Sergio Tapia Radic con una sua scultura.

Tapia Radic fa il solletico a Dio

Rinunciare a una carriera universitaria per amore dell'arte: raccontiamo l'esperienza di Sergio Tapia Radic, scultore cileno da cinquant'anni nelle Marche.

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Dalla terra di Neruda alle silenziose e incantevoli colline marchigiane. È la storia del maestro Sergio Tapia Radic, scultore di origine cilena, classe 1938; un caso di moderno mecenatismo, con un sindaco che mette a disposizione uno spazio per una mostra permanente e un artista che, in segno di riconoscenza, dona le sue opere.

Siamo a San Marcello, nell’entroterra anconetano, dove olivi e viti conferiscono al paesaggio un’aria bucolica. Il primo cittadino del piccolo borgo, Pietro Rotoloni, incontra il maestro Radic in occasione di una sua mostra e rimane colpito dalle sue opere. Tra i due nasce un rapporto di stima e amicizia, tanto che, quando il sindaco viene a sapere che il museo di Ripatransone non può più ospitare le opere dell’artista, si offre di accogliere le sue sculture in un prestigioso spazio vicino al Museo del Telefono.

La luce soffusa e le antiche mura medievali fanno da cornice a una serie di sculture di grande impatto che riproducono soggetti sacri e danzatrici. La forza comunicativa dei lavori del maestro richiama a San Marcello amanti dell’arte che arrivano da ogni parte del mondo: un cittadino acquisito che conferisce al territorio ulteriore fascino e prestigio. Cittadino sì, ma solo di cuore. Al maestro, infatti, nonostante i cinquant’anni di vita passati in Italia e un’esistenza dedicata all’arte e al lavoro, è stata negata la cittadinanza italiana. Un paradosso che fa arrossire e che mette in evidenza le contraddizioni di una legge che andrebbe modernizzata e rivista. Quale Paese non ricambierebbe, conferendogli la cittadinanza, l’amore di un artista che ha lasciato i suoi luoghi d’origine e una carriera universitaria, per inseguire il sogno di vivere e lavorare in quella che considera la patria dell’arte? Nonostante questo mancato riconoscimento ufficiale, Tapia Radic non lascia che i sentimenti negativi prendano mai il sopravvento.

Alcune opere dello scultore Sergio Tapia Radic.

Sergio Tapia Radic, il Cile e Neruda

È un uomo di altri tempi che saluta col baciamano, e che proprio nelle mani vede scritta tutta la sua storia. Figlio di un ex pugile ufficiale dell’esercito con la passione per il disegno e di una pianista, sin da piccolo dimostra una profonda sensibilità e una grande capacità creativa. È ancora un bambino quando comincia a prendere la terra tra le mani, a toccarla, modellarla e poi nasconderla sotto il cuscino, convinto che ne sarebbero uscite forme d’arte. “La mia prima scultura la feci con del purè di patate; avevo sette anni e avevo ritratto il volto di Cristo”.

In casa i genitori allestiscono un piccolo palcoscenico e i tre figli crescono circondati d’arte e cultura. Norberto e Mario dipingono, Sergio ama modellare e creare forme. I genitori notano le sue inclinazioni e le assecondano. “Un giorno mio padre mi ha regalato un libro sulla vita di Michelangelo. Quel dono mi ha aperto un mondo; ho cominciato ad amare e sognare l’Italia e la sua arte. Immaginavo Firenze, l’emozione di trovarmi di fronte alle opere dei grandi come Raffaello, Leonardo Da Vinci e Michelangelo appunto”.

A quattordici anni realizza la sua prima scultura, una deposizione di Cristo. Il suo professore rimane colpito da quell’alunno tanto talentuoso e sensibile e gli regala un Vangelo. “L’ho letto e studiato con interesse. Ho compreso che credere significa affinare il proprio approccio agli altri e alla vita, mettersi in ascolto con umiltà”. Tra i maestri che il giovane Sergio incontra c’è uno scultore italiano, Antonio Corsi Maldini, che insegna alla Scuola di Arti Applicate dell’Università del Cile in Santiago. Compiuti gli studi diventa assistente alla cattedra di scultura presso la stessa Università, dove rimane per diversi anni, senza mai rinunciare al suo sogno italiano. “Ho scoperto che insegnare era il miglior modo di imparare”.

In Cile Tapia Radic completa la sua formazione e lavora con artisti di fama mondiale. “Mio padre aveva una bella timbrica e lo chiamavano spesso a recitare le poesie di Neruda. Il poeta aveva una voce nasale e non amava leggere i suoi scritti. Io l’ho conosciuto di persona in occasione di una mia mostra in Cile. Osservando le mie opere disse che sarei diventato grande. All’epoca non avevo ancora consapevolezza di tutta la strada che avrei percorso. Ho conosciuto anche la poetessa Gabriela Mistral, la prima donna latinoamericana a vincere il Premio Nobel per la Letteratura. Anche quello è stato un incontro indimenticabile. Ho lavorato anche con Placido Domingo ed Eugenio Fernandez come scenografo”.

Un viaggio in Italia che dura tutt’oggi

All’età di ventinove anni finalmente realizza il sogno di venire in Italia. “La prima cosa che ho fatto è stata deporre un fiore sulla tomba di Michelangelo. In Cile ho lasciato la mia famiglia e un lavoro sicuro, ma ero talmente innamorato dell’arte italiana da desiderare profondamente di immergermi nella vita di questo Paese. Ho iniziato a lavorare in Valle D’Aosta, in una fabbrica di legno, realizzando sculture di animali. Mi sono così avvicinato alle persone per coglierne l’espressività e le idee, per conoscerne la sensibilità e il modo di pensare. L’arte richiede osservazione, ascolto e anche silenzio. L’esperienza successiva è stata a Varese, in una fabbrica di ceramica. Andare da un posto all’altro è stato di grande arricchimento per me, mi ha aiutato ad assorbire la cultura dei luoghi, la loro storia”.

In Italia il maestro comincia presto a farsi conoscere e apprezzare e viene spesso invitato a partecipare a delle mostre con le sue opere. Quando sembra che tutto stia volgendo per il meglio, insorge un problema di salute che colpisce le mani dello scultore. “Dopo diversi controlli mi è stata diagnosticata una necrosi. Per me era la fine. Più di un medico mi aveva detto che avrei dovuto lasciare la scultura. Mi sentivo finito, con un grande dolore nel cuore. Io e mia moglie abbiamo deciso di cambiare aria per trovare un po’ di conforto e abbiamo intrapreso un viaggio nelle Marche. Sono rimasto estasiato dal gioco di verde e di blu che c’era e da quel silenzio poetico che altrove non avevo trovato. Un silenzio più rumoroso del rumore. Avevo notato, già da quel primo viaggio, che il clima nelle Marche mi faceva bene. Allo spirito ma anche al corpo, tanto che durante la mia permanenza sul territorio non avevo dolori”.

Nel 2003 il maestro espone per la prima volta le sue opere a Ripatransone. “Sin da subito ho sentito una grande sintonia con questo territorio, con la sua gente. Quando mi è stato proposto di ospitare le mie opere all’interno di un museo dedicato, nel territorio di Ripatransone, sono stato molto felice”. Poi il museo è stato trasferito a San Marcello, ma una delle opere più maestose e imponenti, di quattro metri per tredici, la Cripta del Giudizio Universale, non ha ancora trovato una sede perché non c’è uno spazio adeguato.

La malattia progredisce, ma il maestro continua per la sua strada. “L’arte insegna all’uomo a non essere sedentario, a continuare sempre la sua ricerca d’espressività. Michelangelo a ottantanove anni ancora scolpiva. L’arte mantiene in vita, aiuta a lottare quando si è tristi, a rinnovare il proprio spirito. Quando tutti i medici dicevano che non c’era più speranza per le mie mani, ho incontrato un ultimo specialista che, pur dicendomi che erano messe male, potevano ancora essere salvate. In quel periodo stavo lavorando sulla scultura del Mosè”. L’opera è un autentico capolavoro, suggestiva e di grande impatto. Il blu degli occhi del patriarca è profondo come il mare.

La voce pacata, lo sguardo limpido, Sergio Tapia Radic è un artista, ma anche un uomo, che ha molto da insegnare. “L’individuo è fatto di conoscenza, intenzione e sapienza. Dobbiamo avere la curiosità dei bambini, la loro stessa ingenuità e voglia di scoprire. San Paolo diceva che non sarebbe mai stato ricco davanti al povero, che bisogna provare empatia. Impariamo a soffrire e ad amare da chi è meno fortunato di noi. Sono credente perché convinto che esista un ordine dell’universo non creato dall’uomo, un equilibrio perfetto creato da Dio, un tempo giusto per ogni cosa. Ogni mia scultura ha l’ambizione di solleticare il piede di Dio e dirgli che io ci sono”.

Giornalista freelance, scrittrice e poetessa Di origine siriana, nasce ad Ancona e ama immaginare la sua vita come un ponte che unisce culture e popoli diversi. Collabora con numerose testate nazionali tra cui Panorama, Avvenire, Antimafia 2000 e The Post Internazionale, occupandosi di esteri, in particolare Medio Oriente e Nord Africa, di immigrazione, diritti umani, dialogo interreligioso e interculturale. Ha pubblicato romanzi e libri di poesie e continua a scrivere per passione. Il suo ultimo romanzo è “Il silenzio del mare” pubblicato da Castelvecchi a ottobre 2017. Ha vinto numerosi premi giornalistici per i suoi reportage sulla Siria. L’ultimo riconoscimento ricevuto è il “Premio per la pace e l’amicizia tra i popoli” assegnato a settembre 2018 nell’ambito del concorso Giornalisti del Mediterraneo per il reportage “Porto franco” pubblicato su Panorama. Parla quattro lingue, ma spesso è di poche parole e comunica scattando fotografie dei suoi numerosi viaggi. L’Università della Svizzera per la Pace l’ha nominata a vita “Ambasciatrice di Pace” ed è consigliere permanente dell’Università per la Pace delle Marche. [ Guarda tutti gli articoli ]

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