I settori dove il part-time involontario è strutturale non sono misteriosi. Grande distribuzione: le lavoratrici delle casse e dei reparti che accettano contratti da 20 ore settimanali perché l’alternativa è non lavorare. Ristorazione: le cameriere con contratti da 15 ore che ne lavorano 40, con la differenza pagata in nero o non pagata affatto. Servizi alle persone — colf, badanti, assistenti domiciliari — dove il lavoro è femminilizzato per definizione e la regolarizzazione è l’eccezione, non la norma. Tessile e abbigliamento, soprattutto nel manifatturiero diffuso, dove i contratti part-time si moltiplicano in corrispondenza con le fluttuazioni stagionali.
In tutti questi settori, il part-time non è una scelta. È una condizione imposta dal mercato a chi ha meno potere contrattuale. I dati INPS lo documentano con precisione: la percentuale di donne in part-time involontario in questi comparti è sistematicamente più alta di quella maschile. Non perché le donne preferiscano lavorare meno — ma perché il mercato ha deciso che il loro tempo vale meno e che la loro disponibilità è negoziabile.
A questo si aggiunge la discontinuità contributiva. Ogni interruzione di carriera per lavoro di cura — maternità, assistenza a genitori anziani, gestione dei figli in assenza di servizi adeguati — è un buco nella storia contributiva. Il sistema previdenziale registra quel buco fedelmente. Nessuno lo ha riempito.