Missili sull’IA. Come la guerra colpisce il digitale

L’intelligenza artificiale esiste grazie a una filiera materiale, che può essere bombardata. È quello che è avvenuto il 2 marzo 2026 in due strutture di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein: cattive notizie per aziende, banche e Stati. Così la guerra nel Golfo mostra come cambia la geopolitica

20.03.2026
L'IA in guerra: i bombardamenti iraniani sul centro elaborazione dati di Amazon in EAU

Il 2 marzo 2026 è una data storica. Quel giorno Amazon Web Services ha dichiarato che due sue strutture negli Emirati Arabi Uniti e una in Bahrein erano state colpite nel quadro degli attacchi iraniani contro gli alleati regionali di Washington. Le conseguenze hanno registrato danni strutturali, interruzioni di alimentazione, attivazione dei sistemi antincendio e tempi di recupero definiti “prolungati”. Il Guardian l’ha scritto con una certa nettezza: è il primo deliberato bersagliamento di un centro elaborazione dati commerciale da parte delle forze armate di uno Stato in guerra. Gli analisti parlano di nuova vulnerabilità della guerra contemporanea.

Ho smesso di trovare sorprendenti queste notizie da quando ho iniziato a pensare a cosa sia un’infrastruttura digitale, nel concreto. Il cloud non è una metafora, un elemento intangibile o un non-spazio. È cemento, cavi, trasformatori, acqua, calore e coordinate geografiche. È un indirizzo. E tutto ciò che ha un indirizzo può essere sorvegliato, colpito, interrotto, negoziato e difeso. Ci siamo raccontati per anni che l’infrastruttura digitale fosse agile e leggera. Quella narrazione comoda ci ha aiutati a non fare le domande scomode, e incrocia terreni scomodi.

L’IA ha una filiera materiale. E può essere bombardata

Il 22 giugno 2025 gli Stati Uniti avevano colpito tre siti nucleari iraniani, aprendo una fase nuova della crisi regionale. Ma l’escalation che oggi sta investendo infrastrutture della vecchia economia (raffinerie e hub logistici) e infrastrutture digitali è entrata in una nuova traiettoria.

Reuters segnalava che al 10 marzo circa 1,9 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione erano fermi nel Golfo. Energia, sicurezza, logistica e dati. Non sono dossier separati. Sono la stessa cosa. Chi continua ad archiviarli in dossier distinti sta usando categorie che il mondo ha già smesso di rispettare. Yuval Harari ha ragione su una cosa: è sempre una questione di energia. Lavoisier lo sapeva prima di tutti: nulla si crea, nulla si distrugge. Il petrolio si è trasformato in calcolo. Il calcolo si è trasformato in bersaglio.

Per anni la formula di riferimento era: il petrolio è strategico e i dati sono il nuovo petrolio. Comoda e incompleta. I dati non scorrono da soli, non sono petrolio. Il petrolio, oggi, è la potenza di calcolo, che non nasce nel vuoto. Sta dentro una filiera materiale fatta di elettricità, raffreddamento, semiconduttori, porti, sottomarini posacavi, nodi di interconnessione, data center e fibra. Reuters ha ricordato che negli Emirati erano stati costruiti hub regionali per l’intelligenza artificiale dai grandi operatori americani, con Microsoft pronta a portare a quindici miliardi di dollari i propri investimenti nel Paese entro il 2029. Il Guardian ha aggiunto che la scommessa geopolitica occidentale sul Golfo come piattaforma dell’IA passava anche da chip avanzati e grandi campus di calcolo. Oggi non si sta colpendo un magazzino di server; si sta colpendo una infrastruttura di controllo. Perché chi controlla l’energia ha il potere.

I rischi per banche, aziende e Stati

Ho scritto più volte che l’intelligenza artificiale si comporta come plastica cognitiva: una materia malleabile che entra nel lavoro intellettuale, ne abbassa i costi marginali, ne aumenta la replicabilità e tende a solidificarsi nei processi prima ancora che si sia deciso quale forma darle.

Il 2 marzo ha aggiunto un dettaglio brutale a quel ragionamento: la plastica cognitiva vive in contesti fisici. Vive in una supply chain che può essere interrotta da un drone quanto da una policy export o da una crisi energetica. Il punto non è la notizia, bensì che era inevitabile: il potere cognitivo industrializzato è diventato bersaglio militare. Se centri elaborazione dati e cloud sostengono banking, pagamenti, delivery, applicazioni enterprise e identità digitali, e iniziano a supportare le decisioni belliche, allora la supply chain e i workload crescenti di IA non sono più solo asset IT. Diventano infrastrutture critiche, quindi bersagli strategici.

Reuters ha riportato che il blackout ha investito una dozzina di servizi cloud centrali e che istituzioni finanziarie della regione hanno subito interruzioni. Fortune e Anadolu hanno ricostruito impatti su banche, piattaforme di pagamento, app di trasporto, delivery e software aziendale. Non c’è stato un collasso globale di internet, ma questo rende la lezione più seria, non meno seria. La ridondanza ha contenuto il disastro sistemico.

AWS stessa ha invitato i propri clienti ad attivare i piani di continuità, recuperare da backup remoti in altre regioni e aggiornare le applicazioni per ridurre la dipendenza dai siti colpiti. Quando il provider ti dice di spostarti, il problema ha cambiato natura: è un problema di governance. Significa che i board delle aziende dovrebbero chiedersi con urgenza quanta parte del proprio funzionamento dipende da nodi che si trovano dentro aree di rischio geopolitico elevato.

Per uno Stato la questione è ancora più netta. Nel Novecento si proteggevano pozzi, oleodotti, porti, raffinerie, dighe e autostrade. Nel 2026 si aggiungono alla lista data center, stazioni di atterraggio dei cavi sottomarini, backbone in fibra e infrastrutture energetiche dedicate alla potenza di calcolo. Un’analisi del CSIS (Center for Strategic and International Studies) ripresa da Reuters cita che nell’era dell’IA gli avversari regionali possono colpire non solo pipeline e campi petroliferi, ma anche centri elaborazione dati, energia a supporto del calcolo e chokepoint (colli di bottiglia) della fibra.

Il Guardian ha spinto il ragionamento fino al punto di definire un vero e proprio nuovo paradigma. Chi costruisce data center deve iniziare a ragionare anche in ottica militare; almeno di difesa. La distinzione tra economia civile e logica militare non tiene più. La difesa del potere digitale non si gioca su un fronte solo: diventa fisica e cyber in modo integrato. È una guerra ibrida in cui cavi, satelliti, energia, data center, software, assicurazioni, rotte marittime e prezzi dell’elettricità appartengono allo stesso teatro operativo.

Chi separa ancora “IT risk”, “geopolitical risk” ed “energy risk” non sta sbagliando analisi. Sta usando categorie morte per leggere un mondo che si è già ricomposto.

Una nuova geopolitica, applicata nel Golfo

Trovo debole l’idea che siamo davanti a una guerra senza soldati. No. Siamo davanti a una guerra che ha allargato il perimetro di ciò che conta come bersaglio strategico. E quando nel perimetro entrano servizi bancari, piattaforme di pagamento e applicazioni usate da milioni di cittadini, il confine tra obiettivo militare e vulnerabilità civile si assottiglia in modo che non può essere ignorato. È visibile nella regione del Golfo, che negli ultimi anni ha scommesso sulla propria trasformazione in hub globale dell’IA proprio grazie a disponibilità di terra, energia competitiva, snodi logistici e connettività.

Da oggi la strategia IA non è una questione di use case. È una questione di giurisdizione, di energia e di piano di continuità. Chi non l’ha ancora capito sta gestendo il rischio sbagliato. La strategia IA è anche una strategia industriale e di sicurezza non solo informatica: vuol dire chiedersi dove girano i modelli, da quali reti dipendono, con quali forniture energetiche, sotto quale giurisdizione, con quale piano di continuità e con quale costo di reversibilità.

Abbiamo passato anni a discutere di prompt e di etica dell’IA. Oggi ci accorgiamo che quello era il dibattito più facile. Nel frattempo, qualcuno stava guardando le mappe.

 

 

 

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