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Vaccini in azienda: i privati sono pronti, lo Stato ancora no

Vaccini in azienda: i privati sono pronti, lo Stato ancora no

Le imprese sono pronte a partecipare alla campagna vaccinale mettendo a disposizione strutture e risorse, ma mancano leggi e protocolli. Tra le questioni aperte responsabilità penale, civile e privacy.

Le aziende sono pronte a vaccinare i propri dipendenti, ma dallo Stato mancano protocolli condivisi e anche le regioni si sono mosse soltanto sulla carta.

Il 6 aprile è stato firmato il protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali utili all’attivazione di postazioni straordinarie nei luoghi di lavoro. I sindacati e le imprese si sono riuniti con i ministri Andrea Orlando (Lavoro) e Roberto Speranza (Salute), con il supporto dell’Inail. L’accordo consentirà a tutte le imprese di vaccinare i dipendenti che vorranno farlo.

Le parole del ministro Orlando – “Accordo perfettibile, ma punto fermo e una buona notizia per il Paese” – rispondono agli interrogativi posti nel nostro articolo: Dove si faranno? Con quali medici? Chi pagherà? E soprattutto, quali saranno gli eventuali risvolti legali?

Dubbi che tengono svegli coloro che devono organizzare una macchina che potrebbe rivelarsi imponente, difficile da gestire, ma forse anche risolutiva in termini numerici. Se vaccini il privato entro l’estate, insomma, rischi di aver vaccinato buona parte del Paese.

Vaccini in azienda, OVS è già pronta a somministrarli a dipendenti e famigliari

Tra le prime aziende che si sono mosse c’è OVS, la società di vendita di abbigliamento che ha negozi in tutta Italia.

OVS si è già resa disponibile a sottoporre al vaccino i dipendenti della sede principale di Mestre e dei negozi della zona, includendo se possibile i famigliari, anche con l’utilizzo di risorse aziendali, incluso il medico competente, e dando la disponibilità dell’ampio parcheggio che si trova davanti alla sede come spazio per ospitare un centro di somministrazione per tutta la popolazione.

«Ci siamo messi a disposizione con una comunicazione diretta alla Regione Veneto», spiega il responsabile delle risorse umane Sergio Caredda. «In molte regioni Confindustria si è resa protagonista di un’iniziativa nel raccogliere le adesioni delle aziende. In alcuni casi il rapporto avviene anche con l’azienda sanitaria di appartenenza. Non c’è un processo di accreditamento ben definito, per ora».

Ogni regione e ogni categoria procedono in ordine sparso attraverso la stipula di accordi, che al momento sono rimasti però sulla carta. «Abbiamo anche aderito all’iniziativa di Federdistribuzione, nella quale poniamo l’accento sul fattore di rischio dei dipendenti delle nostre strutture commerciali, dando disponibilità per una vaccinazione prioritaria anche con l’uso dei nostri medici preposti».

Fino a ora, però, poco si è mosso, come conferma lo stesso Caredda: «C’è ancora una certa confusione. Per ora il principio confermato a livello nazionale è unicamente quello per fasce di età. In questo senso, è difficile che la disponibilità delle aziende si tramuti in un atto concreto, fatta salva la disponibilità di spazi per la popolazione generale. Qualora si dovessero comunque trovare modalità che consentano davvero la vaccinazione in azienda, restano poi alcuni temi aperti, relativamente alla responsabilità delle aziende (cosa succede se una persona sta male dopo il vaccino?) e la normativa privacy (l’azienda non può acquisire informazioni sulle vaccinazioni del proprio personale)».

Hub per i vaccini in azienda pronti in tutta Italia: manca solo la legge

Alcune aziende hanno già avuto l’esperienza della vaccinazione contro l’influenza nell’autunno 2020 e si sentono pronte a ripetere l’esperimento, anche se a oggi chiedono protocolli sicuri.

«Come Agos siamo partiti a dicembre con la somministrazione dei vaccini antinfluenzali, ed eravamo anche pronti a far fronte all’evoluzione del piano vaccinale contro il COVID-19», dice Fabio Fogliata, Health & Safety Manager della finanziaria Agos Ducato. «Perciò abbiamo colto subito l’opportunità di iscriverci al progetto di Confindustria, che ha aperto a tutte le realtà italiane, data la nostra presenza sull’intero territorio nazionale con le nostre 130 filiali».

«Ci sono però diversi punti aperti da risolvere per consentire la messa a terra del piano. Il primo problema è che, pure avendo una organizzazione centrale, dobbiamo invece confrontarci con un piano di vaccinazioni gestito a livello locale e secondo regole in evoluzione continua. Abbiamo dato la disponibilità delle sedi di Milano e di Lucca come hub di vaccinazione, dove potremmo arrivare a vaccinare complessivamente fino a 5.000 persone tra dipendenti e famigliari. Finora non abbiamo avuto alcuna risposta. La prima nota ufficiale del governo è arrivata venerdì scorso, ma è un documento programmatico che non fornisce ancora una guida ufficiale.

«E poi c’è il tema organizzativo vero e proprio», continua Fabio Fogliata. «Non abbiamo ancora l’idea precisa dei costi, che comprendono l’adattamento delle infrastrutture, le cablature per mettere a punto la rete necessaria alla comunicazione dei dati e la gestione delle emergenze, con la presenza di sanitari esperti sul posto. Ci stiamo organizzando con Crédit Agricole Italia, che fa parte del Gruppo CA, come il nostro azionista di maggioranza, per unire i nostri sforzi e fornire un servizio più capillare. In questo modo saremmo in grado di aprire 16 progetti. Intanto abbiamo iniziato a fare scouting alla ricerca di società che abbiamo le competenze mediche su come gestire gli hub che potremmo mettere a disposizione».

Chi si vaccina per primo? Lo Stato non lo dice, le regioni decidono da sole

Insomma ci vorrebbe una legislazione, o quantomeno delle linee guida per chi da privato si avvicina al mondo delle vaccinazioni.

Al momento i pochi passi mossi in questo senso sono quelli avanzati in commissione lavoro e welfare da parte del senatore in quota Forza Italia Franco Dal Mas, assieme al collega Massimo Mallegni (Fiudc), sulle priorità delle categorie essenziali. Nella loro proposta chiedono quali categorie dovranno avere la precedenza.

Il 9 febbraio 2020, in un documento emanato dal Ministero della salute in collaborazione con la struttura del commissario straordinario per l’emergenza COVID-19, erano state identificate dopo la Fase 1 (nella quale hanno la precedenza operatori sanitari e sociosanitari) altre sei categorie, in ordine di priorità decrescente. Nelle premesse veniva riportato che «con l’aumento delle dosi di vaccino disponibili si inizierà a vaccinare anche altre categorie di popolazione tra le quali quelle appartenenti ai servizi essenziali, quali anzitutto gli insegnanti e il personale scolastico, le forze dell’ordine, il personale delle carceri e dei luoghi di comunità». Insomma, quasi tutti lavoratori del pubblico impiego.

«I dati ufficiali – continua Dal Mas – e le notizie che giungono dalle regioni dicono che, complice l’indefinitezza delle linee guida varate a dicembre e riviste un mese fa, le regioni hanno dato vita a a un sostanziale fai-da-te nell’individuazione delle categorie da vaccinare per prime.»

Obbligo vaccinale per tutti: “Gli obiettori? Demansionati, non licenziati”

Se dal punto di vista organizzativo c’è poca chiarezza, ce n’è ancora meno da quello legale a livello di gestione dei dati e di responsabilità qualora qualcosa non andasse come previsto.

L’ex ministro del lavoro Cesare Damiano in un suo intervento ha già richiesto lo “scudo penaleper i medici, ma al momento è arrivato per le società che producono il vaccino. Lo stesso richiedono gli imprenditori che nei prossimi giorni procederanno a vaccinare i propri dipendenti, atto che potrebbe essere non solo consigliato, ma per certi versi obbligatorio.

Anche perché il rischio è «che il datore di lavoro, non vaccinando il dipendente, venga meno ai propri obblighi di legge – spiega a SenzaFiltro Mariella Magnani, professore emerito di Diritto del Lavoro dell’Università di Pavia – perché ha il dovere di garantire la salute dei propri clienti. Non credo si potrà licenziare chi non aderirà ai vaccini, ma è possibile un demansionamento, magari spostando il lavoratore in una posizione che non prevede il contatto con il pubblico».

Oltre alla questione della responsabilità penale, a preoccupare le aziende c’è quella civile, che potrebbe tradursi in risarcimenti qualora non ci fosse la sufficiente copertura. «Aspettiamo la definizione di un protocollo – dice Luca Battistini, direttore del personale della Capp Plast di Pistoia – che chiarisca quali potranno essere le responsabilità penali, ma anche in sede civile».

«Ci siamo mossi in questi giorni con il nostro broker assicurativo. Ci sono assicurazioni che hanno già iniziato a lavorare in questo senso, perché hanno creato un pacchetto a tutela COVID-19. Noi l’abbiamo adottato all’interno del welfare aziendale, ma stiamo trattando questa nuova polizza per la responsabilità civile, che dovrà coprire tutto. A partire dal medico interno, fino agli infermieri e ai soccorritori che faranno da coadiuvanti. Dovremo garantirli non solo in caso di eventi nefasti a seguito del vaccino, ma anche per potenziali infortuni sul lavoro.»

L’altro tema delicato è quello della privacy. «Ci stiamo muovendo sul limite della normativa sulla privacy – continua Battistini – anche solo quando chiediamo ai nostri dipendenti se sono disposti a vaccinarsi. Ma ci vorrà chiarezza, dopo i vaccini, anche su quella che sarà la gestione di dati sensibili».

Foto di Daniel Schludi da unsplash.com