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Servono abitanti nuovi, non turisti

Servono abitanti nuovi, non turisti

Dentro lo spopolamento dei paesi: lo scenario odierno è quello della post-desolazione. L'unica chiave per il cambiamento è riportare le persone a viverli poco alla volta. Anche attraverso il lavoro.

Io ho amato i paesi della mia terra nel punto in cui erano su un confine antropologico, un confine mobile. La modernità entrava come un fiordo nella terra dell’antico, entrava e usciva. Era come seguire un tornante. Ora il confine si va facendo dritto, prevedibile. Ora non avrebbe più senso chiamare la mia terra Irpinia d’Oriente, come ho fatto alla fine del secolo scorso. Ora sulle panchine davanti al muro della chiesa i vecchi non ci sono più. Ora esco a camminare in compagnia del mio telefonino. E le uniche cose che mi parlano sono le cose mute, le case chiuse. Per trovare qualche traccia del confine mobile devo andare nelle campagne. Nelle case di campagna puoi ancora passare facilmente da una cucina con segni arcaici a un salotto preso in qualche svendita. Il disordine antropologico abita ancora nelle frazioni. Oppure devo cercare alcuni lembi di Lucania. Oppure la parte orientale e meridionale della Calabria.

Sto parlando del mio rapporto coi paesi. A me interessa questo, perché io vivo in un paese e dunque soffro di qualcosa che si potrebbe dire la sparizione delle differenze, dell’intreccio. Una sparizione che si è consumata in pochissimo tempo. Il paese come luogo ibrido mi faceva compagnia, era un po’ come un testo che oscilla tra la poesia e la prosa, una forma letteraria non canonica. Questo era ai miei occhi il fascino del mio paese e di quelli che andavo a visitare. In pochissimo tempo il paesaggio è mutato e la pandemia ha messo il fiocco a questo mutamento. Ha chiuso la porta e non si sa chi tiene la chiave. Il paese non esce più, non ha più nessuno dei segni che me lo facevano amare oppure odiare. Ora è inerte, è diventato materiale per gli occhi e non più per la mente e il cuore. Bisogna partire da qui per ragionare di spopolamento e della sensazione che ormai si tratta di uno spopolamento del vuoto, di un suo essiccamento. Praticamente siamo al passaggio nella post-desolazione.

Il mio fervore negli anni scorsi era nel descrivere l’avvento della desolazione, il fatto che era una novità rispetto alle antiche miserie. Ora siamo a un passaggio successivo. Il paesaggio post-desolato non ha ganci a cui appendere i discorsi, non ha neppure il ronzio lamentoso che il paese faceva su se stesso. A me viene una rabbia furiosa se penso che questa cosa è implicata nei miei malesseri. Se a tradirmi non è tanto la china che ha preso il mondo ma quella che hanno preso i paesi. Il mondo in un certo senso lo davo già per perso. Non pensavo di perdere anche i paesi. Mi sono appeso alla desolazione, al fervore nel raccontarla e nel combatterla. Un po’ come entrare in un pozzo e uscire. Ora invece è come se fosse sparita la scena della lotta. Posso scrivere un articolo, posso costruire il corpo dell’insetto, ma non ci sono le zampe per muoverlo o per tenerlo sollevato da terra.

Non sto dicendo che non ci credo più, che me ne vado altrove. Non sto pronunciando la rassegnazione, sto raccontando lo sgomento di fronte a questo nuovo paesaggio e il fatto che non ho ancora trovato una postura per reggerlo. In fondo nel passato si trattava di preservare il vento contrario per preservare la spinta a lottare. Ora il vento sembra caduto. Certe volte, prima dell’alba, lo sento ancora, il vento. Attendo con fiducia l’arrivo del giorno, ma poi a giorno inoltrato non sento più niente, sento che non si riesce a raccogliere niente.

Una felice alterazione a questo clima angoscioso è quando in paese arriva qualche forestiero. Quando accolgo qualcuno alla casa della paesologia tutto il paese mi sembra riaccendersi. Ho un possibile dialogo, non sto meglio, non si è risolto niente, ma almeno c’è un senso di vigilia, magari c’è lo spazio per un piccolo incantamento con successiva delusione. C’è un movimento possibile. Quindi la strada è portare persone da fuori. Bisogna farlo con operazioni immediate e con altre che fanno un giro più lungo. Ma l’obiettivo è lo stesso: mischiare intimità e distanza. Non vedo altra soluzione. Tutti i bandi dovrebbero avere questa finalità. Ragionare su come spostare le persone, anche per passaggi brevi. Non si può iniziare dal riportare i residenti, questo può accadere in un tempo lungo. Bisogna procurare ai paesi una via di mezzo tra il turista e il paesano che torna. Ci vuole qualcuno che viene a lavorare nel paese, magari per un tempo breve. Spostare lavoro nei paesi. È una cosa un po’ diversa dal crearlo e dalla frustrazione di non riuscirci. Qui il discorso si complica, non sono un economista. Immagino che si tratti di fare un esperimento. Per esempio: alcuni uffici dei capoluoghi aprono sedi staccate nei paesi. Lo Stato ci mette le spese. Il resto lo fanno le persone, il resto lo fa chi trova un senso, chi ha bisogno di stare lontano dal trambusto urbano.

Ecco, c’è bisogno di una nuova strategia nazionale delle aree interne, ma che sia una cosa veramente sperimentale e rivoluzionaria. Non c’è niente da perdere, può funzionare poco, non può fare tutto. Sicuramente metterebbe in atto un nuovo intreccio, ravviverebbe i sensi. Per fare questa cosa bisogna partire da pochi luoghi, bisogna fare dei veri esperimenti sociali. E invece si procede con le solite carte che vanno e che vengono. Si immagina un passo lungo e poi lo si accorcia fino a restare sul posto, fino a rimanere immobili.

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Foto di copertina: credits Stefania Zolotti. Franco Arminio dentro una casa abbandonata nella sua Bisaccia (AV).