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Susanna Camusso: “La legge non aiuta le donne vittime di violenza economica”

Susanna Camusso: “La legge non aiuta le donne vittime di violenza economica”

La violenza domestica e la dipendenza economica spesso non vengono sanate nelle aule dei tribunali. La denuncia di Susanna Camusso a SenzaFiltro e l'esperienza di una vittima che non riesce a ottenere giustizia.

Violenza economica. Calpestare la dignità professionale con l’ausilio delle falle del sistema giustizia. Ridurre alla dipendenza economica oggi per schiavizzare il coniuge e i figli domani. O muori di botte o muori di fame.

Sì, perché alla base delle innumerevoli storie di violenza domestica, di abusi e soprusi alla moglie e ai figli, di persecuzioni e spesso, come la cronaca ci evidenzia, di femminicidi, c’è prima di tutto una vicenda di esclusione professionale indotta e di lentezza o inefficienza della giustizia, che la responsabile delle politiche di genere e delle politiche internazionali CGIL, Susanna Camusso, ci descrive così:

“Nella violenza economica c’è un qualcosa in più, che è la distonia del nostro ordinamento giuridico, tra il sistema penale e il sistema civile. Sia per i tempi, che ovviamente diventano un problema anche di sopravvivenza, sia per giustizia. C’è infatti una ‘disconnessione’: una valutazione che magari penalmente ha riconosciuto violenza viene poi rimessa in discussione nella procedura civile. In realtà ci sono delle cose che in apparenza non sono ‘lavoristiche’, ma che se fossero pensate anche nell’ottica di dare risposte, di favorire la ricostruzione di percorsi di vita per chi ha processi traumatici (perché sappiamo che la violenza ha tante forme), rappresenterebbero anche una possibilità di inserirsi di nuovo nel mercato del lavoro, con meno angoscia e meno obbligo di subire una dequalificazione – o un lavoro che non dà riqualificazione professionale”.

Susanna Camusso: “La violenza economica ha origine dal lavoro femminile non riconosciuto”

Come sempre accade quando si parla di sommerso, definire i numeri esatti non è possibile. Di certo, da fonti ministeriali, c’è che nel 2020 le donne inattive, cioè che non hanno e non cercano un lavoro, sono state il 46,4% del totale degli inattivi, con una percentuale del 39,4% che spiega la propria condizione con la responsabilità di cura, dei figli o di un familiare anziano (contro il 4% degli uomini).

Spesso comincia tutto da qui, dalla scelta obbligata di seguire la famiglia per la totale assenza di uno Stato sociale, spesso di comune accordo col marito. Una scelta che indebolisce professionalmente ed economicamente la donna.

“Infatti è una delle concause della violenza economica”, continua la Camusso. “Ce ne sono molteplici. Molte fanno parte degli stereotipi, dei pregiudizi, ma una delle concause è che il carico del lavoro di cura, che è notoriamente gratuito, purtroppo è scaricato del tutto sulle donne. Poi c’è anche un altro versante: attività che dovrebbero essere qualificate e riconosciute ma che in realtà vengono considerate attività non professionali, di ripiego, anche un po’ di bieco sfruttamento.”

“Per cui c’è un problema di riconoscimento del valore del lavoro femminile, che vale sempre e che, soprattutto quando magari si interrompono percorsi precedenti, diventa un possibile ripiego, una soluzione per cavarsela comunque. Ma è qui che lo sfruttamento del lavoro di cura gratuito si amplifica ulteriormente”.

Quando le violenze domestiche fanno danno al lavoro femminile

Nei casi in cui si manifestano violenze domestiche, i due rami del diritto (quello civile in cui si rivendica il mantenimento dei figli e quello penale per i maltrattamenti subiti), come detto, viaggiano separati sia nei tempi che nelle considerazioni dei giudici, i quali non tengono mai conto del comportamento dell’imputato nel suo complesso, ma solo nel loro ambito di stretta competenza.

La sequenza, in questi casi, è sempre la stessa. La moglie e madre ha un titolo professionalizzante. Ha un diploma di maturità che rimane chiuso nel cassetto, senza aggiornamenti né esperienze sul campo, il che significa non solo uscire dal mercato del lavoro, ma anche perdere terreno nel tempo, fino a pregiudicarsi la possibilità di rientrarvi. Così comincia la “proprietà” della donna da parte dell’uomo.

Di seguito: dipendenza economica. Crisi matrimoniale. Rottura. Separazione. Quando poi il divorzio diventa definitivo la prima cosa che l’ex fa nella quasi totalità dei casi è licenziarsi, così quello senza lavoro sembra lui. Il paradosso ce lo spiega l’avvocatessa penalista Simona Petullà, del foro di Padova, attraverso la storia di Paola, una donna di 38 anni che è riuscita a salvare se stessa e le due figlie, che oggi hanno 19 e 16 anni.

“Il marito violento l’ha privata dell’accesso al credito e voleva farle togliere l’affidamento”

“Paola – spiega la legale – nel 2015, dopo anni di botte e di prevaricazioni, ha trovato il coraggio di denunciare il marito. Precedentemente però l’uomo aveva preteso che lei, ragioniera, restasse a casa a badare alle figlie. Lui aveva un’attività nell’ambito mobiliare, ma a causa della mal gestione della liquidità era fallito. Protestato, non poteva ottenere il credito in banca per riprovare a mettersi in proprio. Ha così aperto un’altra impresa intestandola a Paola, che oggi, per questo, risulta a sua volta insolvente e non idonea al credito, poiché l’uomo ha di nuovo scialacquato senza tenere conto delle spese per le imposte.”

Parte il procedimento penale per le percosse alla moglie prima e alla figlia maggiore; poi parallelamente quello civile, con la richiesta di divorzio e di mantenimento delle (all’epoca dei fatti) bambine. L’uomo smette immediatamente di pagare il mutuo della casa assegnata alla donna e alle figlie. Non partecipa in nessun modo al mantenimento delle bambine, che intanto devono mangiare.

Trovare un impiego come ragioniera a distanza di anni dal diploma e lontana da aggiornamenti richiede tempo e quindi denaro, e a Paola mancano entrambi. Così si ricicla cameriera di sala in un ristorante di pesce (con la pandemia e la chiusura del locale, purtroppo, ha perso il lavoro). Gli orari sono difficili, si sa, ed è proprio per questo che ha ottenuto con immediatezza questo impiego, perché è uno di quei lavori, come l’addetta alle pulizie e la badante, che richiede particolari sacrifici. Paola termina i turni anche alle due di notte, ma i genitori e il fratello l’aiutano con le bambine e il suo stipendio le consente di sfamare e mantenere dignitosamente le figlie.

L’ex marito però era così sicuro di poterla fare franca – continua la Petullà – da denunciare la madre come genitore inidoneo, per via dei rientri a casa in tarda notte (le bimbe dormivano dai nonni). La fa pedinare da costosi investigatori privati. È pronto a proporre l’affidamento delle bambine a una casa-famiglia pur di vendicarsi dell’ex, ma gli assistenti sociali capiscono in due minuti come stanno davvero le cose. Per comprendere quanto questi uomini si sentano intoccabili voglio raccontare che, davanti al giudice, l’ex marito di Paola è arrivato a dire che era lei a picchiarlo. Un particolare: Paola è minuta e pesa, oggi che è ‘ingrassata’, 45 chili. Lui è un omone alto, di circa 90 chili. Eppure si è sentito di poter tentare anche questa strada assurda, prendendosi gioco di giudice e avvocati.”

“Il colpevole non pagherà”: un sistema che vede le donne sconfitte anche quando vincono

La giustizia quindi ha fatto il suo corso, lentamente. Molto lentamente. L’uomo è stato condannato per maltrattamenti a tre anni in primo grado, ridotti poi in appello a due, per motivazioni non ancora presentate. Deve inoltre risarcire l’ex moglie e le figlie per il mantenimento mai versato, per un totale di circa 60.000 euro.

Sul piano civile-commerciale però l’uomo, che all’ultima udienza ha avuto cura di presentarsi abbronzato, ben vestito e in particolare con un paio di scarpe costosissime, risulterà essere senza lavoro, senza beni di valore, impossibilitato a ottenere credito bancario perché protestato. Quindi non paga e non pagherà mai, e carcere non ne farà.

“Il PM aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado a tre anni – spiega la legale – ma la riduzione di pena disposta dal giudice ha di fatto escluso dal carcere il condannato, perché ancora manca la sentenza definitiva della Cassazione. Inutili le azioni per il recupero del credito, perché figura senza indirizzo, senza reperibilità e, incredibilmente, nullatenente. Paola ora sta perdendo anche la casa, perché da sola non è riuscita a saldare il mutuo, ma non si arrende. Sorride alle figlie. Vuole solo il divorzio.”

Ma com’è possibile che queste persone non paghino mai? “Vivono scappando”, conclude la Petullà. Magra consolazione per chi, oltre al peso delle loro malefatte, porta sulle spalle anche quello delle responsabilità alle quali si sottraggono, a causa dello strabismo giuridico che costringe diverse donne al margine del mondo lavorativo.

Photo credits: ilbuonsenso.net