
Il recente caso di cronaca sui famigliari di Aboubakar Soumahoro ha riacceso i riflettori sul tema del caporalato e sui metodi per combatterlo nel concreto. SenzaFiltro è stato tra i primi a chiamare in causa chi ci è riuscito davvero.
Quello che Storari sta costruendo è un nuovo standard di responsabilità economica. Non basta dichiarare di rispettare la legge. Non basta avere un codice etico sul sito. Non basta affidarsi a un fornitore certificato. Bisogna guardare dentro la propria catena di fornitura, fino in fondo, fino ai lavoratori che stanno all’ultimo gradino. E se all’ultimo gradino ci sono persone sfruttate, chi sta in cima non può chiamarsi fuori.

Mercoledì 25 febbraio, alle prime ore del mattino, i carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Milano bussano a una serie di porte. Non solo quella di Deliveroo Italy, il colosso britannico del cibo a domicilio che con 240 milioni di euro di fatturato ha costruito un impero sui pedali di 20.000 rider in tutta Italia. Bussano anche a McDonald’s. A Burger King. A Esselunga. A Carrefour. A KFC. A Poke House. A CRAI Secom. Sette multinazionali del food e della grande distribuzione che non risultano indagate – almeno per ora – ma che ricevono un messaggio inequivocabile dalla Procura di Milano: se beneficiate di un sistema, ne siete parte. E se quel sistema sfrutta chi lavora, siete parte del problema.
È il secondo atto di un’offensiva giudiziaria senza precedenti nel settore del food delivery italiano. Il primo era arrivato il 19 febbraio, con il commissariamento di Foodinho-Glovo: 40.000 rider, paghe sotto la soglia di povertà, un algoritmo usato come strumento di controllo totale e invisibile. Poi è arrivato il turno di Deliveroo, con accuse speculari: il 73% dei rider guadagna meno di 1.245 euro lordi al mese; il 94% percepisce retribuzioni inferiori a quelle previste dal contratto collettivo della logistica; in alcuni casi il gap con la soglia di povertà supera il 90%. Firmatario di entrambi i provvedimenti: il PM Paolo Storari, lo stesso che da anni conduce indagini sullo sfruttamento del lavoro che hanno già coinvolto Amazon, DHL, BRT, Armani, Dior, Loro Piana.
Su SenzaFiltro lo scriviamo da anni. Il food delivery non è un’economia innovativa: è un modello antico di sfruttamento riverniciato grazie all’uso “innovativo” di app nel contesto tipico del mondo startupparo. Il rider non è un lavoratore autonomo che sceglie i propri ritmi: è un dipendente senza contratto, senza ferie, senza maternità, senza TFR, senza protezione in caso di infortunio. È un lavoratore che, se cade dalla bicicletta, non vede un centesimo dall’azienda per cui ha pedalato per mesi.
Accade davvero: “Una volta fui investito da un’auto, mi ruppi spalla e bacino, non lavorai per un anno. Da Deliveroo non ho visto un centesimo” racconta uno dei rider sentiti dagli inquirenti.
I numeri sono brutali. Il 72,9% dei rider lavora tra sei e sette giorni a settimana. I turni arrivano a 12 ore al giorno. Si pedalano fino a 60 chilometri in una giornata. Si ricevono tra i 3 e i 4 euro a consegna. C’è chi percorre 35 chilometri per consegnare una spesa da un dark store, con il cliente che poi si lamenta perché i surgelati si sono sciolti. C’è chi fa il rider di giorno e il facchino in hotel di notte – dalle 23 alle 7 – perché con i guadagni del delivery non si mantiene. C’è chi manda 600 euro al mese alla famiglia in Nigeria lavorando di fatto 20 ore al giorno.
Non si tratta di eccezioni. Si tratta del modello.
Eppure per anni questo sistema ha funzionato indisturbato, protetto da un’architettura contrattuale costruita apposta per rendere invisibile lo sfruttamento: partita IVA in regime forfettario, lavoro formalmente autonomo, nessun datore di lavoro riconoscibile, nessuna responsabilità dichiarata. L’algoritmo decide tutto – orari, percorsi, punteggi, retribuzioni, esclusioni – ma non ha un nome, non ha un volto, non può essere citato in giudizio. O almeno, così pensavano.
La vera notizia delle ultime settimane non è il commissariamento di Glovo o Deliveroo. Quella è la conseguenza. La vera notizia è il modo: Storari non si limita a colpire chi gestisce direttamente i rider. Risale la catena del valore fino ai soggetti che da quella catena traggono profitto, e chiede loro conto delle proprie responsabilità.
Non è un “metodo”, sostantivo denigrativo con cui il Foglio ama parlare del lavoro del magistrato. È piuttosto un modello.
Un modello già applicato nel mondo della moda all’indirizzo delle griffe più in vista come Armani, Dior, Valentino, Loro Piana, Tod’s per aver beneficiato di laboratori terzisti che sfruttavano operai in nero, spesso in condizioni disumane. La tesi è semplice quanto devastante: non è pensabile che un’azienda con audit severissimi sul prodotto, con controlli capillari sulla qualità del pellame e sul colore del filo, non sappia – o finga di non sapere – chi cuce quelle giacche e in quali condizioni lo fa. L’ignoranza, quando è conveniente, non è innocenza: è complicità.
Ora lo stesso ragionamento viene applicato al food delivery. McDonald’s sa perfettamente che i rider che consegnano i suoi menu guadagnano 3 euro a consegna. Esselunga sa che i ciclofattorini che portano la spesa a domicilio lavorano sette giorni su sette senza garanzie. Burger King sa. KFC sa. Poke House sa. Carrefour sa. Tutti sanno, perché tutti hanno firmato contratti, tutti hanno ricevuto reportistiche, tutti hanno scelto le piattaforme anche in base al prezzo. E il prezzo basso ha un costo: lo pagano i rider.
La richiesta di documenti inviata ai sette colossi del food – organigrammi, modelli organizzativi 231, sistemi di controllo interno, attività di audit, codici etici – è un avviso. Il presupposto investigativo è esplicito: strutture organizzative non adeguate a prevenire situazioni di sfruttamento possono configurare una forma di responsabilità per agevolazione colposa. In parole più dirette: se sapevi, o avresti dovuto sapere, e non hai fatto nulla, sei parte del problema.
Quello che Storari sta costruendo – con pazienza, da anni, in settori diversi, ma con una logica coerente – è un nuovo standard di responsabilità economica. Non basta dichiarare di rispettare la legge. Non basta avere un codice etico sul sito. Non basta affidarsi a un fornitore certificato. Bisogna guardare dentro la propria catena di fornitura, fino in fondo, fino ai lavoratori che stanno all’ultimo gradino. E se all’ultimo gradino ci sono persone sfruttate, chi sta in cima non può chiamarsi fuori.
I numeri ottenuti da questo approccio sono eloquenti: oltre 600 milioni di euro versati al fisco tra logistica, moda e GDO, e decine di migliaia di lavoratori regolarizzati. BRT, UPS, DHL, GS-Carrefour, Amazon: un campionario di nomi che racconta come il caporalato non sia un’anomalia ma una scelta strutturale, tollerata a lungo perché conveniente per tutti tranne che per chi lavora.
L’Europa si sta muovendo nella stessa direzione: la Direttiva CSDDD sulla due diligence di filiera, la Lieferkettengesetz tedesca già in vigore, le normative sul whistleblowing, convergono tutte su un principio: chi beneficia risponde. La responsabilità sale lungo la catena, non scende.
In Italia, in assenza di una legge sul salario minimo – che il Governo continua a rifiutare – e senza un intervento legislativo organico sul lavoro di piattaforma, sono i magistrati a tenere il campo. Non è normale. Non dovrebbe toccare a una procura fare il lavoro della politica. Ma è quello che succede quando la politica abdica, quando le lobby sono più veloci dei parlamenti, quando ogni proposta di regolazione viene sepolta sotto l’argomento della “flessibilità” e della “libertà di impresa”.
Nel frattempo, le biciclette gialle e le giacche termiche continuano a sfrecciare per le vie di Milano. L’algoritmo Frank – il sistema di Deliveroo che registra ogni secondo, che penalizza ogni ritardo, che trasforma il rifiuto di un ordine in un passo verso l’esclusione dalla piattaforma – continua a girare. Ma adesso, finalmente, c’è qualcuno che lo guarda negli occhi.
E non è solo.
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Il recente caso di cronaca sui famigliari di Aboubakar Soumahoro ha riacceso i riflettori sul tema del caporalato e sui metodi per combatterlo nel concreto. SenzaFiltro è stato tra i primi a chiamare in causa chi ci è riuscito davvero.

Tod’s e Cucinelli sono solo gli ultimi due esempi di un sistema industriale che fa dei valori la cifra della sua comunicazione.
Basterebbe rispettarli, coerentemente.

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