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Whistleblowing: “Dal commercialista dovevo imparare, invece sto regredendo”

Whistleblowing: “Dal commercialista dovevo imparare, invece sto regredendo”

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Nel mondo della libera professione spesso ci si ritrova dei datori di lavoro che hanno targhette attaccate alla porta – commercialista, revisore contabile – che vorresti davvero capire come hanno fatto a ottenere.

La risposta non è tanto difficile da immaginare. Per i comuni mortali non bastano 36 esami per accedere alla professione: devi fare la pratica, ora di 18 mesi, e sostenere esami in cui le prove vertono su circa 13 materie, pagando 300 euro a tentativo; superate le varie prove, poi, forse si ottiene il “titolo”. Altri hanno vie preferenziali: conoscono qualcuno nella commissione, sanno la traccia, si preparano su quella e il gioco è fatto.

Poi te ne accorgi, che quel titolo per alcuni è solo un pezzo di carta. Te ne accorgi quando è il dipendente a spiegare al datore di lavoro come si deve lavorare. Poi poco importa se il contratto collettivo degli studi è l’unico che non viene mai aggiornato, e il compenso è fermo al dopoguerra.

Nello studio in cui sono adesso è un delirio. Sono arrivata pensando di crescere professionalmente, ma sto regredendo. Avevano parlato di corsi di formazione, ma è un anno che sono qui e a parte quelli gratis, fatti di mia iniziativa nel mio tempo libero, non ne ho fatto mezzo. In un lavoro come il mio è impensabile, visto che la normativa cambia ogni mezz’ora – soprattutto in questo periodo.

C’è una collega prossima alla pensione che doveva insegnarmi grandi cose. Si è spacciata negli anni come un guru dell’economia, e il capo le ha creduto, vista l’impossibilità di valutarla; del resto non le sa neppure lui, le cose. Ma dopo qualche mese ho scoperto una marea di errori di varia natura nelle contabilità, detrazioni Iva sbagliate, costi rilevati a caso, dichiarazioni Iva e redditi completamente fasulle, si usavano i trasferimenti del programma senza capire se fossero fatti bene o no e se ci fossero rettifiche da fare.

Oltre a non aver appreso niente da nessuno, ho formato l’altra collega, che anche lei grazie alla senior e al capo assente aveva convinzioni del tutto sbagliate. Le altre ragazze erano alle prime armi, e dopo qualche mese sono sempre scappate. A una certa facevo pure fatica a memorizzare i nomi, Greta, Barbara, Melissa, parevano le audizioni di un talk show. Ragazzine a cui veniva promesso di fare grandi cose, ma che in realtà dovevano rispondere al telefono e senza alcuna formazione venivano ingaggiate per fare 730 e cose a caso, senza sapere neppure la differenza tra farmaco e parafarmaco.

Al termine dei 730 il mio capo mi ha detto: speriamo bene. Gli ho risposto che doveva pregare molto, perché aveva messo delle persone del tutto impreparate a fare un adempimento importante, e affidarsi alla fortuna non era una soluzione; che doveva pensarci a marzo, a formare una persona e dedicarla a quello. La risposta: ma c’era la pandemia. La mia è stata: anche gli altri anni c’era la pandemia? Perché a me pare sia sempre andata così. E poi esistono corsi online, di cui lui, come sempre, ignora l’esistenza.

La senior tra l’altro non voleva la suddivisione delle aziende tra le persone, ma che tutti gestissero tutto, così lei faceva solo quello che le piaceva e le altre facevano quello che lei non voleva fare. Ovviamente i clienti non erano seguiti: con questo stile le rogne venivano accantonate al prossimo fortunato che si trovava a registrare. Di solito capitava a chi si trovava a chiudere il bilancio, visto che a quel punto si doveva risolvere per forza.

Insomma un delirio, permesso da un capo non capo, privo di conoscenze, privo di una visione d’insieme, di un senso organizzativo. Tanto basta mettere una targa e il gioco è fatto. Poi poco importa se non si sa da dove iniziare. Ho preteso la suddivisione con lotte di supremazia con la senior. Per me non era una questione personale, ma l’unico modo per lavorare decentemente, con il mio capo che mangiava pop-corn mentre si discuteva. Poi è stato fatto, e lui: “Ho preso una buona decisione nel suddividere le contabilità, perché i clienti hanno un referente, io so a chi chiedere di una situazione e si sa anche a che punto sono le registrazioni”. Non riporto i miei pensieri, sono troppo cattivi.

Dopo quattro mesi in questo fantastico posto, arriva la pandemia a sentenziare la mia permanenza. Dopo mille pressioni, perché lo studio già di suo era sempre sporco, con faldoni sparsi per terra e un viavai di persone in ufficio, parte il telelavoro. Mai comunicato agli enti, senza un contratto, anche qui totale anarchia.

Rientriamo a luglio: protocolli COVID, che cosa sono? Non pervenuti. Ora la situazione sta di nuovo peggiorando. Ho chiesto il telelavoro, e soprattutto se era possibile per me farlo altrove, visto che la mia famiglia è in Puglia e io vivo per conto mio: sono stata quattro mesi letteralmente murata in casa, da sola; mi chiedo come non sia impazzita. Se mi viene qualcosa non ho nessuno che mi passa un piatto dietro la porta, va a fare la spesa o mi compra medicine. Ma lui in un’e-mail ha bollato comeansia da pandemiale mie richieste di iniziare a contrattualizzare il telelavoro e di valutare anche le mie esigenze. Tra l’altro la mia pausa pranzo viene fatta in strada, con un panino freddo, sotto qualsiasi condizione metereologica visto che in ufficio non c’è un luogo dedicato.

Prendevo i mezzi, ma ora non me la sento, e quando piove – mezz’ora ad andare e mezz’ora a tornare – arrivo sfigurata a casa. L’altro giorno, con l’allerta arancione, sono stata costretta a prendere l’autobus perché il vento mi ha piegato in due l’ombrello antivento da 30 euro (non una cinesata) e spostava anche me. Alla mia richiesta di consentirmi di lavorare da casa almeno in giornate come queste, la risposta è stata: bisogna organizzarsi per venire a lavorare. Certo, perché dovevo prevedere che arrivasse una pandemia e non potessi più usare i mezzi. Per di più l’ufficio è in ZTL, e il capo non considera che quasi mi converrebbe non lavorare se dovessi pagare macchina e parcheggio ogni giorno.

Questo è il mio mondo del lavoro, anzi un suo breve estratto, che non rievoca tutte le questioni di ogni giorno. Morale: mi sono laureata in tempo, con la borsa di studio e a pieni voti, e mi sono dovuta trasferire lontano da chi mi ama. Se oggi qualcuno mi chiedesse “lo rifaresti?”, la risposta sarebbe: mai!

Sarei stata più felice se avessi fatto l’estetista a nero.