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Caro carburante, non buttiamo benzina sul fuoco: ai distributori 27,50 euro ogni mille litri venduti

Caro carburante, non buttiamo benzina sul fuoco: ai distributori 27,50 euro ogni mille litri venduti

I gestori delle pompe di benzina guadagnano sempre meno: sono strozzati dagli accordi con le compagnie petrolifere, e la crisi dei carburanti accelera il crollo di una situazione precaria già da anni. I sindacati sono divisi tra la necessità di rivedere gli accordi e lo strapotere dei fornitori: l’opinione di Alessandro Zavalloni, della FE.G.I.C.A. CISL, e di Pinello Balia, presidente ANGAC.

Il caro carburante non fa guadagnare i benzinai. Anzi, spesso sono loro a rimetterci.

In questi giorni in Parlamento sono arrivate un’interrogazione a firma di Giorgia Meloni e una proposta della FE.G.I.C.A. CISL, l’associazione di categoria dei gestori di distributori, per limitare il caro carburanti. Un rincaro che mette in difficoltà innanzitutto i benzinai, i quali non vengono pagati a percentuale, ma percepiscono dai 2,5 ai 3 centesimi per ogni litro venduto, indipendentemente dal prezzo al consumatore. A chi materialmente si occupa di dare la benzina agli utenti rimangono poche briciole della torta, perché il guadagno del gestore non cambia, a qualunque prezzo l’automobilista paghi la benzina.

Ma se il prezzo del carburante aumenta – per una decisione che è stata presa a monte dalle compagnie petrolifere, che non hanno difficoltà a stipulare accordi di cartello – i consumi diminuiscono, e il guadagno diminuisce di conseguenza. Negli ultimi giorni, con l’inizio della guerra in Ucraina, i prezzi sono andati alle stelle, tanto che gli stessi sindacati si sono messi a studiare soluzioni per bloccare il caro carburanti.

Pinello Balia, presidente ANGAC: «Per noi benzinai se crescono i prezzi diminuiscono i guadagni»

Da qualche giorno, il sindacato FE.G.I.C.A. CISL ha depositato sul tavolo del Governo una proposta che potrebbe permettere l’abbassamento del prezzo.

«Ci riallacciamo – spiegano al sindacato – a una vecchia norma della finanziaria, che risale al periodo nel quale Pierluigi Bersani era ministro dell’Economia. L’aumento dei prezzi del carburante comporta anche una crescita del gettito IVA, calcolato in proporzione, e che non era previsto. Si creerebbe così un tesoretto che permetterebbe di abbassare le accise. Basterebbe quindi una norma dello Stato. Abbiamo presentato questa proposta già da settimane».

Con il Governo un’intesa si è trovata, ma rimane ancora qualche perplessità. «Le accise calano dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale», spiega Alessandro Zavalloni della FE.G.I.C.A. CISL, «ma per i prezzi alla pompa. Nulla si dice sulle quantità già immesse al consumo al momento dell’entrata in vigore del decreto, quindi con accise vecchie. Quanto ci vorrà per vedere l’effetto concreto?».

Il problema è porre un freno agli aumenti incondizionati delle ultime settimane, anzi degli ultimi mesi, perché il trend non è certo legato soltanto alla guerra in Ucraina. Il prezzo del carburante è fuori controllo ormai da anni, e a farne le spese sono i gestori delle stazioni di servizio, che sono l’anello debole della catena.

«Al crescere dei prezzi – dice Pinello Balia, presidente dell’ANGAC, il sindacato autonomo dei gestori di pompe di benzina – vediamo calare i clienti, e di conseguenza i nostri introiti, anche perché non siamo pagati a percentuale. Inoltre le spese per il mantenimento del distributore (luce ed energia) sono carico nostro. Ogni compagnia ha un accordo diverso dalle altre. Al massimo si possono prendere 35 euro ogni mille litri venduti al self service e 65 al servito.»

Ma SenzaFiltro ha visionato alcuni contratti dove gli euro ogni mille litri sono 27,50, cioè 27 millesimi al litro. «In Europa è diverso», continua Balia. «C’è il prezzo unico per tutti. E poi noi siamo legati al traffico e una deviazione può cambiare in modo radicale gli introiti della nostra azienda. Nel Sulcis, dove io gestisco una pompa di benzina, hanno deviato una vecchia entrata della tangenziale e c’è stata una diminuzione del traffico. Di conseguenza le mie vendite sono crollate».

Negli anni i margini di guadagno si sono ridotti. Una pompa media, fuori dai circuiti delle grandi città e anche dalle zone di campagna, in un anno vende da 600.000 a 1 milione di litri all’anno. Il gestore si trova così a incassare dai 24.000 ai 28.000 euro. Chi si trova a gestire una grande pompa di benzina, il cui lavoro però è triplicato, arriva a fatturare oltre 70.000 euro l’anno. Se dovesse prendere un dipendente gli verrebbe costare 35.000 euro l’anno, togliendogli metà degli introiti.

«Nelle cifre lorde – continua Balia – rientrano anche costi di corrente e manutenzione. Molti impianti si trovano così a lavorare in perdita. Abbiamo colleghi che si sono indebitati con le banche e hanno le case ipotecate. Per questo nel 2019 è nato il nostro sindacato, con l’idea di cambiare gli accordi storici.»

«Noi, schiavi del caporalato petrolifero»

Eppure fino a qualche anno fa il lavoro di benzinaio era molto più redditizio, anzi quasi ambito.

«Tutto è cominciato tra il 2002 e il 2003, quando anziché liberalizzarli si è deciso di cedere il prezzo alle compagnie petrolifere», continua Balia. «In questi accordi si prevede che al massimo si possa sforare di 5 millesimi il prezzo concordato. Se qualcuno dovesse vendere la benzina a un prezzo troppo basso ci rimetterebbe, andando così in rovina».

I cambi repentini di prezzi che si sono verificati in questi mesi sono stati per l’intero settore il problema più grande. Non solo per gli aumenti, ma anche per le drastiche diminuzioni. C’è chi si è trovato a comprare a prezzi alti e a vendere a prezzi più bassi, perché il prezzo imposto si è abbassato anche di tanto da un giorno all’altro. Così i benzinai si sono visti bruciare il possibile guadagno.

«Il prezzo può cambiare da un giorno all’altro. Io ho comprato il carburante venerdì e mi sono trovato lunedì un rincaro di 20 centesimi sul gasolio e di 13 sulla benzina. Una differenza di 1.330 euro. Il flusso è crollato e ho venduto poco; poi quando ci portano il carburante noi dobbiamo pagare o con assegno o con il mail banking. Questi meccanismi stanno facendo sparire la nostra categoria, anche perché eravamo danneggiati già prima della guerra. I giovani ci provano, a lavorare, ma mollano dopo un anno o due. Nella maggior parte dei casi non siamo nemmeno proprietari della pompa di benzina, che ci viene data in comodato dalle grandi compagnie petrolifere. La vita dei proprietari è un po’ migliore rispetto a quella di chi ha la stazione di servizio in comodato. Noi non siamo comunque né dipendenti né gestori: tra di noi ci chiamiamo schiavi del caporalato petrolifero».

Il sindacato FE.G.I.C.A. CISL: «Rivedere gli accordi? Compagnie petrolifere troppo potenti, benzinai divisi»

I dati dicono che in Italia si è passati da 32.000 pompe di benzina a 27.000, e oggi ne rimangono 22.000.

Che il panorama sia desolante lo si può comprendere anche solo andando in macchina nei centri più piccoli, alcuni dei quali rimasti senza benzinaio. Lungo le strade molti distributori chiusi sono ormai un monumento di archeologia industriale. L’unico modo per invertire la tendenza è quello di rivedere gli accordi con le compagnie petrolifere, come da anni propone l’ANGAC, che è entrata anche in polemica con i sindacati tradizionali.

«Cambiare gli accordi – spiegano alla FE.G.I.C.A. CISL – non è semplice, perché ci troviamo davanti le “sette sorelle”, cioè i più grandi gruppi petroliferi al mondo, che hanno una capacità di influenza senza dubbio maggiore della nostra. E poi non è semplice per la categoria fare attività sindacale, dal momento che siamo divisi: non ci ritroviamo a lavorare in un’azienda, ma siamo sparsi lungo il territorio nazionale. Insomma non possiamo certo fare volantinaggio alla mattina.»

Prima di modificare accordi in essere da anni, e che in sostanza sono progetti privati, sui quali la politica è sempre intervenuta poco, è necessario mettere mano alla questione caro carburanti, che è sull’agenda del Governo già da oggi.

Leggi il mensile 109 “Stipendi d’Italia” e il reportage “Aziende sull’orlo di una crisi di nervi“.


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Photo credits: inmoto.it