Le pensioni delle donne raccontano vent’anni di mercato del lavoro precario

Il gap del 34% non è un’anomalia del sistema previdenziale, bensì è il rendiconto di scelte strutturali che qualcuno ha fatto e qualcun altro sta pagando

Il Rendiconto Sociale INPS pubblicato il 23 giugno 2026 contiene un dato che merita più attenzione di quanta ne abbia ricevuta: le donne percepiscono in media il 34% in meno degli uomini sulla pensione. Trentaquattro punti percentuali di divario, documentati dall’istituto previdenziale italiano su dati 2024.

La reazione standard a questo numero è trattarlo come un problema previdenziale. Come se il sistema pensionistico avesse qualcosa da correggere al proprio interno. Non è così. Il sistema previdenziale funziona esattamente come deve: restituisce in forma di pensione quello che è stato versato in forma di contributi. Se i contributi sono stati bassi, discontinui o assenti, la pensione sarà bassa, discontinua o assente. Il 34% di divario è la fotografia fedele di vent’anni di mercato del lavoro. Non di vent’anni di previdenza.

Chi ha costruito questo risultato

I settori dove il part-time involontario è strutturale non sono misteriosi. Grande distribuzione: le lavoratrici delle casse e dei reparti che accettano contratti da 20 ore settimanali perché l’alternativa è non lavorare. Ristorazione: le cameriere con contratti da 15 ore che ne lavorano 40, con la differenza pagata in nero o non pagata affatto. Servizi alle persone — colf, badanti, assistenti domiciliari — dove il lavoro è femminilizzato per definizione e la regolarizzazione è l’eccezione, non la norma. Tessile e abbigliamento, soprattutto nel manifatturiero diffuso, dove i contratti part-time si moltiplicano in corrispondenza con le fluttuazioni stagionali.

In tutti questi settori, il part-time non è una scelta. È una condizione imposta dal mercato a chi ha meno potere contrattuale. I dati INPS lo documentano con precisione: la percentuale di donne in part-time involontario in questi comparti è sistematicamente più alta di quella maschile. Non perché le donne preferiscano lavorare meno — ma perché il mercato ha deciso che il loro tempo vale meno e che la loro disponibilità è negoziabile.

A questo si aggiunge la discontinuità contributiva. Ogni interruzione di carriera per lavoro di cura — maternità, assistenza a genitori anziani, gestione dei figli in assenza di servizi adeguati — è un buco nella storia contributiva. Il sistema previdenziale registra quel buco fedelmente. Nessuno lo ha riempito.

Il conto arriva alla fine

Quello che rende il gap pensionistico diverso da altri indicatori di disuguaglianza è la sua irreversibilità. Un divario salariale, in teoria, può essere corretto nel corso della carriera. Un gap contributivo accumulato su vent’anni di part-time involontario, interruzioni di carriera e lavoro irregolare non si recupera. Quando arriva il momento della pensione, il conto è definitivo.

Questo significa che le donne che oggi percepiscono pensioni inferiori del 34% rispetto agli uomini non sono vittime di una disfunzione del sistema previdenziale — sono il risultato prevedibile e documentato di scelte che il mercato del lavoro italiano ha fatto negli ultimi vent’anni e che nessuna politica ha seriamente corretto. La precarizzazione selettiva, il part-time strutturale nei settori femminilizzati, la mancanza di servizi di cura che consentissero continuità lavorativa: tutto questo ha un costo, e il costo lo stanno pagando adesso le donne che vanno in pensione.

Chi beneficia del silenzio

C’è una domanda che il Rendiconto Sociale INPS non pone ma che i dati autorizzano: a chi conviene che questo meccanismo continui a funzionare così?

La risposta non è comoda. Conviene ai settori che hanno costruito la propria competitività sul costo del lavoro femminile tenuto basso attraverso il part-time involontario. Conviene a chi ha esternalizzato il costo del lavoro di cura sulle famiglie — e sulle donne dentro le famiglie — invece di investire in servizi pubblici. Conviene a chi può presentare dati sull’occupazione femminile in crescita senza dover rispondere alla qualità di quella occupazione.

Il 34% di divario pensionistico non è un numero del passato. È il numero che descrive quello che stiamo costruendo adesso, per le donne che oggi lavorano part-time involontario nella grande distribuzione di Brescia o nel settore dei servizi alle persone di Napoli. Tra vent’anni, il loro Rendiconto Sociale INPS dirà la stessa cosa — a meno che qualcuno non decida che vale la pena cambiare qualcosa prima che il conto arrivi.

Nessuno sembra avere fretta.

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