Sei pagine per riscrivere un mestiere: la medicina generale contro il decreto Schillaci

Il 28 maggio il Sindacato Medici Italiani ha portato i camici davanti al ministero della Salute. Il segretario organizzativo pugliese Sergio Altizio racconta una categoria allo stremo e una riforma di sei pagine «arrivata dalla sera alla mattina»: Case della Comunità da riempire, contratti da firmare al buio, accordi regionali da azzerare

I medici generalisti del sindacato SMI manifestano contro il decreto Schillaci

C’è una categoria che ogni cittadino italiano conosce per nome, che si frequenta tessera sanitaria alla mano, ma che quasi nessuno ha gli strumenti per capire. Il 28 maggio quella categoria è scesa in strada a Roma, davanti al ministero della Salute: dalle dieci all’una, il Sindacato Medici Italiani (SMI) ha portato in piazza i medici di medicina generale contro la bozza di riforma firmata dal ministro Orazio Schillaci. Lo slogan della segretaria nazionale SMI Pina Onotri riassume l’intera posta in gioco: «Le riforme si fanno con i medici, e non nonostante i medici».

Per capire che cosa si nasconde dietro una formula così netta abbiamo parlato con Sergio Altizio, medico di famiglia e segretario organizzativo dello SMI per la Puglia, una Regione che su questo terreno qualche carta buona l’avrebbe anche giocata – ma che rischia, come tante altre, di vedere azzerato il punteggio.

Una trincea che produce salute

«Medicina generale, non medicina di base» ci conferma il dottore all’esordio dell’intervista, perché la seconda dicitura suona ancora come un declassamento. Dietro la sfumatura terminologica c’è una rivendicazione di dignità professionale che i numeri, oggi, fanno suonare beffarda. La Fondazione Gimbe, nel suo report di marzo, ha contato 5.716 medici di famiglia mancanti distribuiti in 18 Regioni, con i buchi più larghi al Nord – Lombardia, Veneto, Campania in testa – e una previsione di 8.180 pensionamenti entro il 2028 a fronte di poco più di 2.000 borse di formazione, peraltro in calo. Ogni medico assiste in media 1.383 pazienti, ben oltre il tetto ottimale di 1.200. La trincea della medicina generale si sta svuotando proprio mentre i bisogni di salute crescono.

Eppure quella trincea, ricorda il segretario, è la più efficiente che abbiamo: «Il medico di famiglia è la figura che produce più salute a minor costo. Lo dicono i dati internazionali del WONCA, l’organizzazione mondiale dei medici di famiglia, non le nostre rivendicazioni di categoria». Il problema è che la politica continua a leggerlo come un presidio ancillare, un filtro buono solo a sgonfiare i pronto soccorso. Sull’argomento Onotri è lapidaria: i medici di medicina generale «non possono fare da tappabuchi a un sistema sanitario che non funziona»; un sistema che tra il 2020 e il 2022 ha tagliato 32.500 posti letto e chiuso 95 ospedali, mentre oltre 11.000 medici lasciavano le strutture pubbliche.

C’è poi una leggenda da smontare, e il dottore lo fa senza guanti, di lattice o di velluto: «Continua a circolare la voce che il medico di famiglia lavori tre o quattro ore al giorno. Chi lo scrive non ha la minima idea di che cosa sia questa professione», fatta di back office interminabili, reperibilità di fatto h24, e una burocrazia che ha trasformato lo studio in un ufficio. E i conti, quando si parla di guadagni, vanno letti per intero: «Tutte le spese di noi medici di famiglia sono a nostro carico. L’infermiere, il segretario, lo studio, le forniture, la bolletta, gli strumenti. La convenzione esiste perché con tutta probabilità allo Stato conviene»: una dipendenza piena dei medici generalisti costerebbe assai di più alle casse pubbliche.

Il decreto Schillaci: sei pagine improvvisate, ma taglienti

Arriviamo al cuore della protesta. Il decreto Schillaci, ci dice il segretario organizzativo, «è arrivato dalla sera alla mattina, come un fulmine a ciel sereno: una bozza di sei pagine che contiene in sostanza uno schemino e poco altro», tanto scarna da sollevare le obiezioni delle stesse Regioni del Centro-Sud, preoccupate dalla copertura finanziaria che non si vede. Il testo introduce un doppio canale – restare in convenzione con nuovi obblighi oppure passare a una semidipendenza, su base volontaria – pensato per un obiettivo che con la salute dei cittadini c’entra fino a un certo punto: riempire le Case della Comunità.

Qui entra in scena la ghigliottina. «Il Governo ha una scadenza sul collo: il 30 giugno chiude il PNRR, e l’Europa vuole vedere che quelle Case funzionano. Le strutture, in buona parte delle Regioni, esistono già come scheletro edilizio, costruite con i fondi europei. Il guaio è che quei fondi coprivano i muri, non le persone che dovevano starci dentro».

È una storia che a SenzaFiltro non suona nuova: ce ne eravamo occupati quattro anni fa, nel nostro reportage Sua sanità PNRR, e già allora avevamo individuato il vizio d’origine – si stavano tirando su scatole vuote, senza che l’Europa consentisse di dirottare i fondi del PNRR sul personale che avrebbe dovuto occuparle. Altizio conferma: «È vero, quella è la strettoia che ha bloccato tutto». E da lì (oltre che da una desunta mancanza di progettazione ministeriale) nasce la fretta, la decretazione d’urgenza, la richiesta calata sulla categoria di firmare un nuovo patto al buio: «Ci chiedono di buttare dalla finestra il contratto che abbiamo e di firmarne un altro senza sapere in che modo cambierà il nostro lavoro».

Specialisti, non specialisti: il ministero non sa distinguere?

La critica più tagliente il segretario la riserva a un dettaglio che dovrebbe far sudare freddo chiunque abbia firmato quel testo. Nella prima bozza la semidipendenza era aperta «agli specialisti»: peccato che il titolo che abilita alla medicina generale sia ancora un corso di formazione, e non una specializzazione universitaria. «O il ministro pensa di riempire le Case della Comunità con gli ospedalieri, oppure chi ha scritto quella bozza non conosce la differenza tra uno specialista e un medico di famiglia». Così com’era congegnata, la riforma avrebbe tagliato fuori la maggioranza dei medici generalisti oggi sul territorio.

La toppa, trapelata negli ultimi giorni, prevede l’ingresso di una specializzazione universitaria per la medicina generale: una richiesta storica della categoria, che però apre un nuovo fronte. Lo dice con chiarezza Onotri, che alle audizioni ministeriali ha piantato i suoi paletti: «Da anni chiediamo la trasformazione del corso di formazione in specializzazione, come negli altri Paesi europei. Ma il testo rinvia sine die l’equipollenza, e lascia nell’incertezza i tanti medici già formati che lavorano sul territorio». Equivalenze concesse con leggerezza, è il timore, finirebbero per deprezzare proprio la specialità che si vorrebbe valorizzare: le cure primarie non possono essere «appaltate a geriatri o neurologi», anche perché lo vieta la direttiva europea sulla professione.

C’è poi la mina degli AIR, Accordi Integrativi Regionali – contratti stipulati a livello locale tra le Regioni e i sindacati di categoria che regolano e migliorano l’attività dei medici di medicina generale, dei pediatri e della continuità assistenziale. «Nel decreto è scritto nero su bianco che verrebbero tutti azzerati, con l’obbligo per le Regioni di ricontrattare ogni cosa in sei mesi. Quando solo in Puglia, per l’ultimo accordo, ci sono voluti quasi due anni». Tradotto: diritti acquisiti cancellati, contrattazione da rifare daccapo, servizio in stallo. E, sullo sfondo, una delle righe forse più inquietanti: «Una delle poche cose scritte è che, in termini salariali, si passerebbe dalla quota a paziente alla retribuzione per obiettivi. Quali obiettivi, e chi li decida, non si sa».

Se la riforma passasse domani, avverte Altizio, l’assistenza ne uscirebbe impoverita: meno medici sul territorio, una scelta del cittadino svuotata, un rapporto fiduciario che sopravvive sulla carta e svanisce nei fatti. Senza dimenticare chi guadagnerebbe dal vuoto: «Le Regioni più favorevoli al decreto sono quelle del Nord, abituate da anni a usare le cooperative, i gettonisti, i medici stranieri pagati meno. Una contrattazione al ribasso, insomma, quando già siamo indietro con l’adeguamento all’inflazione».

Un decreto imposto, non proposto: il triplice rifiuto del sindacato

Il metodo, per Altizio, è la vera ferita. «Quello che non possiamo tollerare è vedere calata dall’alto la decisione su come fare il nostro lavoro». Nessun tavolo serio di confronto, nessuna presa in carico del problema: una bozza esigua riportata in Conferenza Stato-Regioni. «Non ci sono cose nascoste che noi conosciamo e voi no. Neanche loro sanno dove prendere i soldi. È una riforma monca dall’inizio».

E a chi accusa i camici di essere refrattari al cambiamento, il dottore rovescia la prospettiva: «Siamo forse la categoria sanitaria che ha subito più cambiamenti negli ultimi anni, e li studiamo ogni giorno, perché il lavoro ci è cambiato sotto le mani. Quello che non possiamo sopportare è un cambiamento a scatola chiusa».

La piattaforma della manifestazione lo dice in tre rifiuti netti, scanditi da Onotri: no al Ruolo Unico, no al debito orario, no alla retribuzione per obiettivi. Quanto al bilancio di quattro anni di governo sulla sanità, il dottore non concede attenuanti: «Che cosa hanno fatto in quattro anni? Direi niente». La presidente del Consiglio ha rivendicato l’aumento del fondo sanitario come una vittoria, «ma il fabbisogno stimato era almeno dell’8%, e il fondo è cresciuto del 2%. Siamo ancora dentro i tagli, da anni».

Se per i medici «lo sciopero è un percorso a ostacoli»

Quando definiamo “sciopero” la mobilitazione del 28 maggio, emerge una precisazione che vale più di un cavillo lessicale.

«Non è uno sciopero, è una manifestazione» ci corregge il dottor Altizio. La differenza pesa. I medici di famiglia, convenzionati e non dipendenti, scontano vincoli che alle altre categorie sono ignoti: «Quando sentite dire che i medici di famiglia sono in agitazione, quello è il nostro presciopero. Arrivare allo sciopero vero e proprio, per noi, è un percorso a ostacoli». Il codice di autoregolamentazione impone preavvisi, motivazioni scritte, prestazioni indifferibili da garantire comunque; chi sgarra rischia sanzioni pesanti, sul singolo e sull’organizzazione che ha proclamato l’astensione. La protesta nasce già depotenziata.

Tanto che lo SMI ha deciso di portare la questione fuori dai confini nazionali: il sindacato, come conferma la stessa segretaria Onotri, ha depositato un reclamo al Comitato Europeo dei Diritti Sociali di Strasburgo per denunciare quella che considera una compressione illegittima del diritto di sciopero dei medici italiani. E poi c’è il paradosso più amaro, quello che svuota le piazze prima ancora di riempirle: «Per andare a manifestare a Roma dobbiamo trovare un sostituto che tenga aperto lo studio, e pagarlo di tasca nostra. Nelle condizioni di carenza attuale, trovarlo è difficile».

Una manifestazione volontaria, dunque, a spese di chi protesta, organizzata in pochi giorni perché la riforma «fino al mese scorso non esisteva». La piazza che si vedrà, ammette Altizio con onestà rara, potrebbe non essere piena come vorrebbero; ma è un problema di logistica, non di rabbia mancante.

Le controproposte e il mistero delle Case di Comunità: nessuno sa come funzioneranno

Lo SMI non si limita al no, e il dottore tiene a dirlo. Solo che ogni proposta, lamenta, va a sbattere contro lo stesso muro: «Si discute di riforme della medicina generale a iso-risorse fin dal decreto Balduzzi del 2010, quando non si prova a recuperare denaro tagliando gli stipendi in maniera vigliacca».

Le idee, però, esistono e sono concrete: sburocratizzare il mestiere, investire sul personale di studio per liberare i medici dalle ore di scartoffie, equiparare davvero la specializzazione per attirare i giovani, potenziare la diagnostica strumentale di primo livello e la telemedicina – proprio quei capitoli che il PNRR finanzierebbe. «La Puglia, su questo, qualcosa l’ha mostrato: gli AIR hanno permesso di aprire ambulatori in forma aggregata, gli ART, capaci di coprire fasce orarie più ampie mettendo insieme più professionisti».

Il punto non è solo il taglio: è la riorganizzazione, e soprattutto il riconoscimento. «Vorremmo essere protagonisti delle riforme, non subirle», ci viene detto. Una richiesta che si scontra con la frammentazione del fronte sindacale – lo SMI è una sigla di minoranza; la FIMMG, il sindacato di maggioranza dei medici generalisti, ha fatto la sua battaglia sul Ruolo Unico – e che oggi trova un alleato inatteso nelle Regioni stesse, in parte perplesse davanti a un decreto che scarica su di loro il problema.

Resta la domanda che attraversa tutto, e che vale per ogni cittadino che un giorno si presenterà alla porta di una di queste strutture: che cosa succederà davvero, dentro le Case della Comunità? «Non lo sa nessuno con esattezza» ammette il segretario, e in quella reticenza c’è il rischio più grosso. Perché quando una struttura pubblica resta in piedi senza personale, la storia italiana conosce un solo epilogo: arriva il privato a farla funzionare, e a quel punto tanto vale vendergliela, di solito a un prezzo imbarazzante. Le scatole vuote del PNRR, costruite con i soldi di tutti, potrebbero diventare l’ennesimo regalo dilazionato negli anni a uno dei mercati più rapaci e divisivi del Paese.

Ad Altizio, che ha un contratto a tempo indeterminato con la sua ASL e si sente chiedere di stracciarlo per firmarne uno di cui ignora i contenuti, il paragone viene da sé, e suona come una conclusione amara: «Penso che nessun lavoratore potrebbe accettarlo. I metalmeccanici della CGIL avrebbero scioperato per venti giorni». I medici di famiglia, invece, possono solo manifestare. Il 28 maggio, dalle dieci all’una, con un sostituto pagato di tasca propria a tenere aperto lo studio alle loro spalle.

 

 

 

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In copertina: un’immagine della protesta del Sindacato Medici Italiani di fronte al ministero della Salute, il 28 maggio 2026.

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