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Carcere: la scuola serve più dell’ora d’aria

Carcere: la scuola serve più dell’ora d’aria

Le attività scolastiche trovano un ambiente molto fertile nelle carceri: lì la questione non è la sicurezza, ma la burocrazia. Il parere del garante dei detenuti dell'Emilia-Romagna Roberto Cavalieri e dell'insegnante Michele Carra.

Lara Mariani

16 Dicembre 2022

La scuola in carcere è strana: il carcere è l’unico luogo dove gli studenti protestano quando ci sono le vacanze, e alcuni detenuti chiedono di essere bocciati per non concludere il percorso di studi e poter continuare le lezioni.

A pensarci bene però non è tanto strano, perché la scuola in questi luoghi è quasi più importante dell’ora d’aria. Permette di impiegare il tempo in maniera costruttiva, di crescere e di avere un titolo spendibile una volta scontata la pena, anche se gli studenti più attaccati allo studio in realtà sono quelli che ancora non hanno prospettive di uscita.

A spiegarmelo è stato Roberto Cavalieri, garante dei detenuti dell’Emilia-Romagna. Io e Roberto ci siamo incontrati a FierIDA, l’evento organizzato da RI.DA.P. (Rete Italiana Istruzione degli Adulti), e pochi giorni fa mi ha invitato nella casa di reclusione di Castelfranco Emilia offrendomi la possibilità di vedere studenti e insegnanti all’opera. La direttrice del carcere, Maria Martone, ha praticamente organizzato una sorta di open day, proprio come si fa a scuola: una giornata mai organizzata prima in altri istituti penitenziari e dedicata alle associazioni di volontariato per far conoscere tutte le attività dell’istituto.

Roberto Cavalieri, garante dei detenuti dell’Emilia-Romagna. Foto@FrancescaMezzadri

A Castelfranco ho visto aule spaziose, con lavagne elettroniche e disegni vivaci appesi alle pareti. Aule calde e colorate, con una forte identità. Quando sono entrata gli studenti mi hanno accolto con entusiasmo, e soprattutto con la voglia di raccontare quello che stavano studiando. A fare lezione c’era un’insegnante giovanissima, non ancora di ruolo. Devo essere onesta: per prima cosa ho pensato che una giovane donna in un carcere soltanto maschile potesse avere grandi difficoltà. Mi sbagliavo. Lei era molto serena: “Ho pochi studenti, tutti attenti e profondamente coinvolti nelle lezioni. Qui si lavora molto bene”, mi ha detto scavalcando tutti i miei dubbi.

Roberto Cavalieri, garante detenuti dell’Emilia-Romagna: “La scuola in carcere? Una delle migliori esperienze che si possano fare. Il problema è concludere il percorso”

Però Castelfranco Emilia è un modello praticamente unico nel panorama italiano. La realtà è che il resto delle case di reclusione italiane è molto lontano dall’avere anche solo un decimo delle attività che si fanno qui, sia scolastiche che lavorative. Infatti Roberto Cavalieri mi ha raccontato che di norma nelle carceri non ci sono aule, ma spazi dedicati a diverse attività in cui si fa anche lezione.

Alcuni minori a scuola all’interno di un carcere.

“Negli istituti penitenziari gli spazi non sono definiti, diciamo che si connotano in base alla persona che ci trovi dentro. La chiami palestra se dentro c’è l’istruttore di ginnastica, la chiami scuola se dentro c’è l’insegnante. Quelli dedicati alle lezioni, ad esempio, sono spazi che hanno banchi e lavagne, ma che al bisogno possono essere riconvertiti in altro”. Il garante frequenta le carceri da trent’anni; in passato ci ha anche insegnato, e in questa intervista c’è tutta la sua esperienza e lo sguardo di chi vede i detenuti come persone su cui investire, perché l’investimento sull’uomo fa bene a tutta la società.

Roberto, quante persone in media studiano negli istituti penitenziari?

La domanda vera non è quanti studenti fanno la scuola in carcere, ma quanti davvero si qualificano. E soprattutto: chi non si è qualificato perché non è arrivato in fondo? Perché è stato scarcerato, trasferito, perché ha commesso un’infrazione, o perché gli è stato proposto un lavoro negli stessi orari in cui faceva le lezioni scolastiche? Le cause possono essere tante, e anche se nelle carceri c’è la possibilità di studiare non ci sono statistiche vere che ci dicano quante persone concludono davvero il percorso.

I dati non ci sono perché sarebbero sconfortarti?

Diciamo che pubblicarli sarebbe un’ammissione di corresponsabilità. Ad esempio, la giornata operativa in carcere è molto corta, e questo è un problema. Di norma dalle nove del mattino alle tre del pomeriggio si svolge la stragrande maggioranza delle attività, e questo significa che se vai a scuola non puoi lavorare e viceversa, e se vai a lavorare spesso non riesci ad andare all’aria aperta. In sostanza, mancano gli agenti per allungare la giornata scolastica o lavorativa perché negli orari serali c’è pochissimo personale.

E gli insegnanti invece sono in numero sufficiente?

Gli insegnanti ci sono, ma anche loro vivono la frustrazione di un’organizzazione molto complessa. Spesso perdono detenuti perché vengono trasferiti, perché iniziano a lavorare, perché magari qualcuno infrange le regole. Se vieni dall’esterno è abbastanza complicato lavorare, perché vieni a conoscenza dei fatti solo quando il dado è tratto ed è difficile fare programmazione. Qui le possibilità di finire il percorso non sono le stesse che all’esterno, però il detenuto ha un forte senso di attaccamento alla scuola, è un alunno fertile, sempre molto attento, desideroso di conoscere e con una grande voglia di riscatto. Insegnare in carcere è una delle migliori esperienze che si possano fare, e ci sono tutti i livelli di istruzione, dalla scuola di base (CPIA, quindi elementari e medie) alle scuole superiori e professionali.

A FierIDA diceva che ci sono anche esempi straordinari di detenuti che riescono a frequentare l’università.

Al Pratello (il carcere minorile bolognese) ci sono ragazzi che oggi studiano Scienze della formazione e Filosofia. E la scuola dimostra di essere davvero una leva del cambiamento. Certo, non è una leva che può andar bene per tutti; per questo le carceri più intelligenti sono quelle dove si offre un corredo diversificato di opportunità, come succede a Castelfranco Emilia, dove in tanti studiano, ma in tanti lavorano. Qui il lavoro della direttrice Maria Martone, che ha un approccio manageriale, ha fatto davvero la differenza.

Una scuola “strana, ma molto vissuta”: l’esperienza di chi insegna in carcere

Dopo le parole del garante ero curiosa di avere anche una testimonianza di un insegnante, ed è stato lo stesso Roberto a darmi il numero del professor Michele Carra, che da dieci anni insegna italiano ai detenuti delle scuole medie e superiori di Parma, un carcere in regime di media e alta sicurezza.

“Insegno a una classe di dieci persone perché, anche se il carcere di Parma è molto grande (conta circa 700 detenuti), non ci sono vere e proprie aule, ma celle che sono state riconvertite e non permettono una capienza maggiore. In totale gli studenti sono circa cento e si dividono tra elementari, medie e superiori. In particolare, a Parma c’è Ragioneria e l’istituto professionale alberghiero. È una scuola strana, ma molto vissuta soprattutto in alta sicurezza, dove ci sono le pene più dure e più lunghe e dove studiare è un bel modo di impegnare il tempo. Qui ci sono studenti che si lamentano quando ci sono le feste perché vorrebbero andare a scuola”.

Il professore distingue i due ambienti e mi spiega che in alta sicurezza i detenuti sono quasi tutti italiani, mentre in media sicurezza sono quasi tutti stranieri. In particolare, nell’alta sicurezza ci sono italiani che erano analfabeti e che sono stati accompagnati nel percorso dalle elementari alle superiori.

“La scuola – continua il professore – li ha aiutati a crescere, e sono convinto che, se avessero avuto la possibilità di studiare prima, certi reati non li avrebbero commessi. L’ignoranza ha giocato a loro sfavore”.

Invece la media sicurezza ha il problema del turn over: ci sono persone in attesa di giudizio, persone che verranno scarcerate o trasferite.

“Per la scuola media riusciamo a programmare percorsi brevi che permettono di fare tre anni in uno, e abbiamo pensato anche a percorsi brevissimi di appena tre mesi, per avere un attestato di italiano. Ci siamo adattati a una situazione di turn over, ma il problema rimane per la scuola superiore, che prevede un percorso più lungo. Alle superiori, in media sicurezza, c’è ancora molta dispersione”.

Carceri, se la scuola è uno slalom tra limitazioni e burocrazia

Il professore mi spiega che le criticità sono tante, ma mi fa capire che il gioco vale sempre la candela.

“Un insegnante di Italiano deve avere un po’ di fantasia nel dare i temi. Non posso chiedere ai detenuti di scrivere cosa hanno fatto durante le vacanze estive, e non posso richiedere storie troppo personali perché si spalancherebbero abissi incredibili. Non posso neanche assegnare compiti perché, anche se i detenuti avrebbero tutto il tempo del mondo per farli, le celle sono rumorose e spesso vengono disturbati.”

“Le procedure burocratiche poi sono complicate, bisogna sempre chiedere l’autorizzazione per i libri, le fotocopie, e passano anche settimane prima di averla. Abbiamo la lavagna elettronica, ma non possiamo avere internet e non siamo autorizzati a portare chiavette dall’esterno. E poi alle 15 vengono sospese tutte le attività, perché dopo quell’ora ci sono meno agenti in servizio. La realtà è che non avremmo bisogno di agenti, perché non ci sono problemi di disciplina: sono i detenuti stessi a chiedere di andare a scuola, quindi non hanno interesse a generare problemi.”

“Le difficoltà maggiori, a volte, sono nel conciliare le esigenze tra le diverse amministrazioni, quella scolastica e quella penitenziaria. Può succedere, infatti, che attività lavorative o di altre tipologie siano proposte a studenti già iscritti ai corsi scolastici, e ciò spesso comporta l’abbandono della scuola. Il maggior coordinamento tra le varie attività, seppur a volte problematico, è dunque auspicabile.”

“Durante la pandemia ci sono state parecchie rivolte all’interno delle carceri, ma al di là delle notizie che hanno fatto scalpore si è indagato poco sulle motivazioni. Spesso i detenuti si sono ribellati perché durante la pandemia sono state chiuse tutte le attività: scuola, incontri, colloqui. Da noi non c’era neanche la possibilità di fare didattica a distanza, e la loro reazione dimostra che le attività sono fondamentali durante le loro giornate, anche per uscire dal carcere migliori di prima.”

Il carcere non è capitato per caso sulla strada di Michele Carra. Era curioso di entrare in una realtà misteriosa, sconosciuta, che a molti fa paura. Del resto, le notizie che si danno sugli istituti penitenziari sono sempre negative. Del carcere si parla sempre male, i giornalisti fanno la conta dei detenuti per parlare di sovraffollamento, di suicidi e di rivolte. Invece dentro c’è anche un mondo diverso, che forse più persone dovrebbero conoscere come ha fatto lui.

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Leggi il mensile 116, “Cavalli di battaglia“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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