- Advertisement -
Stipendi bancari, i soldi ci sono, la carriera non più

Stipendi bancari, i soldi ci sono, la carriera non più

Come sono evoluti negli anni i contratti e gli stipendi degli impiegati di banca? La privatizzazione del settore ha comportato delle strette di cui pochi sono a conoscenza. Ne parliamo con il sindacato FABI e Tommaso Vigliotti, segretario UniSin.

Andrea Ballone

18 Febbraio 2022

Entrare in banca fino a pochi anni fa era sinonimo di stipendio sicuro, e anche alto. L’assunzione in un istituto di credito è stato per eccellenza il sogno piccolo borghese, che rappresentava il passaggio definitivo a una vita agiata.

Antonello Venditti, con un malinconico risentimento, al suo compagno di scuola chiedeva “sei entrato in banca pure tu?”. Se il compagno di scuola del cantautore romano entrasse oggi in banca sarebbe un po’ meno ricco di ieri, un po’ meno sicuro, ma starebbe ancora meglio della stragrande maggioranza della maggior parte dei lavoratori.

Perché nell’Italia degli stipendi fermi quello da contratto nazionale dei bancari è meno fermo degli altri, anche se negli anni sono andati persi molti benefit e soprattutto si sono ridotti i vantaggi del fare carriera.

Il classico impiegato di banca nel 2001, subito dopo il passaggio all’euro, aveva uno stipendio lordo di 1.600 euro circa, oggi 3.200. L’unica differenza sono le mensilità, passate da 15 a 13, ma all’epoca non era fornito il welfare aziendale che oggi è un valido aiuto contro la disoccupazione. I soldi si svalutano, i benefit no.

I bancari italiani sono i più sicuri d’Europa

Ormai il posto fisso non c’è più, e questo è universalmente accettato, ma in banca i posti sono un po’ meno mobili. Nonostante le ristrutturazioni.

Negli ultimi dodici anni in Europa, secondo i dati forniti dal sindacato FABI, si sono persi 400.000 posti di lavoro nel settore bancario. Nel 70% dei casi in Italia non ci sono stati dei licenziamenti, ma la questione è stata risolta con esuberi e prepensionamenti. Dal mercato sono usciti 75.000 lavoratori, ma sono entrati 35.000 under 35. Un risparmio notevole per il settore, che ha prepensionato coloro che avevano il trattamento di qualche anno fa – che prevedeva le 15 mensilità – e avevano maturato tutti gli scatti di carriera, per far entrare giovani comunque meno pagati.

«Queste operazioni – spiegano alla FABI – non sono costate niente allo Stato, perché sono state messe in pratica con il fondo esuberi. Il settore ha utilizzato strumenti che sono a carico della categoria». Nel complesso, secondo i sindacalisti della FABI, non c’è stata nemmeno una perdita sulle retribuzioni. «Forse – spiegano – in proporzione le retribuzioni tabellari sono un po’ più basse, ma è cresciuta la contrattazione integrativa con un incremento del welfare aziendale, che sostiene i lavoratori e le lavoratrici. In questo contesto rientrano i fondi sanitari, la previdenza complementare, la provvidenza per i figli e le agevolazioni per i prestiti e i mutui che un tempo non c’erano».

Il 1992 e la privatizzazione del settore bancario

Nell’anno passato alla storia per Tangentopoli e per la fine della prima Repubblica inizia la progressiva privatizzazione del settore con la costituzione delle fondazioni bancarie. Oggi le banche sono molto meno legate ai fondi pubblici, e in alcuni casi sono addirittura di proprietà di alcuni fondi di investimento.

Nel confronto non bisogna guardare solo i contratti di lavoro nazionale, dobbiamo valutare anche elementi integrativi alla retribuzione. Da un lato le mensilità sono passate da 15 a 13 e in alcuni casi sono scesi i limiti tabellari; si può dire che gli stipendi abbiano avuto una perdita del 30%, che è stato compensato da altri elementi come il welfare aziendale».

I vantaggi di una categoria molto sindacalizzata

Un tasso di adesione molto alto al sindacato – si parla dell’80% – è stato uno degli elementi che più hanno aiutato la categoria dei bancari a navigare in questi anni difficili per i lavoratori.

«Non più tardi del 2019 – spiegano – è stato rinnovato un contratto che prevedeva un aumento lordo medio mensile di 190 euro, che ha anticipato l’aumento dell’inflazione di questi ultimi anni. A breve inizieranno le trattative per il rinnovo del contratto per recuperare l’inflazione. Anche i contratti a termine da noi sono pochi e gestiti comunque con i minimi tabellari. Ci siamo salvati perché siamo una delle categorie più sindacalizzate. Sono stati anni drammatici, ma li abbiamo gestiti senza tensioni sociali. Nell’ambito del dibattito politico eravamo spesso considerati un modello, perché le nostre crisi non sono ricadute sui contribuenti. Anzi siamo noi a pagare la NASpI.»

Meno mensilità per i giovani bancari? In realtà sono diminuiti gli scatti di anzianità

Negli ultimi anni le riforme della contrattazione hanno però creato una vera e propria frattura generazionale. I bancari assunti dopo il 1999 svolgono lo stesso lavoro dei colleghi più anziani a pari grado, ma guadagnano meno, e per un certo periodo hanno guadagnato più di chi veniva assunto nel 2012.

«Nel 1999 – spiega Tommaso Vigliotti, segretario UniSin – c’è stato il rinnovo del contratto nazionale e venne messa in campo la ristrutturazione del modello tabellare. Sul piano formale non è corretto dire che una volta c’erano 15 mensilità e oggi ce ne sono meno, perché sono state spalmate sugli stipendi di tutto l’anno. In quel momento non avevamo perso per strada una mensilità, ma se si guarda in maniera prospettica una carriera di un bancario ci si accorge che prima si avevano, con il passare del tempo, un certo numero di passaggi verso un inquadramento superiore, mentre oggi non più. Prima del 1999 c’erano dodici scatti di anzianità con cadenza biennale, mentre oggi ce ne sono otto: il primo dopo quattro anni e gli altri ogni tre. Questi scatti producevano un effetto positivo nell’arco di un ventennio. A questo si aggiunga che oggi dopo sette anni si ha diritto ad avere una retribuzione superiore, ma non il livello. È sparito l’automatismo di grado. Questi sono ancora i frutti della cura dimagrante messa in pratica nel 1999».

Che non è stata l’unica. Nel 2012 dopo il crollo di Lehmann Brothers è arrivata una riduzione di stipendio dei nuovi assunti del 18%, poi ridotta al 12%, e infine tolta del tutto. I giovani bancari ne sono usciti impoveriti non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello collegato della carriera.

«Una volta un direttore di filiale – continua Vigliotti – aveva un inquadramento importante. Oggi si va a fare il responsabile di una filiale che ha tre o quattro persone, invece delle quindici di un tempo, ma si ha un livello impiegatizio. Si finisce spesso in ruoli di responsabilità con un inquadramento minore. Inoltre si è ridotta la contrattazione di secondo livello che ha comportato anche una forte diminuzione delle premialità». Il risultato è che i giovani stanno molto peggio dei loro colleghi con qualche anno in più.

«Oggi – conclude – non di rado capita di trovare un ragazzo appena assunto in banca, che svolge la stessa mansione di un collega alle stesse condizioni economiche, o anche chi invece si trova a guidare un ufficio con maggiori responsabilità, ma con una retribuzione identica (o in certi casi inferiore) a chi magari è entrato in banca prima del 1999».

Per altri articoli a tema Banche, clicca qui.


L’articolo che hai appena letto è finito, ma l’attività della redazione SenzaFiltro continua. Abbiamo scelto che i nostri contenuti siano sempre disponibili e gratuiti, perché mai come adesso c’è bisogno che la cultura del lavoro abbia un canale di informazione aperto, accessibile, libero.

Non cerchiamo abbonati da trattare meglio di altri, né lettori che la pensino come noi. Cerchiamo persone col nostro stesso bisogno di capire che Italia siamo quando parliamo di lavoro. 

Sottoscrivi SenzaFiltro