Cosimo Tizzani, HSE manager, ha 51 anni, una figlia di 14, e vive a un quarto d’ora dal birrificio. È arrivato nel 2021 dopo 15 anni in un’azienda del settore dei microchip. Racconta che a un certo punto i line manager avevano smesso di frequentare lo stabilimento, e che investimenti già avviati non avevano avuto seguito. “Eravamo già abbandonati da un po’ di anni. Sembra quasi un piano studiato, quello di arrivare ai giorni di adesso in cui di fatto ci vogliono chiudere”.
Nonostante ciò, sono state diverse le iniziative portate avanti in autonomia dagli stessi lavoratori per cercare di aumentare le vendite e migliorare il bilancio. Una di queste nasce intercettando il flusso di romani diretti a Campo Felice e Ovindoli: stand, eventi e vendita sulle piste. “C’erano giornate in cui arrivavamo a fatturare anche 5.000 euro al giorno solo di birra” .
Per non parlare dei contatti con l’estero: a San Paolo un importatore di prodotti italiani vede la possibilità di affiancare una birra italiana alle pizzerie italiane: “‘Con questa birra sbanchiamo’, ci aveva detto quando è venuto da noi” ricorda Cosimo. Ma ci sono stati contatti anche in Norvegia e in Australia.
Nel frattempo si è intervenuti sui costi: un defangatore, racconta, porta la spesa per lo smaltimento dei fanghi da circa 50.000 a 5.000 euro l’anno, e si passa al gas naturale quando diventa più conveniente del GPL. Ma non solo: “Con il precedente direttore di stabilimento avevamo fatto un business plan per scoprire che, con opportune ristrutturazioni, questa azienda è assolutamente profittevole: il piano stimava circa un milione di euro di utile con 15.000 ettolitri prodotti, mentre la capacità dello stabilimento arriva a 36.000 ettolitri”.
La storia non finisce qui: nel 2023 Birra del Borgo ha partecipato a un bando Agrisolare per un progetto da circa 200.000 euro che mirava alla riduzione dei costi industriali e al miglioramento della sostenibilità del sito. Il finanziamento pubblico avrebbe coperto il 50%, mentre il resto toccava all’azienda, che al momento di autorizzare l’altra metà dell’investimento ha stoppato tutto. “I soldi ce li avevamo sul conto corrente, non ci hanno autorizzato”: il paradosso, per lui, è che proprio AB InBev assegnasse allo stabilimento obiettivi di decarbonizzazione.
La FLAI CGIL aggiunge un altro tassello alla vicenda: a Borgorose negli anni sarebbero stati isolati lieviti, sviluppate ricette e progettate soluzioni tecniche specifiche quando quelle disponibili sul mercato non erano sufficienti. Non soltanto una linea produttiva, quindi, ma un patrimonio di ricerca e competenze che con la chiusura rischierebbe di andare perso.