Ho scritto più volte che l’intelligenza artificiale si comporta come plastica cognitiva: una materia malleabile che entra nel lavoro intellettuale, ne abbassa i costi marginali, ne aumenta la replicabilità e tende a solidificarsi nei processi prima ancora che si sia deciso quale forma darle.
Il 2 marzo ha aggiunto un dettaglio brutale a quel ragionamento: la plastica cognitiva vive in contesti fisici. Vive in una supply chain che può essere interrotta da un drone quanto da una policy export o da una crisi energetica. Il punto non è la notizia, bensì che era inevitabile: il potere cognitivo industrializzato è diventato bersaglio militare. Se centri elaborazione dati e cloud sostengono banking, pagamenti, delivery, applicazioni enterprise e identità digitali, e iniziano a supportare le decisioni belliche, allora la supply chain e i workload crescenti di IA non sono più solo asset IT. Diventano infrastrutture critiche, quindi bersagli strategici.
Reuters ha riportato che il blackout ha investito una dozzina di servizi cloud centrali e che istituzioni finanziarie della regione hanno subito interruzioni. Fortune e Anadolu hanno ricostruito impatti su banche, piattaforme di pagamento, app di trasporto, delivery e software aziendale. Non c’è stato un collasso globale di internet, ma questo rende la lezione più seria, non meno seria. La ridondanza ha contenuto il disastro sistemico.
AWS stessa ha invitato i propri clienti ad attivare i piani di continuità, recuperare da backup remoti in altre regioni e aggiornare le applicazioni per ridurre la dipendenza dai siti colpiti. Quando il provider ti dice di spostarti, il problema ha cambiato natura: è un problema di governance. Significa che i board delle aziende dovrebbero chiedersi con urgenza quanta parte del proprio funzionamento dipende da nodi che si trovano dentro aree di rischio geopolitico elevato.
Per uno Stato la questione è ancora più netta. Nel Novecento si proteggevano pozzi, oleodotti, porti, raffinerie, dighe e autostrade. Nel 2026 si aggiungono alla lista data center, stazioni di atterraggio dei cavi sottomarini, backbone in fibra e infrastrutture energetiche dedicate alla potenza di calcolo. Un’analisi del CSIS (Center for Strategic and International Studies) ripresa da Reuters cita che nell’era dell’IA gli avversari regionali possono colpire non solo pipeline e campi petroliferi, ma anche centri elaborazione dati, energia a supporto del calcolo e chokepoint (colli di bottiglia) della fibra.
Il Guardian ha spinto il ragionamento fino al punto di definire un vero e proprio nuovo paradigma. Chi costruisce data center deve iniziare a ragionare anche in ottica militare; almeno di difesa. La distinzione tra economia civile e logica militare non tiene più. La difesa del potere digitale non si gioca su un fronte solo: diventa fisica e cyber in modo integrato. È una guerra ibrida in cui cavi, satelliti, energia, data center, software, assicurazioni, rotte marittime e prezzi dell’elettricità appartengono allo stesso teatro operativo.
Chi separa ancora “IT risk”, “geopolitical risk” ed “energy risk” non sta sbagliando analisi. Sta usando categorie morte per leggere un mondo che si è già ricomposto.