Se fare l’insegnante è un privilegio

Se fare l’insegnante è un privilegio

Docenti, lavoratori privilegiati oppure c'è altro? Una panoramica dei pregiudizi che danneggiano una delle figure più cruciali della società.

Rossana Cavallari

24 Settembre 2020

Il 2020 sarà ricordato come l’anno che ha puntato i riflettori sull’intero sistema scolastico italiano. Della scuola e dei suoi insegnanti hanno parlato e sparlato tutti, tranne gli stessi docenti, che hanno permesso a un sistema intero di non fermarsi. Nessuno li ha interpellati, nessuno li ha interrogati, e come spesso accade nella scuola si sono rimboccati le maniche svolgendo il loro lavoro nel modo migliore possibile in un contesto a cui nessuno era preparato.

Docenti e privilegi: è questa la giusta narrazione?

Docenti e privilegi sono termini spesso usati per raccontare il mondo dell’insegnamento, fatto di alti guadagni dati a dipendenti pubblici che non lavorano abbastanza, non fanno troppa fatica e godono di tre mesi di vacanze estive, alle quali aggiungere le pause definite dai singoli calendari regionali.

Raccontato così il mestiere dell’insegnante sembrerebbe un passatempo. È questa la realtà? In Italia una persona che decide di dedicarsi all’insegnamento sa che investirà molto del suo tempo nello svolgimento di un lavoro a tempo determinato, in cui i primi anni saranno un susseguirsi di supplenze brevi. Accompagnate dall’ansia di ricevere una chiamata dalle segreterie scolastiche nella speranza che, settimana dopo settimana, si arrivi a raggiungere la continuità necessaria ad avere una minima stabilità economica, senza dover aspettare stipendi erogati una volta ogni tanto.

Si resta precari per un tempo che può andare da dieci a quindici anni prima di ottenere un posto di ruolo a tempo indeterminato: ecco spiegato un corpo docente tra i più vecchi in Europa. A nomina ottenuta il compenso medio mensile di inizio carriera, al netto, si aggira tra i 1.200-1.300 euro circa, 1/3 in meno rispetto alla media di altri Paesi europei. Gli incentivi arrivano con gli scatti di anzianità, ma pur sempre dopo anni di lavoro. Nel frattempo si cambia vita più volte, tanto che ogni anno a giugno si mettono in pausa i propri progetti aspettando l’arrivo di un settembre diverso.

In una società che ha fatto della flessibilità e del precariato i suoi cavalli di battaglia, elevandoli a skill imprescindibili, si può dire che il corpo docente ne sia stato l’antesignano. Da non dimenticare i meccanismi di reclutamento farraginosi, i concorsi, i ricorsi e i cambiamenti delle riforme che arrivano puntuali insieme a ogni nuovo governo.

Restano le ferie: in Italia i giorni di scuola sono circa 200, di cui 33 di ferie da utilizzare tra luglio e agosto. In Europa i giorni di lezione sono circa 180, salvo alcune eccezioni al ribasso, e gli scaglionamenti delle sospensioni sono abbastanza in linea con quelli italiani; a fare la differenza è la distribuzione all’interno del calendario, che fa apparire la nostra concentrata chiusura estiva come un tempo parecchio più lungo. Questo non significa che a metà giugno un docente abbia finito di lavorare: anzi, restano tutta una serie di incombenze amministrative legate alla conclusione scolastica che non ammettono deroghe.

“Contro gli insegnanti un discredito continuo che fa danno alla società”

Sono molti gli aspetti di questo lavoro che non si conoscono, e ridurre ogni cosa alle ore frontali di lezione in aula significherebbe considerare solo una parte del tutto. A intervenire in merito ai pregiudizi sugli insegnanti è Roberta Roberti, portavoce de Lascuolasiamonoi Coordinamento Scuole Parma, un movimento di insegnanti, genitori e studenti in difesa della scuola pubblica attivo dal 2000 che ha aderito al movimento nazionale Priorità alla Scuola, che dice: “I mesi trascorsi hanno mostrato una scuola che c’è e che è in grado di fare nonostante i ripetuti attacchi che ci dipingono assenteisti, impauriti e pronti a lasciare il posto di lavoro non appena le scuole riapriranno. Pregiudizi che non sono nuovi a dire il vero, che non rappresentano la realtà e che puntualmente vengono smentiti dal lavoro di migliaia di colleghi che vivono la scuola ogni giorno pur senza essere valorizzati dal punto di vista sociale, economico o professionale”.

“Questo discredito continuo dovrebbe far riflettere, perché è evidente che serve non solo un cambio di narrazione, ma un cambio di prospettiva. Quando si screditano gli insegnanti si scredita una parte importante della società. Sono quegli stessi insegnanti che sarebbero potuti intervenire con competenza e ragion veduta nelle discussioni di questi mesi, così come in passato, e che potrebbero essere fondamentali per capire come riorganizzare la scuola oggi con lungimiranza verso il futuro. Ci viene chiesto di impegnarci e di farlo con serietà; viene da chiedersi che cosa possa essere quello che i docenti hanno fatto in questi anni, quando la scuola veniva smantellata a colpi di tagli, organici razionati e promesse mai mantenute”.

Sono docente, quindi insegno

Insegnare ripetendo lezioni imparate a memoria perché i programmi didattici non cambiano mai, o consegnando fotocopie. Ancora pregiudizi che si sprecano, per cui servirebbe ancora provare a vivere per qualche ora il sistema. Un sistema che sugli insegnanti ha fatto ricadere molti più compiti di quelli previsti dal contratto di assunzione, facendoli diventare all’occorrenza mediatori culturali, interpreti, psicologi; perché sono loro che accolgono ogni giorno la società intesa nel suo senso più ampio, una società che non è identificabile solo con l’alunno ma si allarga alla sua famiglia, al contesto, agli amici.

La scuola rappresenta lo specchio della realtà, nel bene e nel male, e in questo gioco di specchi gli insegnanti ricoprono un ruolo fondamentale. Quegli stessi insegnanti diventati, nel tempo, anche burocrati capaci di destreggiarsi tra circolari, moduli, certificazioni, piani educativi da scrivere e progetti da inventare per reperire finanziamenti, arrivando là dove le segreterie arrancano per carenza di personale e di fondi. Sono loro che puliscono le aule, costruiscono i giochi, rendono gli ambienti confortevoli e adatti allo sviluppo e alla crescita dei ragazzi e delle ragazze.

Fanno molto, e spesso lo fanno anche a casa, dove il lavoro continua preparando lezioni, cercando attività, raccogliendo materiali. C’è chi ha il privilegio di uscire dall’ufficio e staccare la spina fino al giorno successivo e chi questo privilegio non lo ha: dipende sempre da come si osservano le cose.

Una scuola valorizzante è possibile? Forse sì, almeno ascoltando le parole che ci ha rilasciato Aluisi Tosolini, Dirigente Scolastico del Liceo Attilio Bertolucci di Parma: “I mesi trascorsi possono essere considerati una risorsa, là dove si era già orientati al cambiamento che l’emergenza sanitaria ha semplicemente accelerato, e possono diventare esempio e ispirazione per gli altri. In questo gli insegnanti hanno fatto la loro parte, ricordando che tutto può procedere nel modo migliore se tutte le componenti sono motivate e coinvolte, dalla segreteria alle famiglie: il gioco non può che essere un gioco di squadra”.

“Gli insegnanti tendono ad andare al ritmo del tempo, hanno ricevuto una spinta notevole e ora si gioca la partita della continuità. Chi si impegna non deve sentirsi in colpa e dobbiamo tutti fare la nostra parte per creare un sistema virtuoso, diventando la normalità, non l’eccezione. Si può parlare di privilegi che tali non sono, di stipendi che dovrebbero essere adeguati, di processi di sindacalizzazione che non rendono merito alla categoria, di alcuni che lavorano meno bene di molti altri, e del fatto che tutti pensano di saper fare gli insegnanti, ma così si continuano ad alimentare i pregiudizi. Serve, al contrario, cambiare la scuola innovandola dal basso, creando un grande e virtuoso processo di coinvolgimento, dialogo e confronto”.

“L’obiettivo deve essere comune per tutti, gli insegnanti devono lavorare per avere una buona relazione con i propri bambini e ragazzi, dei quali hanno in carico la crescita personale e non solo didattica. Si può parlare di mezzi, strumenti, tecnologia; tutto può aiutare e semplificare, rendendo la scuola anche più interessante e adatta alle nuove generazioni, e ricordando sempre che al centro ci sono gli alunni: rispetto a loro gli insegnanti sono parte fondamentale del percorso verso la vita adulta. Non dovremmo dimenticarlo, perché il lavoro svolto è davvero di grande valore e responsabilità”.

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels