
Nell’ultimo quindicennio sono aumentati gli italiani in condizione di povertà assoluta: oggi sono 5,6 milioni, soprattutto giovani. Federico Polidoro, ISTAT, intervistato da SenzaFiltro: “Nonostante la ripresa, siamo più poveri rispetto al 2005”.
I NEET aumentano nel Regno Unito, dove alcuni bambini sono “predestinati” per il fallimento, ed esplode il fenomeno dei laureati senza lavoro in India. In Italia i numeri scendono, ma non per merito. La nostra analisi del fenomeno, dati alla mano

Anche per i britannici l’estate 2026 è stata la più calda di sempre. Ma prima che i giornali venissero (giustamente) invasi da interviste con climatologi, foto di parchi urbani che assomigliavano a deserti e titoli che imploravano i cittadini di non sprecare acqua, un’altra emergenza, non meno allarmante, aveva aperto la stagione: la dilagante disoccupazione giovanile. Per essere più precisi, si è ricominciato a parlare di NEET, giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione.
L’acronimo, che sta per Not in Employment, Education or Training, è stato coniato proprio nel Regno Unito alla fine degli anni Novanta, dopo che tra i corridoi di Whitehall per anni si era parlato di Status Zero, per definire adolescenti fuori dai percorsi di studio o lavoro. La crisi si consumava soprattutto tra le classi operaie e tra quei giovani che, dopo essere nati in quartieri operai e aver passato l’infanzia a prepararsi per fare la vita dei loro padri, una volta raggiunta l’età lavorativa hanno visto le fabbriche, le industrie e le miniere chiudere, lasciandoli senza nessuna prospettiva di futuro.
Status Zero, con tutto il classismo tipico di quell’epoca, si riferiva esattamente a quello: alla mancanza di prospettive, e quindi di valore all’interno della società. Quei giovani valevano zero. Per trovare un termine più preciso e meno offensivo, un funzionario del ministero dell’Interno ha coniato la sigla NEET, poi adottata a livello globale.
Lo scorso 28 maggio Alan Milburn, ex ministro del governo Blair, che oggi presiede la Social Mobility Foundation, ha pubblicato il rapporto intermedio della sua revisione indipendente sul tema. I numeri del rapporto lasciano poco spazio all’ottimismo. I NEET nel Regno Unito sono circa un milione e costano al Paese circa 125 miliardi di sterline l’anno, più di quanto sia l’intera spesa pubblica per l’istruzione, per dare un’idea. Di questo passo, il numero potrebbe superare il 16% dei giovani entro cinque anni. Più di un giovane su sette. Circa tre studenti per classe di scuola superiore, in media.
Il problema non è nuovo: secondo la British Chambers of Commerce, il tasso di NEET britannico è alto da decenni, ma ora sta diventando strutturale.
Milburn lo scorso agosto ha raccontato al Guardian che i segnali d’allarme compaiono prestissimo, già in età prescolare, e che le scuole primarie dovrebbero individuare i bambini a rischio di diventare NEET. Con queste dichiarazioni, Milburn fa due cose: innanzitutto sposta l’onere del problema sulle scuole e sulle famiglie. In secondo luogo, ammette che alcuni individui sono predestinati a fallire, e che la mobilità sociale è un miraggio sempre più distante.
Il rapporto finale non riserverà grandi sorprese. Già quello intermedio indica come fattori di rischio l’assenteismo, la povertà, i problemi di salute mentale e il tempo passato in affido. In larghissima parte, sono a rischio i bambini che hanno diritto ai pasti gratuiti a scuola. Quello dei pasti gratuiti è un indicatore di classe molto diffuso, su cui si basano tantissimi standard statistici del governo britannico: chi ne beneficia ha il doppio delle probabilità di essere NEET tra i 16 e i 24 anni.
Spesso sono anche gli stessi bambini classificati come SEN, cioè con bisogni educativi speciali. Secondo il ministero dell’Istruzione, chi era identificato con SEN all’ultimo anno di scuola dell’obbligo aveva 3,7 volte più probabilità dei coetanei di ricevere sussidi di disoccupazione a 27 anni.
La proposta di Milburn mostra con quanta serietà il governo stia prendendo il problema, ma è anche un’ammissione implicita: per alcuni bambini la partita si decide prima ancora di cominciare.
Altro che istruzione. Altro che merito.
In Italia, in assenza di un equivalente dei pasti scolastici gratuiti, un indicatore di classe molto usato è il titolo di studio dei genitori. E anche qui i dati sono netti: secondo AlmaLaurea, la quota di laureati con almeno un genitore laureato è salita dal 29% del 2015 al 35% del 2025. Nei corsi più prestigiosi il filtro si stringe: nelle lauree magistrali a ciclo unico la quota è del 46%, nel gruppo medico-farmaceutico del 55%. Se entrambi i genitori hanno al massimo la licenza media, si laurea solo il 13%.
Il legame con i NEET è diretto. Secondo la Fondazione Dedalo, osservatorio permanente sul fenomeno, è NEET il 39% di chi ha un basso titolo di studio, contro il 12% dei laureati. L’origine famigliare pesa sul titolo di studio, e il titolo di studio pesa sulla probabilità di restare fuori da scuola e lavoro.
Eppure la laurea non è più la garanzia di un tempo, non appena si valica il confine.
Nel Regno Unito le assunzioni di laureati da parte dei cento maggiori datori di lavoro sono calate di quasi un quarto dal 2022. Le grandi aziende ricevono in media 140 candidature per ogni posto da neolaureato, il valore più alto da quando l’Institute of Student Employers lo rileva, cioè dal 1991. Il debito, intanto, resta: chi ha iniziato a restituire il prestito studentesco nel 2025-26 doveva in media 47.730 sterline.
In India, paese con la popolazione giovanile più numerosa al mondo, dove il 65% della popolazione ha meno di 35 anni, i giovani laureati hanno un tasso di disoccupazione del 29%, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro; quasi nove volte quello dei coetanei che non sanno né leggere né scrivere. In sostanza, ci sono troppi laureati, e troppo pochi posti di lavoro per chi ha una laurea. Secondo il rapporto State of Working India 2026 dell’Università Azim Premji, quasi il 40% dei laureati sotto i 25 anni è disoccupato.
Quest’estate la frustrazione è esplosa. A maggio il presidente della Corte suprema indiana, Surya Kant, ha paragonato i giovani disoccupati a “scarafaggi” e “parassiti della società”. Anche se in seguito ha detto di riferirsi solo a chi ottiene lauree false, forse per contenere i danni, un massiccio gruppo di giovani ha deciso di riappropriarsi dell’insulto per farne la propria bandiera: è nato il Cockroach Janta Party, il “partito degli scarafaggi”, e le proteste che ha guidato a luglio hanno bloccato il Paese e contribuito a portare il ministro dell’Istruzione alle dimissioni.
In Italia la laurea, fino a un certo punto, continua a proteggere: tra i giovani la disoccupazione scende dal 17% di chi ha la licenza media al 7% dei laureati. Ma il lavoro che si trova spesso non corrisponde agli studi. Oltre un terzo dei laureati occupati tra i 25 e i 34 anni è sovraistruito, cioè svolge un lavoro che non richiede il suo titolo. E nonostante questo, per tasso di occupazione dei neolaureati, l’Italia è penultima nell’Unione.
Nel Regno Unito le statistiche sul fenomeno NEET considerano i giovani tra i 16 e i 24 anni. Per fotografare il fenomeno all’interno dei 27 Stati membri, Eurostat usa la fascia 15-29. In Italia, invece, alcune analisi arrivano fino ai 34 anni. Fa sorridere se si pensa allo stereotipo che ci vuole tutti eterni adolescenti, tutti mammoni. Fa sorridere un po’ meno quando si guardano i dati: da noi l’indipendenza arriva davvero più tardi, e di tanto. Secondo Eurostat, nel 2025 i giovani italiani hanno lasciato casa in media a 30,2 anni, contro una media europea di 26,3 anni e i 21,4 anni della Finlandia, Paese in cui si va a vivere da soli prima di tutti gli altri.
Eppure il governo italiano rivendica una vittoria: il numero di NEET è calato. Non si può dire che sia falso: il ministero del Lavoro cita il Rapporto annuale ISTAT 2026, secondo cui la quota di NEET è scesa dal 26% del 2015 al 13% del 2025. Ma è ancora presto per stappare lo champagne, perché dietro questa media – la quale, benché abbassata, resta tra le più alte d’Europa – ci sono tantissimi giovani dimenticati e le disparità di sempre: Nord verso Sud, uomini verso donne, classi alte verso classi operaie.
Prima di scrivere questo articolo, la differenza non mi era del tutto chiara. È disoccupato chi ha cercato lavoro nelle ultime quattro settimane ed è disponibile a iniziare entro due. È inattivo chi non ha cercato lavoro, non è disponibile, o entrambe le cose. Un NEET può essere l’uno o l’altro.
Il Rapporto Dedalo 2026 misura la distanza dal lavoro con una scala da 0 a 7, e quasi un NEET su tre si trova al livello più grave: non cerca lavoro, non sarebbe disponibile ad accettarlo ed è fuori da oltre un anno. Tra le donne la quota sale al 43%, tra gli uomini si ferma al 13%.
Secondo il Rapporto Dedalo, le donne NEET tra i 15 e i 34 anni sono 1.106.000, il 59% del totale. Il divario cresce con l’età: tra i 30 e i 34 anni è NEET il 30% delle donne, contro il 14% degli uomini. Nel Regno Unito, per inciso, accade il contrario: i NEET sono più spesso uomini.
Ciò che fa la differenza sono i figli: tra le madri che vivono in coppia il tasso di NEET arriva quasi al 50%, e per l’80% di loro i motivi principali sono le responsabilità famigliari e di cura. È bene ricordare che, per quanto queste donne siano fuori dal mercato del lavoro, in casa sono spesso tutt’altro che inattive: sulle loro spalle ricade il peso tanto invisibile quanto gravoso del lavoro domestico.
Il secondo divario è territoriale: nel terzo trimestre 2025 i NEET erano per il 23% al Sud, contro il 9% del Nord-Est e il 10% del Nord-Ovest. Le due fratture si sommano: tra i 25 e i 34 anni, con al massimo la licenza media, è NEET il 59% delle donne e il 24% degli uomini.
C’è poi un fattore che il dato complessivo nasconde: parte del calo si spiega con la demografia e un semplice calcolo matematico. Nello stesso periodo in cui è stato registrato il calo, a diminuire era anche il totale dei giovani italiani, sceso di circa 300.000. Questo significa che la percentuale di NEET migliora anche solo perché il gruppo di riferimento si è ristretto, e non per forza perché più ragazzi hanno trovato lavoro o sono tornati a scuola.
È scontato dire che tutti questi dati siano calcolati su chi è assunto con un contratto, cosa che purtroppo in Italia non è ancora diventata la norma. Si stima che oltre 7 giovani su 10 classificati come NEET in realtà un lavoro ce l’hanno, solo che è in nero: nelle grandi città la quota sale fino all’89%. Per metà di loro non si tratta di lavoretti occasionali, ma di un’attività che garantisce una vera indipendenza economica dalla famiglia, ma che non è dichiarata al fisco.
C’è infine un fattore anagrafico che nessuno dei rapporti citati finora considera: la cosiddetta fuga di cervelli. L’iscrizione all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) è obbligatoria per legge dal 1988, ma fino a poco tempo fa non comportava sanzioni per chi non la rispettava. Molti italiani trasferitisi all’estero, specie i più giovani, preferivano mantenere la residenza fiscale in Italia, restando quindi, sulla carta, ancora residenti nel Paese e inattivi. Dal 2024, però, la Legge 213/2023 ha introdotto multe da 200 a 1.000 euro per ogni anno di mancata iscrizione.
Come si poteva prevedere, il 2024 ha segnato un record assoluto di espatri netti, oltre 100.000, quasi il doppio della media degli anni precedenti. Secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica, questo balzo “è stato probabilmente influenzato dalle penalità introdotte per chi non si iscrive all’AIRE“, e conferma che i dati degli anni passati sottostimavano i veri flussi in uscita.
È legittimo chiedersi, allora, se anche questo possa aver influenzato, seppure in parte, il calo dei NEET registrato in questi anni.
Il numero dei NEET scende, ed è giusto riconoscerlo, ma un indicatore medio può migliorare anche quando le disuguaglianze al suo interno restano intatte. Il Rapporto Dedalo osserva che le politiche attive – penso al Bonus Giovani o al Piano integrato Autoimpiego – funzionano soprattutto per chi è già vicino al mercato del lavoro; per chi ne è lontano servono accesso agli asili nido, congedi e servizi.
Nel frattempo, in controtendenza rispetto all’abitudine inglese di minimizzare e non drammatizzare, nel Regno Unito si è iniziato a parlare del fenomeno in termini catastrofici. Si parla di opportunità che stanno scomparendo, di una generazione perduta.
Essere allarmisti non è mai una scelta politica saggia, ma lo stesso vale per chi festeggia risultati parziali e minimizza problemi strutturali che, se sommati alle altre crisi che coinvolgono il mondo del lavoro nel nostro Paese (tra cui spopolamento, intelligenza artificiale e crisi demografica, solo per nominarne alcuni), rischiano di portare al collasso il sistema lavorativo come lo conosciamo. E quel collasso non riguarderà solo i giovani.
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In copertina: NEET che dormono in un palazzo che ospitava uffici. Immagine modificata tramite IA

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