Fallimento INPGI, il vero buco è immobiliare: questa Cassa non è un albergo

Dai prepensionamenti alla crisi immobiliare, il fallimento dell’Istituto Nazionale di Previdenza per i Giornalisti Italiani (INPGI) è stato causato dagli editori e dalle decisioni improvvide della politica. Ne parliamo con Claudio Santini, del “Resto del Carlino”, e Giampiero Moscato, ex responsabile ANSA Emilia-Romagna.

L’INPGI, l’Istituto Nazionale di Previdenza per i Giornalisti Italiani, è fallito. O meglio, l’INPGI 1 verrà assorbito dall’INPS, come deciso dalla legge di bilancio. La decisione porta la data del mese scorso, eppure sono stati in pochi a parlarne. Forse perché il tracollo della cassa previdenziale era sotto gli occhi di tutti da diversi anni. Il motivo? Si potrebbe incolpare la crisi del settore, ma sarebbe una spiegazione semplicistica.

“In tutta questa vicenda, mentre ci sono tante voci, l’unica notizia certa è che dal primo luglio 2022 l’INPGI passa all’INPS perché così ha deciso la legge di stabilità”. A dirlo è Claudio Santini, storico giornalista del Resto del Carlino e docente di Deontologia al Master di Giornalismo di Bologna. “Sul resto ci sono molte incertezze, ma c’è una notizia abbastanza buona: l’INPGI non è stata commissariata, non è stata messa sotto il controllo di un gruppo politico. Il che avrebbe significato una completa sottrazione del controllo dell’Istituto dalle mani dei giornalisti”.

L’INPGI 2, infatti, resta ancora attivo. Si tratta della cassa previdenziale per i lavoratori autonomi, attualmente la maggioranza nel giornalismo. Il trattamento di disoccupazione resta fino alla fine del 2023. Ci sarà poi un ricalcolo dei contributi in base ai parametri INPS, che sono più restrittivi. Ciò significa che le pensioni saranno più basse per chi vi andrà prossimamente; per chi invece è già pensionato, l’assegno resta invariato. Ci sono ancora diversi aspetti che dovranno essere decisi tramite l’iter parlamentare, come i nuovi criteri per la nomina dei consigli di amministrazione.

Secondo Santini si è arrivati a questo punto perché i versamenti dei contributi sono calati drasticamente. “I giornalisti, oggi, ricevono stipendi molto più bassi, e quelli che vanno in pensione hanno versato di meno di ciò che veniva versato nel passato”.

Ovviamente questo è solo uno step intermedio delle cause. Uno dei fenomeni che ha inciso sulla crisi dell’INPGI è il prepensionamento.

“I prepensionamenti hanno portato via i giornalisti, ma la loro uscita dal lavoro è stata pagata dai giornalisti stessi. Per chiedere lo stato di crisi le procedure sono molto semplici, non ci sono molti scogli da superare. I giornalisti hanno pagato di tasca a loro i vantaggi che gli editori hanno ottenuto con lo stato di crisi, ossia prepensionare i lavoratori. L’INPGI ha dovuto così pagare le pensioni dei giornalisti che sono stati esclusi, ma non alla fine del loro percorso lavorativo; senza quindi che avessero versato tutti i contributi necessari.”

Crisi INPGI, il patrimonio immobiliare ridotto allo 0,73% in nove anni

C’è però un altro aspetto da considerare. I contributi non sono l’unica forma di entrate dell’istituto; anche le altre sono venute a mancare. A spiegarlo è Giampiero Moscato, ex responsabile dell’ANSA Emilia-Romagna, nonché prepensionato.

“L’INPGI è un istituto che meno di dieci anni fa aveva una sostenibilità a cinquant’anni o anche sessant’anni. Era una delle migliori mutue d’Europa”, racconta. “Era ricco, con quello che ricavava dalle entrate contributive aveva acquistato un patrimonio immobiliare di oltre un miliardo di euro, che per i 10.000 giornalisti circa che rappresenta si tratta di un’enormità. Tant’è che riusciva a mandare in pensione lavoratori a 57 anni e 18 anni di contributi. Poi c’è stata la bolla immobiliare e il crollo del mercato. A quella crisi epocale si è aggiunta la crisi strutturale del settore, legata ai social network, che rubano il mercato pubblicitario ai giornali. Perdendo risorse, le testate hanno mandato a casa i dipendenti che avevano contratti vecchi, dei tempi d’oro, e hanno assorbito molta meno gente e con contratti depotenziati. Nel giro di dieci anni l’INPGI è arrivato sull’orlo del precipizio”.

Nel 2011, infatti, il patrimonio immobiliare detenuto dall’INPGI era considerevole: al netto degli ammortamenti aveva un valore pari a 707.035.392 euro. Alla chiusura del 2020, invece, era di 5.179.183 euro. Il valore di una delle principali fonti di reddito dell’INPGI è oggi lo 0,73% di quello di dieci anni fa.

Una crisi che dura da anni: perché nessuno è intervenuto prima?

Come spiega Moscato, gli stabili venivano affittati e garantivano una rendita utile ai bilanci, ma la costante diminuzione degli introiti complessivi ha costretto l’INPGI a svenderli: sia per sanare i debiti, sia perché, per legge, “non si può detenere un patrimonio immobiliare pari al 100% delle proprie entrate, deve essere al massimo il 20%”. Quindi era necessario disinvestire gli immobili per rientrare nel tetto previsto per legge, ma al contempo il loro valore era diminuito per effetto della crisi. Ed è così che si arriva al 31/12/2020, con un disavanzo di 242.165.971 euro, aumentato di oltre 70 milioni rispetto a quello del 2019.

Fonte: INPGI

Come dice Moscato, il patrimonio immobiliare è stato venduto male nel periodo in cui è scoppiata la bolla immobiliare, quindi è stato svalutato: “Il quadro ha portato a un tracollo, che non è quindi riconducibile alla disonestà dei dirigenti INPGI, come racconta Il Foglio o suggerisce Boeri. La situazione, però, era prevedibile e sarebbe stato necessario trattare con la politica cinque o sei anni fa; ora sarebbe meno oneroso per lo Stato”.

Come mostra il grafico, infatti, il valore complessivo degli immobili detenuti era più che dimezzato nel 2015. Un dato che avrebbe richiesto di correre ai ripari immediatamente e che ha coinciso col tracollo del bilancio, come mostra la figura sotto.

Fonte: INPGI

Il grafico mostra che la crisi dell’istituto di previdenza era visibile già nel 2014-2015. Dal 2016 al 2017 si è poi passati da un attivo di 9.410.051 euro a un passivo di 100.612.588 euro, poi cresciuto fino a oggi.

Crisi dell’INPGI, colpa dei pensionati? Semmai della politica

È, vero, come dice Santini, che il dislivello fra contributi raccolti e pensioni erogate ha un peso: i contributi obbligatori versati dai giornalisti nel 2020 sono pari a 375.950.696 euro, mentre il valore delle pensioni dello stesso anno è di 564.358.638 €: una differenza di 188.407.941 €.

Come riporta il documento di bilancio dell’INPGI, l’andamento degli ultimi esercizi è stato caratterizzato dalla “continua flessione dei contributivi obbligatori e non obbligatori e dal continuo aumento della spesa previdenziale. Si conferma, infatti, il fenomeno emerso negli ultimi anni: un calo costante dell’occupazione che riflette la crisi economica in cui versa il settore editoriale e la complessità delle trasformazioni in atto nel mondo dell’informazione. Inoltre, sono aumentate le aziende che hanno fatto ricorso ai contratti di solidarietà comportando, pertanto, una riduzione della massa retributiva imponibile e un aumento della spesa previdenziale”.

Questo però non deve portare a incolpare i giornalisti pensionati. “Da noi il dramma è che i vecchi, che sono già usciti, hanno ottenuto pensioni commisurate al periodo in cui il giornalismo era una gallina dalle uova d’oro. I nuovi scontano il fatto che ora le uova non ci siano, e non sono neanche d’oro”, dice Moscato. “Non credo che il sistema giusto sia quello di svalutare gli assegni di quelli che sono andati in pensione, perché violerebbe il principio della regolamentazione dei rapporti civilistici fra le persone, cioè che non si può rendere retroattiva una norma svalutativa. Una delle colpe che do io è che si è accettato che i nuovi ingressi versassero meno contributi e raggiungessero un livello di retribuzione adeguato dopo molto tempo. È il grimaldello con cui i datori di lavoro depotenziano anche la rappresentanza sindacale”.

Come denuncia l’ex direttore dell’ANSA Emilia-Romagna, l’entrata nel mercato di lavoratori con contratti depotenziati ha reso di troppo i giornalisti che godevano di stipendi più alti. Ma come hanno fatto gli editori ad abusare in questo modo del prepensionamento?

Nel 1981, Il Parlamento approvò la legge 416, Disciplina delle imprese editrici e provvidenze per l’editoria. Gli articoli 36 e 37 regolano i prepensionamenti in caso di crisi occupazionale, che viene dichiarata tale dal ministero del Lavoro e della previdenza sociale. Con l’aumento delle richieste di prepensionamenti, l’INPGI regolamentò ulteriormente il procedimento, inserendo la necessità di mostrare evidenze negative in bilancio. Fu però la politica a dare il colpo di grazia a questo sistema: l’8 ottobre del 2009, un decreto del ministro del Lavoro Sacconi consentì l’accesso allo stato di crisi anche nel caso in cui la crisi fosse solo prospettata. È in quel momento che ha avuto inizio il tracollo dell’INPGI: la crisi immobiliare l’ha solo accelerato.

Photo credits: contropiano.org

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