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Chiropratici in Europa: Italia indietro, non c’è ancora la laurea

Chiropratici in Europa: Italia indietro, non c’è ancora la laurea

15 nuovi chiropratici nel sistema sanitario italiano. Ma il Presidente AIC John Williams denuncia su SenzaFiltro il grave buco normativo che pesa su mercato e risorse. Crescono le discriminazioni.

Secondo i censimenti periodici dell’AIC (Associazione Italiana Chiropratici), ogni anno oltre la metà degli studenti italiani che frequentano i corsi di livello universitario all’estero non fanno rientro. Il perché è amaro e dipende dal mancato riconoscimento nel nostro ordinamento del percorso formativo secondo gli standard internazionali, che prevedono una laurea magistrale quinquennale.

L’incertezza normativa in cui è ancora relegato il percorso formativo del chiropratico è anche il principale motivo che ha spinto alcuni dei maggiori enti internazionali accreditati dalla World Federation of Chiropractic a rinunciare agli investimenti nel sistema formativo italiano, anche se già stanziati e annunciati.

A quattordici anni dal riconoscimento legislativo della professione, da noi si attendono ancora i decreti attuativi e la laurea magistrale resta un miraggio: in sintesi il percorso formativo post laurea dell’AIC garantisce gli standard internazionali, ma il mancato riconoscimento formale della professione continua a pesare sui pazienti, sul sistema sanitario e sulle legittime aspirazioni degli studenti in chiropratica, che possono laurearsi soltanto nelle università estere. In Europa la chiropratica è riconosciuta in tutti i Paesi, salvo la Grecia, la Polonia, l’Ungheria e la Spagna, ed è regolamentata in 16 Paesi.

Chiropratici in Italia: in arrivo 15 nuovi professionisti

La Chiropratica è uno strumento in più contro la carenza di personale sanitario specializzato, ma appunto, in Italia è ancora impossibile laurearsi. 

Ogni anno aspiranti chiropratici sono costretti a studiare all’estero, con un dispendio di risorse economiche che potrebbero da un lato restare qui e dall’altro attrarre risorse umane ed economiche da fuori.

La notizia è che ora 15 nuovi dottori chiropratici si apprestano a fare ingresso nel panorama sanitario nazionale: sono professionisti laureati che hanno svolto dai cinque agli otto anni di formazione universitaria presso istituti accreditati esteri.

Come eserciteranno adesso in Italia? I laureati affrontano un ulteriore percorso di abilitazione post laurea: il Graduate Education Programme (GEP), promosso dall’AIC, che raggruppa il 70% dei chiropratici attivi a livello nazionale.

Dal 2015, l‘81% degli studenti che hanno partecipato al Graduate Education Programme sono stati di nazionalità italiana. Una vera e propria inversione di tendenza rispetto al quinquennio precedente, anche se, in termini assoluti, si nota come dentro i nostri confini la chiropratica sia nettamente al di sotto della media internazionale per numero di professionisti attivi. Considerato che negli USA sono attualmente in attività 75.000 chiropratici e che tale professione sanitaria è rappresentata in 90 Paesi nel mondo, resta alto il divario tra noi e il resto degli Stati occidentali, fatte ovviamente le dovute proporzioni.

SenzaFiltro ha raggiunto John Williams, presidente dell’Associazione Italiana Chiropratici, per commentare la situazione italiana.

“La mancata attuazione della regolamentazione della chiropratica è stata più volte portata come un inspiegabile esempio negativo dalle organizzazioni sanitarie mondiali dei professionisti del settore. Noi ribadiamo con forza che il titolo di chiropratico si ottiene esclusivamente nelle università. Ma ancora, purtroppo, è possibile soltanto all’estero. L’Italia continua a essere l’unico Paese a non aver ancora definito il percorso di studi del chiropratico secondo quei principi stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.” 

“La nostra associazione continua a lavorare per contrastare ogni tentativo di relegare il futuro della professione all’ambito tecnico, facendo perdere alla chiropratica la propria identità e al Paese i vantaggi del rapporto costi/efficacia. Soltanto una laurea magistrale quinquennale in chiropratica riuscirebbe a portare l’Italia sul piano dei Paesi evoluti e costituirebbe una garanzia contro l’abusivismo della professione.”

John Williams, Presidente AIC

Leggi e sanità: ancora discriminazioni?  

La chiropratica, infatti, è stata riconosciuta nel lontano 2007 come professione sanitaria di grado primario con un corso di laurea di cinque anni.

Questa legge non è mai stata abrogata”, prosegue Williams. “La Legge Lorenzin del 2018, facendo riferimento alla legge n. 43/2006 sulle professioni tecniche, ha inserito la chiropratica tra le professioni che richiedono una laurea triennale: ipotesi alla quale ci opponiamo da sempre con forza”.

“Anche se la laurea triennale non è specificata nella legge, se dovesse essere interpretata così nella regolamentazione, il chiropratico italiano non avrebbe le competenze garantite dagli standard internazionali, gli unici necessari per svolgere la professione in sicurezza. Inoltre, verrebbero meno i già dimostrati vantaggi nel rapporto costo-efficacia e nell’efficacia della prevenzione dei disturbi dell’apparato muscolo-scheletrico attraverso una terapia non-invasiva, qual è la chiropratica.”

“È per questo che stiamo lavorando per ottenere un percorso formativo di cinque anni con laurea magistrale, come avviene in tutti i Paesi avanzati”.