
Il coordinatore nazionale di Base Italia, sulle lacune del Piano di Transizione 4.0: “È una mancanza culturale, aggravata dalle falle del sistema formativo. Ma l’innovazione ben fatta crea posti di lavoro di qualità”.
Quattro anni e 20 milioni dopo, che esito ha avuto il Piano Nazionale Borghi del 2022 per rilanciare i piccoli Comuni con i fondi PNRR? L’esperienza di Castelnuovo d’Avane (AR) raccontata dal sindaco Leonardo Degl’Innocenti O Sanni, e la ripopolazione che passa anche dalla terza età secondo l’architetto Sandro Polci

L’avevano chiamata lotteria l’assegnazione a pioggia di 20 milioni di euro su ognuno dei Comuni scelti dalle rispettive Regioni per partecipare alla linea A del Piano Nazionale Borghi voluta dal ministro della Cultura Franceschini, totale 420 milioni. Era il marzo 2022.
Più o meno tutti i giornali avevano descritto così l’assegnazione dei fondi PNRR messi in campo dal Governo per i 20 Comuni candidati al bando col rispettivo progetto di riqualificazione e rigenerazione: scopo del ministero dare sostegno allo sviluppo economico e sociale di luoghi. Ma la lotteria vive di fortuna per chi la vince e di invidia per chi la perde, sposterei il discorso su un altro piano: nella classicità il fato era prerogativa divina e il destino nelle mani dell’uomo. Siamo tornati a vedere, a distanza di quattro anni, cosa ne ha fatto l’uomo del suo destino, ora che la UE chiede conto, entro metà 2026, dei fondi stanziati da un’Europa che non regala niente.
SenzaFiltro, al tempo del Piano Nazionale Borghi del 2022, scelse una via diversa dalla polemica e dedicò un intero mensile titolandolo Non chiamateli borghi perché le aree interne hanno bisogno di paesi fatti di gente che resta e investe su testa, cuore, competenze, relazioni, non su turisti di passaggio che, pur consumando e alimentando le microeconomie locali, scattano solo foto da postare sui social a proprio uso e consumo. Senza i servizi essenziali – che drenano risorse economiche e richiedono tempo per essere implementati: collegamenti e trasporti, sanità, scuola, rete; il lavoro arriva solo dopo – quella gente transita e se ne va, non radica storie nuove, e parlare di rigenerazione è solo un bluff. A noi sembra che il Piano di Franceschini fosse più culturale che strutturale e avesse più buchi che sostanza, figlio di un’idea-cartolina dell’Italia vista in piccolo.
Stavolta abbiamo indagato se la politica nazionale sia o meno capace di disegnare bene il quadro per la politica locale quando mette in campo progetti di simile portata, vendendoglieli come soluzione economica che tutto può. La risposta è no, dal centro alle Regioni manca il contatto con la realtà e i soldi non fanno tutto: ve lo spieghiamo a più voci.
Col mensile andammo a vedere coi nostri occhi i Comuni assegnatari, provando a immaginare che effetto avrebbero fatto tutti quei soldi addosso: intuimmo subito che non sarebbero stati la fortuna che da fuori molti immaginavano.
I 20 milioni di euro, per la Toscana, sono andati in provincia di Arezzo a Castelnuovo d’Avane – Castello, per chi c’è nato o cresciuto, quando parli con loro; un pezzo del Comune di Cavriglia, storia di minatori e di lignite, un paese traslato di qualche decina di chilometri perché a forza di scavare erano venuti giù i terreni e le speranze; non da ultimo la storia di un luogo segnato da uno degli eccidi più cruenti d’Italia. A distanza di quattro anni riprendo il filo col sindaco Leonardo Degl’Innocenti O Sanni, che avevo lasciato dopo una lunga intervista.

A caldo – il bando era stato vinto da poco – mi aveva spiegato che la vostra fortuna era avere già la proprietà di tutte le case abbandonate in paese, poterle gestire fin da subito, aspetto che avrebbe messo in difficoltà la maggior parte degli altri enti vincitori. È andata così, quattro anni dopo?
La lungimiranza, in politica, è tutto: è andata così. Già nel 2003, a quel tempo il sindaco era Enzo Brogi, il Comune aveva ricomprato non solo gli immobili ma l’intero borgo dal Enel, che gestisce la centrale termoelettrica e collabora da tempo alla riqualificazione dell’area mineraria. Poi, nel 2012, anche il primo cittadino Ivano Ferri fece un passo rivelatosi cruciale nel lungo periodo, iniziando i lavori di recupero della parte sommitale del paese. Ciononostante, la grande difficoltà nel gestire il bando è stata non solo nell’esecuzione dei lavori, ma nella progettazione e programmazione. Nel nostro caso gli edifici erano in larga parte implosi su loro stessi, quindi erano franati, e la parte franata era stata ricoperta dalla vegetazione. Quando facemmo il progetto lo affidammo anche a droni e scansioni: impossibile, diversamente, avere la realtà del paese nel suo insieme, almeno dall’esterno. Solo a forza di ripulire e ripulire, e mettendo in sicurezza tutti gli immobili, sono venuti fuori volumetrie e spazi in più rispetto al progetto, incidendo non poco anche sui costi generali rispetto a quanto stanziato dal Governo. Un esempio: l’albergo diffuso che stiamo finendo di realizzare prevede sette stanze in più rispetto al progetto. Anche le botteghe che abbiamo adibito a spazi artigianali e commerciali sono emerse solo dopo: non avremmo potuto rilevarle prima, non c’erano i disegni, non erano note. Abbiamo dovuto ricostruire tutto; piante, prospetti, sezioni degli immobili, aggiungendo dalle nostre casse gli esuberi necessari a coprire quei costi per non disperdere lo sforzo. Un extra di circa 2 milioni.

Tutti i Comuni hanno rimarcato lo stesso problema: l’assegnazione dall’alto di un progetto economico troppo grande rispetto a ritmi e ordini di grandezza con cui convivono le realtà amministrative periferiche. E una burocrazia massacrante.
Confermo che la maggior parte dei Comuni non aveva le risorse interne sufficienti a gestire progetti di quel tipo, e non è solo questione di attivare collaborazioni esterne ad hoc, come tutti più o meno abbiamo fatto, ma mandare a regime una gestione mastodontica come il Piano Borghi mentre continui a gestire un paese. La nostra fortuna è che avevamo una struttura attrezzata per gestire grandi progetti, un ufficio tecnico solido, perché i lavori pubblici sono sempre stati predominanti, a Cavriglia. Le difficoltà sono state comunque enormi anche per noi: gli uffici stanno scoppiando, dal tecnico alla ragioneria alla comunicazione. Solo per Castelnuovo arrivano ogni settimana decine di fatture da imprese, subappalti, affidamenti dei lavori. C’è un carico tre-quattro volte superiore rispetto al 2022. Ma la difficoltà vera è la complessità delle attività nel borgo, che ha un’unica strada d’accesso, le vie strette, quattro gru montate fisse e 80 operai in contemporanea a lavorare: abbiamo recuperato un paese intero, non singole parti come hanno potuto fare altri enti ristrutturando edifici o spazi comuni. Il nostro borgo era abbandonato da decenni, sprovvisto di ogni servizio, nessun allacciamento alle reti, né acqua, né luce, né fognatura. Non è che puoi fare una parte dei lavori e un’altra la lasci; man mano che procedi devi ricostruire e rigenerare ciò che trovi, se i progetti li fai con serietà.
Castelnuovo non ha ceduto alla tentazione di ripopolarsi solo col turismo culturale.
La strada più veloce per approfittare dei 20 milioni di euro era puntare sull’immateriale, sulla cultura, utilizzando i fondi per manutenere spazi e strutture già esistenti, insomma riempire «scatole» già presenti: è andata così per molti dei Comuni assegnatari. A noi è toccato ristrutturare nel rispetto di un vero progetto di rigenerazione urbana e sociale. Consegneremo il paese entro il 30 giugno 2026, ne sono sicuro, ma il senso di responsabilità ti logora davanti a impegni giuridicamente vincolanti di simile portata. Il progetto di Castelnuovo prevede una serie di insediamenti con più diramazioni, non ci siamo voluti affidare solo al turismo: la parte destinata alla realizzazione di un albergo diffuso è garantita, per il social housing purtroppo non abbiamo ancora copertura economica. Poi botteghe, ospitalità per nomadi digitali, un polo museale con tre musei distinti, otto bilocali come residenza agevolata per cittadini che sono interessati a ritornare a vivere dove stavano le proprie famiglie, i nonni, i parenti, insomma riallacciare un filo. Il nostro ragionamento è stato: proviamo a diversificare per vedere se nel complesso si riesce a renderlo attrattivo. Un paese non rinasce e non si ripopola con gli slogan, serve tempo, la gente deve venire a vedere che basi sono state messe, e un po’ alla volta ci prende le misure, e sceglie di investirci la propria vita.
Una domanda più politica: c’è dialogo, avete sostegno dall’attuale Governo, ben diverso da quello che formulò il Piano Borghi?
Non ce l’abbiamo perché di fatto non l’abbiamo mai chiesto, abbiamo avuto solo interlocuzioni tecniche. Devo riconoscere un grande merito all’Unità di Missione, persone straordinarie, disponibilità estrema (le Unità di Missione del Governo sono strutture dirigenziali dedicate ad attuazione, monitoraggio e rendicontazione dei progetti del PNRR e altri interventi strategici, N.d.R.). Posso però immaginare che se al Governo ci fosse stata una linea politica più vicina alla nostra, forse ci avrebbero ascoltato di più rispetto alla situazione che abbiamo evidenziato. Esporre difficoltà solo alla struttura tecnica, e non politica, non è la stessa cosa.
Quanta burocrazia dietro i 20 milioni?
Infinita. Neanche 20 milioni di euro ricevuti fanno la differenza in politica, è solo la gestione che la fa, e dietro la gestione cova la burocrazia. Porto un esempio pratico: il nostro Comune ha presentato quattro pratiche alla Soprintendenza, e per ognuna la Soprintendenza si è presa il massimo del tempo che la legge consente, 90 giorni. 90 per 4 quanto fa? Un anno. Un anno solo per avere quattro pareri. Ma per fortuna, al di là di norme e procedure, quando si lavora duramente si viene anche un po’ premiati dalla fortuna: per noi è significato collaborare con un Soprintendente straordinario che con grande competenza e celerità ha poi istruito e licenziato tutte le nostre pratiche. I tempi si dilatano anche se fai una conferenza di servizi e chiami ASL, Vigili del Fuoco, Regione, Commissione ambiente, e rischi di perdere il controllo del progetto. Per non parlare della burocrazia per la rendicontazione: indescrivibile. La politica centrale ha immaginato che coi soldi si potessero accorciare i tempi. Troppo breve il periodo di tempo entro cui rigenerare questi paesi: per fare bene un’opera pubblica, in Italia, in media occorrono dai sette agli otto anni. E sono i tempi minimi.
Un messaggio finale, dalla periferia delle aree interne a Roma.
Dovessero fare altri bandi per noi piccoli Comuni, delle due l’una: o individuano una modalità più snella e funzionale per farci fare i lavori, e quindi semplificano le procedure, oppure va concesso più tempo. A meno che, e diversi Comuni l’hanno fatto, non investi quei soldi quasi esclusivamente su attività culturali e immateriali piuttosto che sul recupero degli immobili e della riconfigurazione strutturale del paese. Il vincolo voluto all’inizio da ministero e Regione Toscana era chiaro: ben il 30% dei fondi, quindi circa 6 milioni, doveva andare alle attività immateriali. Con qualche assalto alla diligenza siamo scesi, per fortuna, a 3 milioni. Del resto, che cosa potevamo fare se non insistere e far valere il senso di realtà sulla teoria? Devi farti sentire anche se sei piccolo, soprattutto perché sei piccolo.
Sandro Polci è architetto e studioso del territorio, con decine di progetti legati alla riqualificazione urbanistica e al rilancio socio-economico delle aree interne, direttore del Festival europeo della via Francigena, oltre venti pubblicazioni alle spalle e da gennaio alle stampe con STAI-Smart Town Artificial Intelligence (Eum, 2026).
Prima di raggiungerlo, torno a rileggere il libro che scrisse nel 2013: Condivisione residenziale. Il «silver cohousing» per la qualità urbana e sociale in terza età. Il suo concetto, che mi ribadisce a voce, è controcorrente e sensato rispetto a chi parla solo di giovani e denatalità, necessità di aumentare la taglia delle famiglie italiane, inverno demografico. Se per cultura, e non solo per ragioni economiche, le nuove generazioni decidono di non fare più figli come i genitori, che senso ha accanirsi a parole piuttosto che mettere in campo politiche sociali diverse dalle protonataliste? La politica ai vecchi non pensa mai, finge solo di preoccuparsi dei giovani, ma alla fine non si attiva nemmeno per loro. Eppure sono oltre 13 milioni gli italiani sopra i 65 anni, di cui oltre un milione residente in case di proprietà con pensioni basse, bassissime, prosciugate per oltre il 30% da spese domestiche, affitti e bollette. Oltre alla solitudine in cui si spengono.

«Siamo nella paradossale situazione in cui abitazioni per benestanti sono abitate da indigenti. Il cohousing come condivisione residenziale tra persone adulte razionalizzerebbe l’uso del patrimonio immobiliare esistente, anche e soprattutto nelle aree interne. Non potendo ancora fare bilanci sensati dopo l’assegnazione dei 20 milioni di euro ai singoli Comuni regionali, più i finanziamenti sugli altri Comuni, per importi più contenuti, penso al detto delle lavoratrici americane che parlava di “bread and roses”. In questo caso le rose sono la capacità di creare condizioni che determinino sviluppo. E i termini essenziali dello sviluppo locale sono: combattere lo spopolamento, rendere attivo l’invecchiamento, che è una fase della vita da vedere con occhi nuovi e da considerare come elemento parziale, e utilizzare con criterio lo smart working, facendo in modo che i lavoratori possano restare in piccoli paesi e borghi almeno nei quattro, cinque mesi dell’anno in cui il clima si fa più gradevole, generando in modo indiretto vitalità, economia, relazione nei luoghi. Dalle cooperative di comunità fino alle Fondazioni di partecipazione, potrebbero crearsi ulteriori progetti di sviluppo una volta garantita la presenza di residenti attivi capaci di dialogare sul posto col sindaco, le istituzioni, le piccole attività commerciali; nelle aree interne servono anche menti che si applichino sui problemi. Tornando alla terza età, i vecchi che vivono oggi nei borghi non sono più quelli che ci vivevano una volta, usando il corpo e faticando, che era sì impegnativo, ma anche una forma di resistenza psicofisica contro il tempo».
Ci sono piani di sviluppo a cui la politica non pensa, quando guarda i territori?
Sto lavorando alle oltre 200 strutture universitarie presenti in Italia, comprese scuole di musica e accademie di belle arti: cerchiamo di capire se possano avere un proprio spazio, un proprio corso, nei borghi italiani; se cioè l’itineranza, ogni anno in ogni borgo, potrebbe diventare un segno di discontinuità rispetto allo spopolamento. Non è detto sia fattibile, ma proviamo a capirlo.
Ci dica se buoni segnali arrivano da qualche parte.
Lascia sperare il fatto che ci sia una buona inversione di tendenza rispetto allo spopolamento almeno nei Comuni più ricchi. Mi riferisco al Trentino-Alto Adige: è stato possibile creando condizioni abitative, integrando lo smart working, stimolando il rapporto con imprese locali. Vero è che le previsioni e i trend internazionali parlano di un 75% di popolazione metropolitana, altissimo: il fenomeno non lo si combatte a mani nude con la sola forza dei sindaci e degli enti locali, che fanno al meglio che possono, ma a volte senza visione strategica. Per le aree interne e spopolate, spezzo una lancia per quella parte di attori locali troppo spesso sottovalutati e non coinvolti: forme di aggregazione comunale, tipo le comunità e unioni montane, con le quali individuare finalità condivise, servizi condivisi, culture condivise, così come i linguaggi. Cito anche il caso della Comunità di Sant’Egidio, che ha visto arrivare oltre 7.000 persone da altri Paesi: prima di partire gli era già stato detto che lavoro avrebbero fatto, dove sarebbero stati con la loro famiglia, in quali scuole sarebbero andati i figli, insomma quella cornice di certezza che permette di rendere gestibile un doppio fenomeno, accoglienza da un lato e ripopolamento dall’altro. Oltre alla disponibilità di persone che possono integrare, dentro le imprese, un mercato del lavoro italiano in sofferenza di numeri.
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Photo credits: Valdarno24.it

Il coordinatore nazionale di Base Italia, sulle lacune del Piano di Transizione 4.0: “È una mancanza culturale, aggravata dalle falle del sistema formativo. Ma l’innovazione ben fatta crea posti di lavoro di qualità”.

Solo un Comune su quattro ha implementato almeno un Progetto Utile alla Collettività (PUC). Colpa del labirinto burocratico richiesto per attivarli, e non solo.

Spese allegre e costante default: una Serie A sempre più scollata dalla realtà chiede aiuti allo Stato ma non riempie nemmeno gli stadi, con il debito del calcio italiano che ammontava a quasi 5 miliardi di euro già nel 2019. Dimenticate, invece, le categorie minori di un settore che dà lavoro a 300.000 addetti.