Terzo settore: false associazioni, storie vere

Le associazioni svolgono un lavoro fondamentale sul tessuto sociale. Le false associazioni, tuttavia, rischiano di strapparlo. Una disamina della situazione.

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Il fenomeno dell’associazionismo è un vero e proprio universo, estremamente variegato. Un universo i cui confini si estendono ben oltre quelli del cosiddetto “terzo settore”, almeno nell’accezione tecnico-giuridica che è stata definita dalla riforma contenuta nel D. Lgs. 117/2017.

Fuori per legge partiti e sindacati, fuori per scelta tante piccole associazioni; dentro, a pieno titolo, le ONLUS (Organizzazioni Non Lucrative di Utilità Sociale), che scompariranno trasformandosi a seconda dei casi in ODV (Organizzazioni Di Volontariato), in APS (Associazioni di Promozione Sociale), se non addirittura in Cooperative Sociali. Tutti enti già abituati a confrontarsi con obblighi contabili, fiscali e di bilancio, con i principi di trasparenza e pubblicità degli atti, con l’iscrizione obbligatoria a elenchi e registri e con la soggezione ai controlli dell’Amministrazione Finanziaria. Nonostante ciò, non mancano esempi di situazioni poco limpide, soprattutto in termini di gestione del personale: dal sottoinquadramento contrattuale alla “zona grigia” dei part-time sulla carta, occupati a tempo pieno; dall’applicazione dei contratti “pirata” al fenomeno del “fuori busta”.

Sono comunque tantissime le ONLUS, ODV, APS e Cooperative Sociali che svolgono un ruolo determinante in termini di costruzione di relazioni, di sostegno a persone svantaggiate, di attività culturali e formative, di soccorso e protezione civile. Senza di esse, senza l’apporto di milioni di volontari che spontaneamente e gratuitamente regalano parte del loro tempo e delle loro competenze, tanti settori della nostra vita quotidiana si troverebbero in grave difficoltà a gestire i bisogni reali di tanta, tantissima gente.

 

L’Italia del terzo settore, ecco i numeri

Per avere un’idea dei numeri in gioco, è sufficiente dare una scorsa ai dati più significativi dell’ultimo censimento ISTAT sulle istituzioni non profit, che risale al 2017. Questa la fotografia dell’Italia del terzo settore:

  • 336.275 istituzioni non profit (+10% rispetto al 2011), di cui l’85,3% sono associazioni (riconosciute e non riconosciute) e il 4,8% sono cooperative sociali;
  • 5,5 milioni di volontari (+16% rispetto al 2011);
  • 789.000 dipendenti (+15% rispetto al 2011), di cui il 52,8% (+5% rispetto al 2011) all’interno di cooperative sociali;
  • 276.529 istituzioni che operano grazie all’apporto di volontari, pari al 79,6% delle istituzioni attive (+9,9% rispetto al 2011);
  • 55.196 istituzioni che impiegano lavoratori dipendenti, pari al 16,4% delle istituzioni attive (+ 32,2% rispetto al 2011).

Di fronte a questi numeri viene da pensare a quali possano essere i motivi per cui tanti enti, in particolare associazioni, decidano di non far parte del terzo settore pur non essendone esclusi per legge. Il solo richiamo al principio di libertà di associazione, sancito dall’art. 18 della Costituzione, pare in effetti non sufficiente a spiegare questo fenomeno; così come le motivazioni circa una “maggiore burocrazia” richiesta dal nuovo Codice, che non considerano il fatto che a tutti gli enti associativi, anche senza fine di lucro e che non svolgono attività considerate “commerciali”, è richiesto dalla normativa fiscale che redigano e facciano approvare dall’assemblea degli associati almeno un bilancio o rendiconto annuale, il che presuppone la tenuta di una seppur minima contabilità e la conservazione dei documenti giustificativi sui quali si fonda.

 

Il lato oscuro dell’associazionismo: le false associazioni

Con un’analisi appena più approfondita ecco allora emergere un lato oscuro di questo universo del cosiddetto non profit. Esistono tante associazioni, troppe, che oltre alle attività “istituzionali”, quelle per le quali nascono e hanno ragione d’essere (cultura, sport, assistenza, educazione) svolgono anche attività caratteristiche delle imprese commerciali; il caso tipico è la somministrazione di alimenti e bevande, ma non mancano attività di edizioni e pubblicazioni (con tanto di sponsor e pubblicità tabellare), commercio e servizi.

Associazioni con la partita IVA. Che non è illegale e nemmeno vietato, purché l’attività “commerciale” eventualmente svolta sia effettuata per trovare le risorse necessarie a sostenere e finanziare quella istituzionale, che deve restare prevalente, pena la perdita della qualifica di Ente Non Commerciale sancita dall’art. 148 del TUIR; vale a dire, obblighi fiscali e tassazioni ordinarie come per le società.

Associazioni che mascherano, di fatto, attività di impresa, costituite con il prevalente (se non unico) scopo di usufruire di amplissime semplificazioni e agevolazioni fiscali, almeno fino a ora. La possibilità di utilizzare il regime fiscaleforfetario” introdotto dalla legge n. 398 del 1991 per le Associazioni Sportive Dilettantistiche, ed esteso dalla successiva legge 66/1992 a tutte le Associazioni Culturali e alle Pro Loco, si configura in questi casi come un vero e proprio abuso del diritto.

Attività del tutto o quasi imprenditoriali, dalla ristorazione all’organizzazione di corsi di formazione, vengono nascoste dietro lo schermo di una pseudo attività associativa di tipo culturale per garantirsi i cospicui vantaggi previsti dalla legge. A partire dall’IVA, della quale si versa solo la metà di quella incassata a prescindere dagli acquisti effettuati: ma soprattutto, per l’imposta sul reddito.

Fino a 400.000 euro all’anno di “ricavi”, il fisco riconosce una deduzione forfetaria del 97% e chiede il pagamento dell’IRES (Imposta sul Reddito delle Società) solo sulla differenza. In pratica, un’Associazione che fattura 100.000 euro all’anno ne dichiara di reddito solo 3.000 e paga 720 euro di imposta (il 24%). Nessuna dichiarazione IVA da presentare, niente “studi di settore” o “indici di affidabilità” fiscale, praticamente nessun controllo. Con buona pace del principio di prevalenza, secondo il quale se un’associazione espone in bilancio 100.000 euro di entrate da attività commerciale dovrebbe averne almeno 101.000 da attività istituzionale (quote associative, donazioni, lasciti, contributi pubblici, erogazioni liberali ricevute a vario titolo).

Soggetti anomali che si trovano accanto, quasi nascosti, alle tante associazioni “libere” che creano identità di luogo (culturali, di gestione di cucito, sartoria, ceramica, doposcuola), nelle quali le persone partecipano donando il loro tempo, facendolo con piacere perché da questo tempo, dalla gratuità del dono, nasce la relazione.

 

L’inghippo di alcune Associazioni Sportive Dilettantistiche: guadagni senza contribuzione

Anche di Associazioni Sportive Dilettantistiche (ASD) ve ne sono tante che sono un patrimonio a volte nemmeno menzionato, fatto di persone che nell’associazione ci mettono anche soldi di tasca propria pur di andare avanti e di mantenere una sede, un punto di aggregazione che a volte è solo una piccola stanza, magari concessa in comodato d’uso dal comune, per i più fortunati. Purtroppo, però, anche nel mondo delle ASD si trovano situazioni quantomeno anomale se non proprio palesemente fasulle. E accanto alle palestre che pubblicizzano sconti e campagne promozionali tipiche dell’attività di impresa, e realizzate addirittura anche all’interno di centri commerciali, si trovano anche i soggetti più disinvolti che con la ASD fondata per diffondere il gioco della dama e delle freccette gestiscono una libreria o organizzano eventi.

In questo tipo di associazioni, oltre all’evidente possibilità di evasione/elusione fiscale, esiste il fenomeno ancora più preoccupante relativo all’inquadramento e alla retribuzione di quelli che ci lavorano. Per l’importanza e il giusto riconoscimento che viene dato allo sport in generale, agli sportivi dilettanti è riconosciuto un particolare regime per l’attività che svolgono in seno alle associazioni alle quali appartengono. Il loro “lavoro”, infatti, sfugge a qualsiasi normativa di tutela, a partire dal livello minimo di retribuzione per finire con la previdenza e assistenza sociale.

I compensi che vengono erogati agli sportivi dilettanti, anche a titolo di indennità o rimborso spese anche non documentate, sono totalmente esenti da qualsiasi prelievo fiscale fino a 10.000 euro all’anno. Sulle eventuali somme eccedenti i 10.000 euro e fino a ben 30.658,28 si applica la ritenuta d’acconto IRPEF del 23% e le ulteriori ritenute a titolo di Addizionali IRPEF Regionale e Comunale. Neanche un centesimo di contributi, né a carico dello sportivo né tantomeno a carico dell’associazione. E con questo sistema si possono retribuire non solo gli “atleti”, ma anche gli “allenatori”, i “giudici di gara” e, a certe condizioni, anche i “commissari speciali” che visionano l’operato degli arbitri e i “dirigenti accompagnatori”.

Agevolazioni e semplificazioni molto ampie, sicuramente corrette nella “ratio” della norma, ma che si prestano indubbiamente a fin troppo facili abusi, con importi anche rilevanti che restano sempre totalmente esenti da ogni forma di contribuzione e solo in parte, per le cifre più elevate, scontano un minimo prelievo fiscale. Una tentazione decisamente troppo forte.

 

False associazioni, un futuro ancora grigio: le nuove leggi serviranno ad arginarle?

Se tutto questo finirà con l’entrata in vigore a pieno regime del nuovo Codice del Terzo Settore, è difficile dirlo. Personalmente ho seri dubbi. Intanto è necessario attendere la piena attuazione della riforma che, più volte rinviata, dovrebbe finalmente arrivare nel 2021 con l’attuazione del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, emergenza COVID-19 permettendo.

L’unica cosa certa è che, a riforma completata, cesserà l’applicazione alle Associazioni Culturali e alle Pro Loco dei benefici fiscali della legge 398/91, che tuttavia resteranno per le Associazioni Sportive Dilettantistiche; gran parte delle quali, com’è ovvio, non entreranno nel terzo settore e resteranno sotto la normativa speciale in materia. Per le ASD resterà anche il regime agevolato dei compensi agli sportivi dilettanti e il relativo “inquadramento”.

Certamente le false associazioni, che di fatto sono attività commerciali “mascherate”, subiranno un certo colpo, ma immagino che stiano già pensando a come superare la crisi, magari attraverso il rispolverato regime fiscale forfetario destinato alla generalità dei cosiddetti “Enti Non Commerciali”. Come sempre, più che di leggi e regolamenti avremmo bisogno di controlli seri, continuativi ed efficaci, che per la nostra Amministrazione Finanziaria sembrano essere un risultato ancora di là da venire, almeno per alcuni settori.

Photo by Jametlene Reskp on Unsplash

Consulente del Lavoro, MBA (U.S.A.), ultimi due esami da sostenere per la Laurea Triennale in Scienze Giuridiche, è docente per i corsi di formazione della CCIAA Maremma e Tirreno e di altre Agenzie Formative. Professionista contabile, Tributarista e Revisore Legale dei Conti, ha avuto importanti esperienze come Responsabile Amministrativo del giornale “Il Messaggero Marittimo” e Direttore Amministrativo e Finanziario del terminal portuale LTM di Livorno. Ha ricoperto ruoli di consulente di direzione, amministratore e revisore per emittenti televisive locali, testate giornalistiche, società di ingegneria, aziende a partecipazione pubblica. Consigliere Comunale dal 1995 al 1999, è stato amministratore dell’Istituzione per i Servizi alla Persona del Comune di Livorno dal 2006 al 2009. Associato dell’Institute for Social Banking, si occupa dal 2013 di economia e finanza etica, microcredito e valute complementari. [ Guarda tutti gli articoli ]

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