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Cultura del lavoro e giornalismo: unisci i puntini

Cultura del lavoro e giornalismo: unisci i puntini

La cultura del lavoro e quella dell'informazione avrebbero parecchio da dirsi. Vale per i giornalisti e per i lettori: la soluzione non è (solo) il digitale.

Era evidente già prima del 2020 che il lavoro avesse una sua vita tridimensionale (lo spazio, il tempo, la profondità tradotta dalle relazioni), una sua dignità, un peso sociale come un macigno. O forse no? La scorciatoia meno impervia è il solito attaccare la parola lavoro ad altre, e appoggiarcisi sopra: politiche del lavoro, posti di lavoro, mercato del lavoro, offerte di lavoro. Come se da sola la parola lavoro non stesse in piedi, come se affrontare le parole nude fosse più scabroso di un porno. È così: alcune parole travalicano se stesse perché inglobano un’urgenza e a pronunciarle servono idee chiare perché non viaggiano mai senza conseguenze. Anche il concetto di cultura del lavoro potrebbe in apparenza sembrare un appoggio ma la cultura non è mai una stampella.

La parola lavoro – pronunciata con distrazione – ce l’abbiamo ogni giorno nelle orecchie tra radio, carta stampata, salotti televisivi, informazione digitale, telegiornali, racconti di vita tra amici e parenti. Sentiamo così spesso parlare di lavoro che il tema ci annoia al solo accenno. E poi già che lavoriamo tutto il giorno, pure parlarne? È questo il pensiero comune.

Il giornalismo ha sempre avuto una gran fame di notizie ma da anni ha perso il senso del nutrimento, si ingozza di contenuti, li risputa in fretta ai lettori. Leggere e mangiare sono verbi fraterni. Mangiare cultura del lavoro farebbe bene ai giornalisti, farebbe bene a tutti. Che poi tra i due mondi esistono più affinità di quanto si possa pensare.

La formazione su tutto: troppo poca

C’è pochissimo investimento in formazione dentro le imprese – lasciamo perdere quella obbligatoria e sacrosanta – e c’è pochissimo investimento in formazione dentro (e fuori) le redazioni.

Il contesto in cui si muove il lavoro è ormai tanto fluttuante quanto quello del giornalismo, ma la rilettura digitale dei contesti non ha quasi scalfito nessuno dei due negli ultimi anni. Quando i giganti italiani dell’editoria hanno attraversato il fiume del digitale ci siamo accorti che erano dei nani: hanno confuso lo strumento con la forma, hanno pensato che la versione digitale del loro vecchio cartaceo volesse dire tradurlo in una versione pdf; ancora peggio quando hanno mortificato la potenza delle notizie pensando di riempire l’edizione digitale con contenuti brevi, gratuiti e superficiali e relegare l’approfondimento nel cartaceo, che intanto iniziava ad affogare in quello stesso fiume senza nemmeno un legnetto a cui aggrapparsi. Bisognerebbe volere bene a tutti i figli e non farli sentire mai figliastri. In Italia l’approfondimento dell’informazione urge a prescindere dallo strumento; responsabilità degli editori e dei giornalisti è garantirla a prescindere dallo strumento.

Anche il fattore tempo è un parametro significativo in cui mondo delle imprese e mondo editoriale vanno a braccetto. Un’idea di produzione (che sia l’oggetto o il servizio, che sia la notizia) dilatata quasi esclusivamente nella dimensione temporale: quando, entro quanto, tra quanto. Un concetto del lavoro che in entrambi i casi tradisce il senso dello spazio o lo sottace – il Made in Italy buttato lì a ogni occasione ne è la riprova – eppure l’impresa è dentro una geografia, eppure la notizia è fatta di geografia. Ci siamo disabituati alla sacralità del dove, strapazzati dall’irruenza del quando: i mesi di pandemia ci hanno sbattuto in faccia anche questa verità.

Siamo abituati a un concetto di formazione fissa nel tempo – la scuola, l’università, i master, i corsi qua e là una volta adulti – e poi il vuoto. Si studia da ragazzi, si lavora da grandi. Eresie. Non dovrebbe esserci mai un prima e un dopo che non si parlano; spaccare in due le fasi della vita e di noi stessi ci fa solo male e non genera continuità.

La formazione deve prescindere dall’età: l’apprendimento continuo che all’estero chiamano longlife learning sarebbe una benedizione per gli italiani, ma quella è una partita da giocare sul piano culturale, mentre da noi la si intende solo o quasi su un piano economico. Sociologi ed economisti concordano inoltre sull’urgenza che la formazione diventi un gesto comune, una crescita non solo personale ma soprattutto collettiva, un fattore messo a disposizione fuori di noi e non soltanto dentro di noi. Più che di avanzamento di carriera sarebbe buona cosa formarsi per un avanzamento di tutti.

Nel mondo dell’informazione, le rendite pesanti di poltrone non derogano nemmeno all’ignoranza digitale della maggior parte dei giornalisti non più giovani; continuano a scrivere come se consegnare un articolo fosse l’ultimo gesto a cui vengono chiamati, perché tanto c’è poi chi dovrà distribuirlo, comunicarlo, venderlo. Il digitale permette invece di potenziare l’effetto della scrittura e di entrare in contatto coi lettori, tenere in vita i contenuti, dilatarli nello spazio-tempo, misurarsi con le metriche (che forse è il passaggio più inquieto: sapere di non essere letti strapazza l’ego della nostra categoria. Meglio restare su carta, dove le tirature e i dati di lettura non parlano direttamente al singolo?).

Il giornalismo è diventato una filiera articolata, ben più lunga del passato, e scrivere è una parte del nostro lavoro: ancora un triste punto di contatto tra mondo delle imprese e mondo editoriale, dove nessuno dei due purtroppo sa e vuole gestire il ricambio generazionale interno.

Domanda e offerta: chi cerca chi?

Una volta i lettori cercavano i giornali, oggi i giornali vanno a caccia spasmodica di lettori. Tocca anche sentir dire che i lettori sono i padroni dei giornale e che a loro si rivolge la linea editoriale: è il mantra ripetuto ormai da mesi dentro le prime file di Domani – il progetto firmato De Benedetti e Feltri – che in una sola frase spazza via la deontologia e la speranza che l’informazione sia realmente disincagliata.

Tornando alla domanda e offerta, e senza scordare che l’economia in cui ci stiamo muovendo nel 2020 sta proiettando già la perdita di quasi 1 milione di posti di lavoro in Italia entro fine anno, fino a qualche mese fa avremmo senz’altro potuto dire che oggi le persone, quando possono, scelgono dove lavorare più che in passato. Per averne conferma in una fase tanto delicata come quella attuale: non è più solo una tendenza, e a breve diventerà un dato, che la sicurezza e la salubrità nei luoghi di lavoro saranno tra i principali criteri di scelta per chi potrà scegliere il proprio lavoro. La casistica dentro le agenzie interinali è già viva.

A scegliere, più che a farsi scegliere, saranno sempre più i giovani, anche perché non hanno interesse ai benefit tradizionali dei padri o dei nonni: loro sì che incarnano lo spazio-tempo del lavoro, chiedono libertà di orario e libertà di movimento, chiedono progetti e meno controlli, ci ricordano che il lavoro ha una testa, un cuore e due gambe e non più soltanto una scrivania a quattro piedi.

Team ibridi: ci vuole tempo ma premia

E, per chiudere, un cenno alla stessa genetica asfittica che marca i team di lavoro nelle aziende e nelle redazioni. Chi attraversa le crisi ci riesce perché sa appoggiarsi a competenze e caratteri differenti, generi misti, geografie agli antipodi, giornalisti e ingegneri informatici. Fa paura ma premia, chiede più tempo ma premia.

L’informazione con cui ci hanno saziati male durante i mesi di lockdown ci ha dimostrato che ad aver vinto non sono state le testate nazionali o i ben noti programmi televisivi serali, né tantomeno i TG, ma la stampa locale: non è certo dipeso dal fatto che i nazionali non avessero disponibilità di spostamento, perché il giornalismo arriva dappertutto quando sa cosa andare a cercare e sa di cosa vuole nutrire il suo pubblico per farlo crescere forte e immune dal falso. La stampa locale e le agenzie di stampa regionali ci hanno ricordato che viviamo dentro cerchi concentrici dove nulla prescinde dal resto e che le personei lettori, i lavoratorichiedono vicinanza. I lettori e i lavoratori lo stanno gridando.

Puntualmente nelle ricerche promosse dalle associazioni di settore, l’AIE su tutte, si evidenzia che i manager italiani leggono pochissimo. In media ognuno di loro legge meno di 2 libri l’anno. Aggiungo io: per poi inondare i social network durante le loro ferie con post pieni di titoli da suggerire agli altri perché a loro hanno cambiato la vita.

Personalmente sono stanca e anche un po’ schifata dall’incoerenza e dall’ipocrisia. All’estero manager e politici si fanno sentire anche sulle proprie letture, si espongono, ne scrivono, ne argomentano, e lo fanno per abitudine, non per cercare consensi. I primi che mi vengono in mente sono Obama, Macron, Bill Gates, certamente molti altri. Soprattutto leggono romanzi e lo dicono. Se sapessi che manager e imprenditori italiani leggono romanzi sarei più tranquilla, perché niente come un romanzo spinge a pensare all’io in funzione di un noi. Questa Italia ne ha troppo bisogno.

Nobìlita nasce anche da qui: cultura del lavoro e cultura dell’informazione sullo stesso palco, per una volta a parlare insieme intorno alle stesse cose e a guardarsi in faccia. Come nelle case di una volta, perché è un festival che nasce da una famiglia sana, figlio di buoni principi, la fatica ben riposta nel portare avanti progetti comuni, il miracolo mai stanco delle relazioni. Cultura del lavoro e cultura dell’informazione dovrebbero convivere, e non subaffittarsi ogni tanto uno spazio.