L’11 ottobre si è celebrata la 76ª Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro. L’INAIL ha pubblicato i dati relativi ai primi otto mesi del 2026: 404.809 denunce di infortuni, +5,4% rispetto allo stesso periodo del 2025. 701 morti. Le malattie professionali denunciate sono 74.542, in aumento del 16,3%.
I numeri andrebbero letti con la lentezza che meritano. 701 morti in otto mesi significa circa ottantasette al mese, tre ogni giorno. Non è una statistica astratta: è la frequenza con cui, in media, qualcuno non torna a casa dal lavoro in Italia nel 2026.
Il dato più rilevante non è il numero assoluto. È la direzione del trend.
Negli anni precedenti, i rapporti INAIL registravano progressi: lenti, non lineari, ma reali. Il 2025 aveva mostrato segnali positivi nei mesi iniziali. Nel 2026, il segno si è invertito sugli infortuni totali (+5,4%) e si è accentuato sulle malattie professionali (+16,3%). Guido Lucchesi Palli di Vega Engineering — soggetto che monitora con sistematicità i dati INAIL nel tempo — ha osservato che “il miglioramento perde progressivamente forza”. È una frase tecnica, ma ha il peso di una diagnosi.
Cosa succede quando un trend positivo si esaurisce? Di solito significa che le misure adottate hanno raggiunto il loro limite: hanno ridotto i rischi gestibili con le tecnologie e i controlli esistenti, ma non hanno intaccato le cause strutturali che riguardano le fasce più esposte.
Ed è qui che entra il secondo dato che i rapporti INAIL registrano ogni anno, invariato: il divario tra lavoratori stranieri e italiani. Il tasso di mortalità per infortuni è di 46,8 morti per milione di occupati tra i lavoratori stranieri, contro 14,4 tra gli italiani. Un rapporto di circa uno a tre, stabile da un decennio. Non si chiude, non si riduce, non cambia di segno.
La ragione non è misteriosa. I lavoratori stranieri sono concentrati nei settori e nei ruoli con il più alto rischio intrinseco — edilizia, agricoltura, logistica, manifattura pesante — e sono la fascia con il minore accesso agli strumenti di tutela: contratti spesso precari o irregolari, minore capacità di sindacalizzazione, minore propensione a denunciare condizioni rischiose per timore delle conseguenze. Le politiche di sicurezza sul lavoro, per quanto migliorate nell’impianto normativo, non raggiungono strutturalmente questa fascia.
In occasione della Giornata dell’11 ottobre, l’Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro ha avanzato due proposte che riaprono un dibattito mai concluso.
La prima: l’introduzione di un reato autonomo di “omicidio sul lavoro”. La fattispecie dell’art. 589 del codice penale — omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme di sicurezza — esiste già. Il problema segnalato dall’Anmil non è normativo ma procedurale: in casi che coinvolgono imprese multi-localizzate o appalti complessi, la frammentazione di competenza tra procure diverse produce trattamenti asimmetrici su fattispecie identiche. Due infortuni con la stessa dinamica, in due province diverse, possono avere esiti processuali molto diversi.
La seconda proposta è più ambiziosa: una Procura Nazionale del Lavoro con magistrati specializzati, sul modello della Direzione Nazionale Antimafia. L’obiettivo è superare quella che l’Anmil definisce la “deleteria frammentazione territoriale” delle indagini attuali.
Entrambe le proposte rientrano nel dibattito parlamentare. Nessuna delle due è oggi in iter legislativo prioritario. Il che significa che, come già accaduto in passato, il rischio è che il dibattito si esaurisca nella proposta anziché nella norma — e che alla prossima Giornata nazionale si leggano dati simili, con le stesse proposte ancora sul tavolo.
Nel frattempo, i 701 morti dei primi otto mesi del 2026 continuano ad aumentare.
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