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Si chiama body rental, è il caporalato degli informatici

Si chiama body rental, è il caporalato degli informatici

Il precariato del settore IT ha origine da un mercato illegale di consulenze: aziende che "prestano" informatici a terzi, con paghe inferiori agli standard e nessuna tutela.

Il settore informatico e la sua continua evoluzione richiedono specialisti in costante aggiornamento, figure professionali indispensabili, che verrebbe da pensare siano ben retribuite e apprezzate. Purtroppo non è così. Anche il mondo del lavoro degli informatici è fatto di precarietà e sfruttamento; in particolare, una delle formule più comuni di rapporto lavorativo è il cosiddetto body rental.

Di che cosa si tratta? Traducibile alla lettera come “prestito del corpo”, il body rental è una formula contrattuale tramite cui un’azienda che necessita di un informatico, che sia un programmatore, un tecnico o un analista di dati, si rivolge a un’azienda di consulenza, che manda uno dei suoi informatici in prestito per una durata pattuita e per svolgere un compito specifico. L’azienda cliente paga a quella di consulenza una cifra giornaliera e il lavoratore riceve un fisso mensile. Potrebbe essere visto come il contrario dell’outsourcing. Non è un’esclusiva del campo IT, ma la natura delle mansioni e dei progetti ne ha incentivato l’uso.

Il problema di questo sistema è che è illegale. Si tratta di “Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, reato inserito nel Codice penale dall’articolo 12 del decreto-legge numero 138 del 13 agosto 2011. La somministrazione del lavoro può venire solo da agenzie autorizzate, mentre le aziende di consulenza utilizzano contratti di collaborazione per i loro lavoratori e non hanno nessuna autorizzazione. È come il caporalato, ma al posto dei campi ci sono stringhe di codici e viene fatto pubblicamente, anche tramite annunci su LinkedIn.

«Tolti i vincoli al body rental, hanno introdotto il precariato nell’informatica»

Com’è possibile tutto questo? Ne abbiamo parlato con Michele Sciabarrà, informatico e autore, che porta avanti una battaglia contro il sistema del body rental da diversi anni sui suoi profili social. Imprenditore informatico da 25 anni, ha avuto una società di consulenza fino al 2006. Ma dal 2005, con i cambiamenti sulla disciplina della somministrazione di lavoro, le cose sono cambiate.

«Hanno introdotto il precariato. Da allora il mercato si è trasformato e ho visto fallire cinque imprese come la mia. Il body rental esisteva già, ma aveva più vincoli. Da quando sono stati rimossi il fenomeno è esploso, e anche i miei clienti hanno iniziato a chiedermi soggetti in body rental. Il lavoro dell’informatico è fatto di persone che risolvono il problema al computer, ma oltre alla consulenza esiste la bassa manovalanza e il lavoro di routine, che mantiene attivi i sistemi. Col body rental si spaccia il lavoro tipicamente da dipendente per lavoro di consulenza, e le aziende, tipicamente banche o grandi utility, non hanno più bisogno di assumere, perché esiste un mercato di persone da cui attingere.»

E se le grandi aziende non assumono, gli informatici dovranno trovare lavoro nelle aziende più piccole, che presteranno lavoratori in cambio di un compenso calcolato su base giornaliera.

Chi sono gli informatici sfruttati dal body rental?

«Sono spesso neolaureati pagati con contratti da poco», spiega Sciabarrà. «Le aziende clienti pagano 400-500 euro al giorno a quelle di consulenza, e al lavoratore ne restano in tasca poco più di 1.000 al mese».

Il costo giornaliero è una cifra importante, ma all’azienda cliente conviene pagare una somma simile per un periodo limitato di tempo, piuttosto che assumere l’informatico, pagarne i contributi e doverlo eventualmente licenziare.

«Un informatico di alto profilo, assunto, costa almeno 50.000 all’anno, ha ferie e malattie, e bisogna tenerlo più di un anno. Invece un consulente esterno puoi tenerlo solo quei quattro o cinque mesi per cui ti serve, magari senza chiamarlo tutti i giorni, ma quando è presente in azienda lo sfrutti più che puoi. Lo spremi

Le aziende di consulenza aggirano l’impossibilità legale di somministrare lavoratori spersonalizzando il rapporto lavorativo, descrivendo nei contratti solo il genere di figura professionale che verrà messa a disposizione. Insomma, sul contratto il body rental sarebbe uno “skill rental”, un prestito di una particolare capacità. Le imprese che utilizzano questo sistema non hanno quindi un loro valore aggiunto: si occupano solo di fornire i lavoratori e si assumono il rischio economico nel caso il progetto del cliente dovesse essere sospeso. Non formano gli informatici.

«Il consulente dovrebbe essere selezionato per le sue capacità specifiche, l’azienda dovrebbe cercarlo direttamente», precisa Sciabarrà.

Il body rental che uccide la formazione: sottopagati per sempre

Oltre alla precarietà del lavoro, quindi, questo fenomeno ha un altro risvolto: la mancanza di formazione e crescita professionale. Lavorare in questo modo per progetti esterni alla propria azienda scarica sul lavoratore la necessità di aggiornarsi e migliorarsi.

«È un dramma, ci giochiamo lo strato di competenza che dovrebbe renderci un Paese avanzato. Non si costruiscono figure specializzate all’interno dell’impresa, le persone non vengono più fatte crescere professionalmente e la competizione con l’estero non è sostenibile. Me ne sono accorto lavorando a Londra, dove questo sistema esiste, ma è regolamentato. Qui in Italia, invece, il body rental è un tritacarne di competenze

Le consulenze prestate vengono anche gonfiate, e quindi un junior può essere presentato come senior, messo sotto pressione e liquidato se non è all’altezza. «I programmatori lo fanno per quattro o cinque anni, poi non ce la fanno più, cambiano settore e cercano di entrare nel ramo commerciale», dice Sciabarrà.

Il Jobs Act ha ripreso nel 2015 la normativa sulla somministrazione del lavoro senza aggiungere dettagli su questa forma contrattuale, in cui le aziende informatiche non producono veramente un software, ma gestiscono il personale dei loro clienti e guadagnano sul suo lavoro.

Eppure la Cassazione ha stabilito nel 2005 che “la fattispecie di illecita mediazione nella fornitura di manodopera punita dalla legge 29 aprile 1949, n. 264, e dalla legge 23 ottobre 1960, n. 1369, è stata solo parzialmente abrogata dalla fattispecie di esercizio abusivo dell’intermediazione di cui all’art. 18, comma 1, secondo e terzo periodo, del dlgs 276/2003. I fatti di somministrazione di lavoro da parte di soggetti privati non formalmente autorizzati, che erano già puniti secondo la legge precedente, restano punibili anche con la nuova legge” (Sentenza 41701).

L’analista di dati in body rental: «Non figuro come informatico, sono precario e sfruttato»

SenzaFiltro ha intervistato anche un giovane analista di dati, che ha chiesto di restare nell’anonimato per paura di ritorsioni da parte della sua azienda. Lavora in body rental per una società finanziaria da un anno e mezzo, durante il quale è stato nell’azienda di consulenza al massimo quattro giorni per questioni burocratiche.

«Non sono inquadrato come informatico», ci spiega. «Il mio è un contratto di apprendistato del settore metalmeccanico, all’interno del quale sono un tecnico. Nella mia azienda abbiamo avuto alcuni corsi di aggiornamento, ma sono fittizi, non servono a nulla. Dovrei avere un tutor per il mio apprendistato, ma non l’ho mai visto, non so neanche il suo nome».

All’interno dell’azienda cliente fa parte di un team in cui tutti gli analisti di dati sono in body rental. Sta addirittura formando uno stagista, anche se negli ultimi mesi ha dovuto lavorare da remoto.

«Non posso lamentarmi del tutto, perché in fondo la paga non è male, ma non sono assunto e a causa del COVID-19 si può smobilitare un reparto in un giorno. Il mio è un lavoro precario. I progetti ne risentono perché i clienti chiamano un consulente e si aspettano il guru; invece, per fare margine, l’azienda assume spesso il neolaureato, pagato 1.400 euro al mese. Si viene sfruttati molto e per questo c’è un grande turnover. A volte capita di doversi licenziare, di cercare una nuova azienda e di finire di nuovo a fare consulenza dallo stesso cliente. Eppure non è lui a pagarti, né ad assumerti».