Sempre più manager e meno famiglie nelle imprese emiliane

Per parlare del tessuto economico emiliano cito due percentuali: soltanto lo 0,5% delle imprese emiliane ha un fatturato superiore ai 500 milioni euro, mentre il 70% è al di sotto dei 10 milioni. Questo dato ci fa capire, in una visione più ampia rispetto ai confini comunitari europei, che il nostro tessuto imprenditoriale è costituito […]

Per parlare del tessuto economico emiliano cito due percentuali: soltanto lo 0,5% delle imprese emiliane ha un fatturato superiore ai 500 milioni euro, mentre il 70% è al di sotto dei 10 milioni. Questo dato ci fa capire, in una visione più ampia rispetto ai confini comunitari europei, che il nostro tessuto imprenditoriale è costituito per la maggior parte da microaziende.

Parto da questo dato per poi restringere la mia esplorazione all’interno del tessuto manifatturiero bolognese e riallargare la visione a livello globale, anche perché sarebbe assolutamente riduttivo descrivere uno scenario privo di un contesto internazionale.

Le imprese emiliane tra collaborazione e competizione

In relazione al tessuto economico emiliano, le prime due parole chiave che mi vengono alla mente sono collaborazione e competizione, che possono apparire come ossimoro, ma che possiamo immediatamente declinare con il termine di “coopetizione”. Un concetto che si concretizza in illustri esempi di cooperative come Cefla, dove i soci fondatori sono gli operai e i capi reparto, o Granarolo, azienda fondata e posseduta dal consorzio di allevatori; fino ad arrivare a quanto accaduto nelle fasi immediatamente successive al terremoto emiliano, in cui si è realizzata un’unica quanto ammirevole collaborazione fra imprenditori, sia di settori merceologici diversi fra loro (come chi ha ceduto parte del capannone a chi l’aveva visto implodere) che di settori medesimi. Esempio ne sono importanti aziende di Mirandola (settore biomedicale), che hanno trasferito le proprie camere bianche e camere grigie, e quindi le proprie produzioni, presso aziende reggiane, dandosi il tempo necessario alla ricostruzione dei propri stabilimenti, senza rischiare di perdere consistenti fatturati – o ancora peggio, di chiudere.

È poi importante considerare anche il tema della temporalità: i tempi in cui queste accelerazioni sedimentano sono essenziali; è fondamentale prevenire il rischio di intorbidimento, per cui diventa indispensabile trovare e fornire costante ossigeno anche attraverso fattori esterni e nuovi, come possono essere le reti d’impresa, fenomeno solo italiano per il quale oggi l’Emilia-Romagna è al quinto posto a livello nazionale (Lazio 4.010, Lombardia 3.057, Veneto 2.031, Toscana 1.828, Emilia-Romagna 1.790, fonte Assoretipmi).

Ma tornando al tema delle imprese emiliane, molte di queste sono padronali e italiane. Per cui, se è vero che la cultura d’impresa non è necessariamente correlata alla dimensione d’impresa, quest’ultima però è determinante in relazione al tipo di risultato che si vuole raggiungere. Fare cultura d’impresa significa riuscire a portare tutte le persone dell’azienda a guardare nella stessa direzione e a lavorare insieme per il raggiungimento di un obiettivo comune. La correlazione fra la dimensione d’impresa e la cultura non è 1:1; ma se abbiamo il 70% di aziende che fa meno di 10 milioni di euro di fatturato non ci sono le condizioni strutturali per riuscire a generare un grosso impatto in relazione alla cultura d’impresa. Da un lato sarà più semplice per un’azienda di dimensioni ridotte, avendo meno persone da “guidare” in una direzione, ma l’efficacia è limitata.

Il grande risultato della cultura d’impresa si ha quando si raggiungono risultati ad alto impatto, in cui 300 o 500 persone parlano la stessa lingua; situazioni in cui si genera vero valore e fatturato; l’azienda cresce ed è nelle condizioni di assumere nuovo personale, diventando più grande. In poche parole, quando si parla di cultura d’impresa è per capire come far crescere un’azienda. Questo è quasi impossibile per le piccole imprese. Le nostre PMI hanno mantenuto un rendimento costante negli anni: difficilmente si trovano realtà che hanno avuto particolari picchi, crescite a doppia cifra: si stabilizzano su un certo fatturato e non accade più nulla. Per cui ritengo che, se non ci sono le condizioni e la volontà di far crescere l’azienda, parlare di cultura d’impresa all’interno di una realtà di dimensioni così contenute è solo un esercizio di stile. Con così tante aziende a carattere padronale o di proprietà italiana, non ci sono grandi potenzialità di crescita: questo è uno dei motivi per cui il PIL italiano non potrà crescere particolarmente, anche perché i dati crescita di fatturato dello 0, o anche dell’1% non rappresentano numeri significativi. E se il fatturato aumenta solo per i grossi gruppi non è sufficiente per una crescita globale: il PIL incrementa se c’è un sistema imprenditoriale organico.

 

L’identità delle imprese emiliane

In relazione a questo scenario, c’è una fortissima identità nelle aziende del territorio emiliano; fattore che però impatta con la managerialità, perché l’aspetto manageriale delle aziende lo si vede principalmente in quelle più grandi, e nello specifico in quelle acquisite da gruppi stranieri come Kemet o Aavid Thermalloy.

Eccellenze del nostro territorio come IMA, GD, Marchesini Group, Maccaferri, Bonfiglioli Riduttori, o cooperative come Sacmi o Cefla, sono gruppi che hanno comprato tante aziende più piccole (o segmenti di aziende) per poterle tenere sul territorio, mantenere la loro identità e lasciarle in mano italiana – anche perché diversamente sarebbero state acquisite dai tedeschi. Ma stiamo parlando solo dello 0,5% delle imprese (quelle sopra i 500 milioni di euro di fatturato). Manz, diversamente, è la divisione di Arcotronics non all’interno di Kemet, con un doppio passaggio da azienda italiana ad americana, e ora tedesca.

Queste sono sicuramente le aziende gestite in modo più manageriale. Ma la managerialità non è stata portata dagli italiani, bensì dagli stranieri. Conosco pochissime aziende non gestite a livello famigliare sullo scenario nazionale.

L’ottimismo va bene, ma ci vuole anche un po’ di consapevolezza, e una piccola azienda, se non ha quell’indispensabile aerazione dell’humus, rischia di cadere nell’oblio. Anche perché il contesto italiano è troppo difforme rispetto al resto del mondo, che va verso un’integrazione, una massa critica sempre più importante a livello aziendale: l’esatto opposto di quello che facciamo noi. Oggi un’azienda da due miliardi, come può essere Coesia, nel mondo è piccola, e non in grado di gestire determinati processi. Germania, Stati Uniti e Cina stanno creando gruppi e corporation da 50, 100, 200 miliardi; Apple ha sfiorato il trilione, e in un mercato globale è necessario avere determinate dimensioni se l’ambizione è quella di competere a certi livelli.

 

Impresa e tecnologia: o sei grande o sparisci

Il mondo delle tecnologie, oggi, non lo si può più integrare. Non è possibile pensare che per inventare una cosa nuova sia sufficiente parlare con il proprio gruppo di ingegneri: questo approccio poteva essere attuabile fino ai primi anni Duemila; poi è nato il fenomeno delle startup, che per l’Italia sembra essere molto più una moda che un modello concreto di fare business. Anche perché siamo uno dei peggiori performer a livello mondiale nella gestione di queste entità.

Ancora troppo poche aziende italiane hanno team dedicati alla ricerca e innovazione e non solo alla ricerca e sviluppo. Un vero approccio di open innovation è attuato in pochissime realtà al 100% italiane, e solitamente sono industrie che hanno come clienti grandi gruppi internazionali. Uno su tutti è il Gruppo Loccioni, leader nel settore della metrologia. Nel 2019, se si deve sviluppare qualccosa di nuovo, o si è un’azienda in grado di comprare qualcuno che sa come farlo, oppure si è tagliati fuori; e per mettere in campo queste possibilità è necessario essere grande. La Apple vede una cosa che gli interessa e compra il team di persone l’ha creata, così come possono fare Oracle o Microsoft.

Alla luce di tutto questo, che futuro c’è per un tessuto imprenditoriale così disaggregato? Quanto la passione e l’orgoglio dei nostri imprenditori riusciranno a far fronte a mercati fatti di colossi? Il mondo sta andando verso politiche aggregative fortissime per poter restare sul mercato, e ritengo che la maggior parte delle nostre aziende, perlomeno per ora, si trovino in una dimensione diversa.

 

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