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Commercio ambulante, Giacomo Errico (Presidente FIVA): “Chi ci governa non ci considera imprese, ma paghiamo le tasse come loro”

Commercio ambulante, Giacomo Errico (Presidente FIVA): “Chi ci governa non ci considera imprese, ma paghiamo le tasse come loro”

I venditori ambulanti generavano un quinto delle vendite al dettaglio nazionali, prima della pandemia. Oggi un terzo di loro rischia la chiusura, con perdite superiori al 60%.

Le manifestazioni degli ambulanti, messi in ginocchio dalle restrizioni anti-COVID, si stanno susseguendo in molte città italiane: nei giorni scorsi hanno paralizzato anche il centro di Milano e, nel Casertano, l’autostrada. Queste proteste, ultime di una serie iniziata un anno fa, di certo sono riuscite ad accendere i riflettori su un settore commerciale che resta importantissimo, nonostante spesso, negli ultimi decenni, sia stato dato per finito.

Per esempio, la RAI recentemente ha riproposto un servizio trasmesso da TV7 nel 1963. Indagava sul destino, definito “incerto”, dei mercati rionali, “di fronte alle moderne tecniche di vendita”. All’epoca si stavano diffondendo i supermercati: il primo era stato inaugurato a Milano nel 1957. Quel servizio lasciava intravedere un rapido declino delle bancarelle nelle strade e piazze di città e paesi. Anche oggi, quasi sessant’anni dopo, tanti – invaghiti dai centri commerciali e dallo shopping online – pensano ai venditori ambulanti come a un fenomeno folcloristico, eredità di tempi andati.

I numeri del commercio ambulante: un settore in salute, fino alla pandemia

Come stanno davvero le cose? Altro che declino.

Tuttora il 54% degli italiani sopra i 24 anni compra regolarmente nel mercato giornaliero o periodico e il 46,4% lo fa perché lì trova prezzi più convenienti: lo rileva l’indagine Format Research di ottobre 2020. Così, con oltre 177.527 punti-vendita (dati del 30 giugno 2020, in piena emergenza sanitaria) e circa 330.000 posti di lavoro, il commercio ambulante rappresenta il 22% delle imprese commerciali: un pilastro del settore, al fianco dei negozi fissi e della grande distribuzione.

Il 95% di queste attività è costituito da microimprese individuali, secondo la valutazione di Unioncamere – InfoCamere. Il 56% dei commercianti è di origine straniera, ma in alcuni comuni i banchi italiani sono oltre il 90%. Ben 31.200 imprese vengono gestite da donne.

A livello nazionale, il comparto è caratterizzato da una forte concentrazione (quasi il 40%) in tre regioni: Campania (oltre 29.000), Lombardia (più di 21.000) e Sicilia (circa 19.000). Però gli ambulanti sono ovunque.

Per dare un’idea, soltanto nel settembre 2020, secondo l’ufficio studi della FIVA (Federazione Italiana Venditori Ambulanti – Confcommercio), nei 732 comuni italiani con popolazione superiore a 15.000 abitanti sono stati censiti 728 mercati a cadenza quotidiana, con prevalenza di prodotti alimentari, e 2.111 mercati a cadenza periodica con prevalenza di prodotti non alimentari: dunque, nei mercati e in altre aree pubbliche dei centri maggiori, gli spazi (in gergo tecnico, posteggi) destinati agli ambulanti occupano un’area vasta 5.450.258 mq, pari a 5,450 chilometri quadrati.

Negli altri 7.171 comuni più piccoli ci sono altri mercati quotidiani, con una superficie totale di 32.016 mq. Completano l’offerta oltre 350 mercati stagionali nelle località rivierasche e turistiche. È difficile censire le fiere, le sagre e altri eventi: sono comunque più di 6.000 all’anno.

Venditori ambulanti, imprenditori a tutti gli effetti: la posizione di Giacomo Errico, presidente FIVA

Di certo questo lavoro resta, come è sempre stato, molto pesante: svolto in ogni stagione, al gelo o sotto il sole a picco.

“I vecchi ambulanti, quelli da cui ho imparato il mestiere, insegnavano che dobbiamo essere capaci di fare cinque cose, ogni santo giorno: gli autisti dei furgoni, i compratori all’alba nei mercati all’ingrosso, i facchini per caricare e scaricare, i venditori e pure i ragionieri, vista tutta la contabilità che ci tocca”: lo ricorda con orgoglio, a SenzaFiltro, Giacomo Errico, presidente della FIVA. Un tipo tosto: classe 1952, ha cominciato a lavorare da ragazzino, dopo aver lasciato Cerignola (Foggia) negli anni Sessanta, diretto come tanti verso Nord. Specializzato in pelletteria, con banchi in sei mercati milanesi settimanali, ha dato l’attività in gestione e si dedica a tempo pieno all’associazione di categoria.

Ebbene, se c’è una cosa che fa arrabbiare Errico, è questa: “Chi ci governa, a prescindere dal colore politico, ha sempre dato l’impressione di non considerare il commercio ambulante un’impresa. Peccato che pretendano da ciascuno di noi, con la nostra bancarella, gli stessi identici obblighi richiesti alla mega società che apre un supermercato. Per giunta non si rendono conto del fatto che, ad esempio, un camion-negozio per vendere polli allo spiedo costa come minimo 300.000 euro. Sono errori di valutazione e pesano ancora di più nel mezzo dell’emergenza sanitaria, che ci ha dato una gigantesca mazzata. Eppure si parla pochissimo del commercio su aree pubbliche durante l’emergenza, come se le imprese del settore fossero invisibili per i giornalisti”.

La lettera a Mattarella: “Non dimenticare il commercio ambulante”

Anche le misure anti-COVID hanno provocato danni enormi. Da maggio 2020, dopo la totale chiusura nel primo lockdown, chi vende alimentari (il 20%, 33.534, per lo più specializzati in ortofrutta) può continuare l’attività anche in zona rossa (sebbene le perdite di fatturato siano state in media intorno al 25%). Chi commercia altri prodotti ha visto l’attività quasi azzerata: stiamo parlando di quasi 66.000 venditori di abbigliamento, tessuti, calzature e pelletteria; di circa 4.000 che propongono articoli per la casa e piccolo mobilio; di oltre 73.000 che commerciano cose varie (per esempio fiori, cosmetici, detersivi, libri usati, chincaglieria). Alcuni sono del tutto fermi da più di un anno: gli operatori di fiere, sagre, eventi sportivi e musicali, la cui attività è stata bloccata e pesantemente colpita dalle restrizioni.

Cosicché, rispetto al periodo di massima espansione, avvenuta nel 2017, nel 2020 si contava l’8% in meno di imprese attive; mentre rispetto al 2019 il calo è stato del 3,3%. Da uno studio recentissimo di FIVA, svolto testando un campione di 550 aziende e aggiornato a marzo 2021, esce un quadro tremendo. La perdita dell’intero settore nello scorso anno, rispetto a quelli precedenti, è stimata in oltre 7 miliardi e mezzo di euro, con un calo medio del 38,95% e “di oltre il 90% per alcuni comparti merceologici e di tipologia di esercizio”. Calo coperto solo per il 9,01% da ristori e finanziamenti a fondo perduto.

Tanto che Errico il 21 gennaio scorso ha scritto al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “A Governo e Parlamento abbiamo chiesto non indennizzi e ristori, ma la possibilità di lavorare in un quadro di rigorose misure di sicurezza. Sempre inutilmente (…). Il commercio su aree pubbliche (…) è allo stremo. Non abbiamo il peso del comparto industriale né il prestigio dei grandi marchi o delle grandi firme. Ma rappresentiamo un quinto del dettaglio nazionale e soprattutto rendiamo un servizio essenziale nelle città come nei piccoli centri, spesso negletti dalla distribuzione: svolgiamo con mercati e fiere una funzione insostituibile, soprattutto verso la fascia più debole del consumo, e occasioni importanti per la comunità e le tradizioni locali”.

La lettera prosegue: “È a nome di queste imprese, quasi tutte a conduzione famigliare e che traggono dall’esercizio dell’attività l’unica o la primaria fonte di reddito, che sento di rivolgere a Lei l’appello a non dimenticare il commercio ambulante e su aree pubbliche. (…) La flessibilità delle nostre imprese, storicamente un punto di forza, (…) non consentirà la sopravvivenza oltre un certo limite fisiologico”.

Dunque, presidente Errico, vi sentite dimenticati?

Ovvio. Oltre alle chiusure generalizzate determinate dal lockdown nazionale e dalle varie ordinanze regionali, c’è stata una miriade di chiusure locali decise dai sindaci, spesso senza preavviso e pesantissime. Abbiamo sofferto e stiamo ancora soffrendo la crisi, senza ottenere, purtroppo, le attenzioni riservate ad altri comparti.

I ristori sono serviti a poco, a giudicare dai dati…

In media, ciascuna impresa ha percepito dallo Stato poco più di 3.000 euro. È fin troppo evidente che nessun ristoro potrà mai compensare l’attività d’impresa. Emerge la necessità di riaprire al più presto, compatibilmente con la situazione generale della sanità pubblica e in un quadro di sicurezza. Ma è necessario riaprire, perché tanti di noi non sono in grado di reggere per molto tempo ancora.

Qual è la previsione?

Più del 31% delle imprese ha registrato perdite superiori al 60%. Diventa difficile ristabilire un equilibrio quando le riserve sono esigue o insufficienti. E, quando chiude un’impresa, chiude un pezzo di Paese.

Basterà riaprire?

No. Non basterà, se non si ricreano le condizioni per un rilancio del settore, creando un sufficiente grado di fiducia degli imprenditori e dei consumatori attorno a questa forma di commercio. Occorrono interventi sul piano fiscale e su quello del credito. Servirebbe un fondo speciale a favore delle imprese, almeno per sostenerle nel rinnovamento del parco mezzi, in coincidenza con l’introduzione di misure ambientali più restrittive. Bisogna poi ammodernare le aree destinate ai mercati e le reti connesse, anche telematiche.

Cosa prevede per i prossimi mesi?

Come si vede in questi giorni, c’è già molta l’agitazione. Intanto in aprile, se andrà avanti così, bloccheremo Roma, visto che la sindaca Virginia Raggi ha annunciato che vuole disapplicare la legge nazionale e il Decreto Rilancio per rimettere a bando le concessioni. In quale cornice normativa? Non lo sa nessuno. Eppure ha avuto tutto il tempo e tutti i poteri necessari per rimediare a eventuali singole irregolarità. Così si sta giocando con il futuro di decine di migliaia di piccoli imprenditori e delle loro famiglie.

Speriamo tutti che le vaccinazioni pongano fine all’emergenza. Emotivamente come si sente, in vista di questo traguardo?

Lo devo dire con il cuore? Beh, le intemperie, là fuori, ci hanno temprati da tempo, eccome! A settembre potremmo riprendere alla grande. D’altra parte, siamo gente che si rimbocca le maniche, sempre. Come dice un mio amico, probabilmente la sonda spaziale, quando è arrivata su Marte, ha trovato già pronto un nostro ambulante con la sua bancarella. Potremmo farcela, però chi ha il potere la smetta di far finta di non vederci.