dal gruppo Marcegaglia, è una delle dieci aziende che si sono presentate al bando per l’acquisizione di SANAC, la ditta che si occupa di produrre refrattari e che si trova in amministrazione straordinaria e in cassa integrazione.

Se Acciaierie d’Italia, che dal 2023 diventerà per il 60% statale, dovesse vincere il bando indetto dai commissari nominati dal Governo, sarebbe un ritorno a casa per SANAC, perché un tempo era parte del grande gruppo statale ILVA. L’importante oggi è salvare un asset fondamentale per l’acciaio italiano, assieme a 346 posti di lavoro, anche se c’è chi storce un po’ il naso di fronte a una società a partecipazione statale che partecipa a un bando statale, in concorrenza con i privati. Anche perché la stessa Acciaierie d’Italia è il principale cliente di SANAC (70% di produzione) e negli ultimi mesi ha praticamente azzerato le richieste. Ma negli anni i lavoratori della SANAC di incongruenze ne hanno viste in abbondanza, non ultimo il fatto che ArcelorMittal, quando era proprietaria dell’ILVA, ha già partecipato a un bando per rilevare SANAC, l’ha vinto e poi si è ritirata.

ILVA e SANAC: stessa crisi, soluzioni diverse

Il 15 aprile 2021 Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti, entra nel capitale dell’ex ILVA aprendo una nuova stagione. Lo stesso non avviene per SANAC, la sorella minore, che assieme a ILVA è andata in amministrazione straordinaria il 17 febbraio.

La grande fabbrica dell’acciaio e la piccola società che costruisce refrattari, uno strumento fondamentale per la produzione di acciaio, erano parte dello stesso gruppo. Una però al momento è salva e probabilmente diventerà pubblica; l’altra, dove lavorano 346 operai divisi tra quattro stabilimenti, sta ancora aspettando di conoscere il proprio futuro.

Intanto sono arrivate la cassa integrazione e due aste pubbliche, di cui una andata praticamente deserta, mentre l’azienda continua a lavorare e produrre anche con buoni introiti, pur non sapendo chi saranno i prossimi acquirenti e se verranno conservati tutti i posti di lavoro. La decisione di scorporarle potrebbe dipendere dal fatto che si pensava che, viste le dimensioni, l’azienda di refrattari poteva essere ricollocata in modo migliore.

SANAC, un’altra “vittima” di ArcelorMittal?

Il 17 febbraio del 2015 i commissari straordinari dell’ILVA presentano al ministro per lo Sviluppo economico le istanze per l’ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza. Le società in questione sono cinque e fanno tutte parte del gruppo ILVA. Tra queste c’è anche SANAC, legata al grande polo dell’acciaio fin da quando si chiamava Italsider ed era una società a partecipazione statale.

Le strade della casa madre e delle quattro sedi della SANAC (Gattinara in Piemonte, Massa Carrara in Toscana, Grogastu in Sardegna e Vado Ligure in Liguria) però si separano. SANAC sarà oggetto di una diversa procedura di trasferimento. La preoccupazione dei lavoratori diventa quindi quella di non essere salvati, cosa che non è ancora avvenuta. Anche se nel 2018, dopo che il controllo della società è passato a un commissario straordinario, l’azienda viene messa all’asta. Intanto ILVA è passata ad ArcelorMittal, che è l’unica a presentare un’offerta in sede d’asta.

A questo punto iniziano i problemi. ArcelorMittal chiede una proroga dei termini di presentazione dell’offerta e si arriva a settembre del 2019. Sul tavolo c’è la garanzia del riassorbimento di tutti i 346 addetti. Gli unici a rischio sarebbero i 34 contratti a tempo determinato. Intanto si invitano i dipendenti a smaltire le ferie pregresse. Insomma, si cerca di facilitare in ogni modo l’ingresso dei nuovi proprietari.

«L’azienda – scrive un verbale di un tavolo del Mise del giugno 2019 – sta valutando come affrontare il calo delle commesse, augurandosi che sia dovuto a fattori contingenti. I commissari hanno segnalato il possibile ricorso agli ammortizzatori sociali. I commissari straordinari hanno sottolineato che l’offerta Mittal è soddisfacente, specificando che è obiettivo della gestione commissariale garantire la continuità aziendale e la salvaguardia occupazionale».

Gli unici a nutrire dubbi sono i sindacati, che sono perplessi anche sull’idea di staccare SANAC dall’ILVA. I dubbi sono leciti, ArcelorMittal temporeggia e a febbraio 2020 chiede ancora una proroga di 30 giorni, confermando il proprio impegno di acquisto, rinnovando le garanzie e dichiarando la volontà di gestire eventuali ulteriori proroghe qualora fosse necessario. Intanto al ministero si mette nero su bianco che la proposta di acquisto potrebbe non concretizzarsi e si valuta una nuova asta. Gli ordinativi intanto ci sono e l’azienda conferma l’impiego di tutti i dipendenti, anche se qualche stabilimento è ancora in sofferenza.

Acciaierie d’Italia, la compratrice è anche la principale cliente: se compra toglie il 70% del fatturato

Pochi giorni dopo la richiesta di proroga arriva il primo caso di Coronavirus in Italia, e a marzo si è già in piena pandemia. Mantenere stabili i fatturati in una situazione simile diventa difficile e i commissari chiedono la cassa integrazione, anche perché, scrivono nero su bianco, ArcelorMittal sta facendo venire meno gli ordinativi e paga solo in seguito a decreti ingiuntivi. Il debito della multinazionale lussemburghese è di 9 milioni di euro e il 30 novembre scade la fidejussione di ArcelorMittal per l’offerta di acquisto dell’intero perimetro.

Si arriva così al 2021 con l’indizione di un nuovo bando. ArcelorMittal esce di scena e Acciaierie d’Italia passa di mano, diventando una società partecipata da Invitalia e da un gruppo riconducibile all’ex Marcegaglia e agli stessi indiani di ArcelorMittal, che già una volta hanno fatto saltare l’offerta. Il nuovo gruppo però decide di partecipare al nuovo bando assieme ad altre società, alcune delle quali con sede all’estero. Il fermo degli ordini di Acciaierie d’Italia a fine novembre non è ancora stato sbloccato, e non è un buon segnale, visto che è il principale cliente. Peraltro sono già stati notificati dei decreti ingiuntivi ad Acciaierie d’Italia per il recupero dei crediti non ancora corrisposti. L’incasso di tali crediti permetterà a SANAC di ottenere la necessaria liquidità, nelle more dell’espletamento della gara.

Sempre nell’incontro di novembre al Mise il commissario straordinario Pietro Gnudi ha fatto presente come «il fermo degli ordinativi determinerà lo spegnimento di alcuni impianti, con il conseguente rischio di determinare il deprezzamento del valore della società». Che potrebbe finire nelle mani della stessa Acciaierie d’Italia.

«L’azienda sarebbe anche virtuosa – dice Giordano Fumarola della FIOM – ma se le si toglie il 70% del fatturato bisogna ricorrere alla cassa integrazione, anche se si registra una crescita di un terzo degli ordinativi verso aziende che non siano Acciaierie d’Italia nel 2021. Oggi siamo obbligati a chiedere la cassa integrazione.»

A fine novembre si sperava di risolvere il problema entro quattro mesi. I nomi degli altri partecipanti al bando al momento sono secretati. Una volta aperte le buste per legge il vincitore avrà 45 giorni di tempo per valutare la società; dopo di che si conoscerà il reale futuro di un’azienda e dei lavoratori, ai quali dal 2023 non potrà essere rinnovata la cassa integrazione.

Leggi gli altri articoli del reportage 109, “Aziende sull’orlo di una crisi di nervi“.


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