Tutti i Comuni hanno rimarcato lo stesso problema: l’assegnazione dall’alto di un progetto economico troppo grande rispetto a ritmi e ordini di grandezza con cui convivono le realtà amministrative periferiche. E una burocrazia massacrante.
Confermo che la maggior parte dei Comuni non aveva le risorse interne sufficienti a gestire progetti di quel tipo, e non è solo questione di attivare collaborazioni esterne ad hoc, come tutti più o meno abbiamo fatto, ma mandare a regime una gestione mastodontica come il Piano Borghi mentre continui a gestire un paese. La nostra fortuna è che avevamo una struttura attrezzata per gestire grandi progetti, un ufficio tecnico solido, perché i lavori pubblici sono sempre stati predominanti, a Cavriglia. Le difficoltà sono state comunque enormi anche per noi: gli uffici stanno scoppiando, dal tecnico alla ragioneria alla comunicazione. Solo per Castelnuovo arrivano ogni settimana decine di fatture da imprese, subappalti, affidamenti dei lavori. C’è un carico tre-quattro volte superiore rispetto al 2022. Ma la difficoltà vera è la complessità delle attività nel borgo, che ha un’unica strada d’accesso, le vie strette, quattro gru montate fisse e 80 operai in contemporanea a lavorare: abbiamo recuperato un paese intero, non singole parti come hanno potuto fare altri enti ristrutturando edifici o spazi comuni. Il nostro borgo era abbandonato da decenni, sprovvisto di ogni servizio, nessun allacciamento alle reti, né acqua, né luce, né fognatura. Non è che puoi fare una parte dei lavori e un’altra la lasci; man mano che procedi devi ricostruire e rigenerare ciò che trovi, se i progetti li fai con serietà.
Castelnuovo non ha ceduto alla tentazione di ripopolarsi solo col turismo culturale.
La strada più veloce per approfittare dei 20 milioni di euro era puntare sull’immateriale, sulla cultura, utilizzando i fondi per manutenere spazi e strutture già esistenti, insomma riempire «scatole» già presenti: è andata così per molti dei Comuni assegnatari. A noi è toccato ristrutturare nel rispetto di un vero progetto di rigenerazione urbana e sociale. Consegneremo il paese entro il 30 giugno 2026, ne sono sicuro, ma il senso di responsabilità ti logora davanti a impegni giuridicamente vincolanti di simile portata. Il progetto di Castelnuovo prevede una serie di insediamenti con più diramazioni, non ci siamo voluti affidare solo al turismo: la parte destinata alla realizzazione di un albergo diffuso è garantita, per il social housing purtroppo non abbiamo ancora copertura economica. Poi botteghe, ospitalità per nomadi digitali, un polo museale con tre musei distinti, otto bilocali come residenza agevolata per cittadini che sono interessati a ritornare a vivere dove stavano le proprie famiglie, i nonni, i parenti, insomma riallacciare un filo. Il nostro ragionamento è stato: proviamo a diversificare per vedere se nel complesso si riesce a renderlo attrattivo. Un paese non rinasce e non si ripopola con gli slogan, serve tempo, la gente deve venire a vedere che basi sono state messe, e un po’ alla volta ci prende le misure, e sceglie di investirci la propria vita.
Una domanda più politica: c’è dialogo, avete sostegno dall’attuale Governo, ben diverso da quello che formulò il Piano Borghi?
Non ce l’abbiamo perché di fatto non l’abbiamo mai chiesto, abbiamo avuto solo interlocuzioni tecniche. Devo riconoscere un grande merito all’Unità di Missione, persone straordinarie, disponibilità estrema (le Unità di Missione del Governo sono strutture dirigenziali dedicate ad attuazione, monitoraggio e rendicontazione dei progetti del PNRR e altri interventi strategici, N.d.R.). Posso però immaginare che se al Governo ci fosse stata una linea politica più vicina alla nostra, forse ci avrebbero ascoltato di più rispetto alla situazione che abbiamo evidenziato. Esporre difficoltà solo alla struttura tecnica, e non politica, non è la stessa cosa.
Quanta burocrazia dietro i 20 milioni?
Infinita. Neanche 20 milioni di euro ricevuti fanno la differenza in politica, è solo la gestione che la fa, e dietro la gestione cova la burocrazia. Porto un esempio pratico: il nostro Comune ha presentato quattro pratiche alla Soprintendenza, e per ognuna la Soprintendenza si è presa il massimo del tempo che la legge consente, 90 giorni. 90 per 4 quanto fa? Un anno. Un anno solo per avere quattro pareri. Ma per fortuna, al di là di norme e procedure, quando si lavora duramente si viene anche un po’ premiati dalla fortuna: per noi è significato collaborare con un Soprintendente straordinario che con grande competenza e celerità ha poi istruito e licenziato tutte le nostre pratiche. I tempi si dilatano anche se fai una conferenza di servizi e chiami ASL, Vigili del Fuoco, Regione, Commissione ambiente, e rischi di perdere il controllo del progetto. Per non parlare della burocrazia per la rendicontazione: indescrivibile. La politica centrale ha immaginato che coi soldi si potessero accorciare i tempi. Troppo breve il periodo di tempo entro cui rigenerare questi paesi: per fare bene un’opera pubblica, in Italia, in media occorrono dai sette agli otto anni. E sono i tempi minimi.
Un messaggio finale, dalla periferia delle aree interne a Roma.
Dovessero fare altri bandi per noi piccoli Comuni, delle due l’una: o individuano una modalità più snella e funzionale per farci fare i lavori, e quindi semplificano le procedure, oppure va concesso più tempo. A meno che, e diversi Comuni l’hanno fatto, non investi quei soldi quasi esclusivamente su attività culturali e immateriali piuttosto che sul recupero degli immobili e della riconfigurazione strutturale del paese. Il vincolo voluto all’inizio da ministero e Regione Toscana era chiaro: ben il 30% dei fondi, quindi circa 6 milioni, doveva andare alle attività immateriali. Con qualche assalto alla diligenza siamo scesi, per fortuna, a 3 milioni. Del resto, che cosa potevamo fare se non insistere e far valere il senso di realtà sulla teoria? Devi farti sentire anche se sei piccolo, soprattutto perché sei piccolo.