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Trieste, 2.700 posti di lavoro da colosso del tabacco: la politica manda in fumo più che in porto

Trieste, 2.700 posti di lavoro da colosso del tabacco: la politica manda in fumo più che in porto

La British American Tobacco aprirà una sede produttiva a Trieste, creando 2.700 posti di lavoro. Ma la città è ancora seduta sul suo vero tesoro: il porto franco, che nelle agende della politica è lettera morta da settant’anni. Il quadro della situazione con l’opinione di Vito Potenza, di TLT – Territorio Libero di Trieste.

L’annuncio del colosso BAT (British American Tobacco) di investire 500 milioni di euro per la creazione di una nuova sede produttiva a Trieste è stato accolto con grande entusiasmo da tutti gli esponenti di spicco della politica giuliana e non solo. Dal ministro per le Politiche agricole, il triestino Stefano Patuanelli, al presidente della Conferenza delle Regioni, il governatore del Friuli Venezia-Giulia Massimiliano Fedriga, il consenso per l’arrivo della multinazionale britannica è stato pressoché trasversale.

D’altronde, i 2.700 posti di lavoro previsti per l’apertura del sito “A Better Tomorrow Hub” – che dovrebbe comprendere un centro di produzione, un laboratorio di innovazione e un centro per la trasformazione e il marketing digitale – non possono che far gola a un Paese che cerca in tutti modi di rimanere a galla nonostante la crisi mordente, ma soprattutto a una città come Trieste, prima in Italia per tasso di emigrazione.

Una ventata di speranza talmente forte da aver fatto passare pressoché in sordina il pacchetto di norme inserito in extremis nell’ultimo Milleproroghe per consentire anche in Italia la produzione delle cosiddette nicotina pouches – bustine di nicotina da inserire tra labbro e gengiva per smettere di fumare – su cui vuole puntare proprio la BAT per la sua produzione di Trieste.

Una generosa spinta in più per incoraggiare l’investimento, per la quale si è mosso in prima linea il parlamentare Ettore Rosato. “Mi batto per il mio Paese e per la mia città”, ha commentato il triestinissimo presidente di Italia Viva, molto vicino a Matteo Renzi, cui la multinazionale non sarebbe in realtà poi così estranea. Ci sono infatti anche i finanziamenti e gli incarichi commissionati dalla BAT tra i vari capi di accusa nell’inchiesta per corruzione sulla Fondazione Open.

Il porto franco di Trieste, un tesoro nascosto nei cassetti della politica

Tornando a Trieste: sì, è vero, battersi per il rilancio economico del proprio territorio è una necessità sacrosanta. Per questo stride non poco la battaglia per portare a termine un provvedimento di fatto una tantum, anziché lottare per degli investimenti strutturali, soprattutto in un territorio come quello giuliano, dove nonostante un enorme potenziale l’economia fatica a decollare.

Già, perché Trieste possiede un vero e proprio tesoro nascosto, il cui sviluppo è stato archiviato per molti anni nei cassetti della politica, ma su cui ora, a valle anche dei timidi slanci in avanti compiuti dagli ultimi governi, la stessa BAT dimostra di voler scommettere: il suo porto. O meglio, il porto franco. Uno status che, se attuato concretamente, permetterebbe alla città di competere coi maggiori porti europei, se non mondiali – come Rotterdam, per citarne uno – grazie a una serie di importanti sgravi fiscali.

Tuttavia, quello della BAT, che si insedierà nell’area di FreeESTE, una nuova zona franca di recente istituzione, è il primo vero investimento industriale nel porto franco triestino da trent’anni. “Un evento eccezionale”, come l’ha definito in maniera entusiastica il presidente dell’Autorità portuale Zeno D’Agostino. Ma è proprio qui il punto: perché non si è ancora riusciti a fare dell’eccezione una regola? Ci troviamo in un momento storico: grazie al Next Generation EU siamo di fronte a un’irripetibile opportunità di crescita. Nel PNRR, però, nonostante i grandi proclami, ad oggi non è previsto alcun progetto ufficiale per il porto (franco) di Trieste. E ciò rischia ancora una volta di penalizzare la città.

Eppure c’è chi i “soldi dell’Europa” proprio non li vuole, nonostante abbia fatto del riconoscimento del porto franco di Trieste la propria battaglia politica e personale.

“Quello di Trieste è un porto internazionale, non un porto europeo. Lo ha sancito la Risoluzione 16 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 10 gennaio 1947, che prevedeva la nascita del Territorio Libero di Trieste, e in quanto tale andrebbe trattato.”

A parlare è Vito Potenza, candidato sindaco nel 2016, a capo dell’omonimo gruppo del TLT – Territorio Libero di Trieste. Sono proprio le sue parole, che a primo impatto potrebbero sembrare pura utopia, a mettere in luce come sia proprio l’excursus storico – e soprattutto politico – vissuto negli ultimi settant’anni da questa città a rendere lo sviluppo del suo porto così macchinoso.

Dagli Asburgo alla BAT: se gli stranieri sono più lungimiranti dei governanti italiani

I primi a puntare sul porto franco furono gli Asburgo, consapevoli della sua posizione strategica. Ai tempi di Maria Teresa d’Austria la città fiorì dal punto di vista economico, sociale e demografico proprio grazie al ruolo centrale di cui venne investito il suo porto, varco d’Europa nel cuore del Mediterraneo. Un crocevia mitteleuropeo per eccellenza, tutt’ora primo sbocco sull’Adriatico per Austria, Germania e Ungheria e ponte tra Occidente e Balcani, che nell’epoca della globalizzazione potrebbe fruttare alla città un’enorme importanza a livello mondiale.

Il secolo scorso, invece, la sua vocazione extraterritoriale, rimasta attiva per oltre trecento anni, fu messa in stand-by. Tutto iniziò al termine della Seconda guerra mondiale, quando il porto franco internazionale di Trieste venne effettivamente riconosciuto dall’Allegato VIII del Trattato di Pace di Parigi del 1947 e confermato definitivamente dal Memorandum d’intesa di Londra del 1954, che ne cedeva l’amministrazione al governo italiano, con l’impegno di mantenerne lo status giuridico. Ma ecco che, tra il susseguirsi delle varie legislature di Prima, Seconda e Terza Repubblica, la completa attuazione di tale regime doganale si è arenata nei meandri della burocrazia italiana.

Perché? Semplice: nonostante la sottoscrizione dei trattati internazionali, la legge italiana non riconobbe mai ufficialmente l’esistenza del porto franco dello scalo, nemmeno con la riforma portuale del 1994. Solamente cinque anni fa, nel 2017, il Decreto interministeriale Del Rio/Padoan, dopo 63 lunghissimi anni d’attesa, sembrò paventare una soluzione all’annosa questione, sancendone definitivamente l’esistenza e mettendone nero su bianco le peculiarità. Peccato che nemmeno questo decreto abbia visto, ad oggi, una totale attuazione, anche a causa della mancata notifica dello stato extradoganale all’Unione europea da parte dell’Italia.

Draghi promette, ma a Trieste c’è chi vuole diventare Stato indipendente. E i cittadini continuano ad andarsene

Un nuovo spiraglio è stato accennato dal Governo Draghi ,che ha annunciato lo scorso dicembre di voler riaprire il confronto di Bruxelles. “Tutto fumo negli occhi”, secondo Potenza, che ribadisce: “Sanno già che andrà a finire in un nulla di fatto. L’Europa si è espressa chiaramente in materia in passato. Come dichiarato nel 2012 dal commissario europeo per la fiscalità e l’unione doganale, Algirdas Semeta, il porto di Trieste è un porto franco extradoganale. Ora è solo il momento di metterlo in pratica”.

Un’opportunità che renderebbe il territorio una calamita per gli investimenti, e che per Potenza potrebbe concretizzarsi solo con il definitivo riconoscimento del Territorio Libero di Trieste: un vero e proprio territorio indipendente (come previsto dal Trattato di Parigi del 1947) che avrebbe dovuto essere demilitarizzato e neutrale, così da fungere da “Stato cuscinetto” tra il blocco occidentale e l’ex blocco comunista, nonché libero da obblighi doganali. Rivendicazione definita illegittima proprio lo scorso 21 marzo, dopo una lunga battaglia giuridica, dalla Corte di Cassazione.

E ora? I rappresentanti del TLT non si danno per vinti, Draghi promette di far valere le prerogative del porto franco in Europa e D’Agostino annuncia cospicui investimenti. Ognuno, a modo suo, dà grandi speranze alla città, ma per il momento resta solo il rischio di tornare a perdersi tra i vicoli ciechi di burocrazia e politica. E, nel frattempo, l’unica certezza per i suoi cittadini è quella di andarsene, svuotando sempre di più un capoluogo che ha perso quasi centomila abitanti negli ultimi settant’anni.

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