Eike Schmidt, direttore del museo degli Uffizi.

Eike Schmidt: il più contemporaneo tra i fiorentini

Da Ai Weiwei a Marina Abramović, Firenze si posiziona sempre più tra le grandi mete del contemporaneo: parola di Eike Schmidt, direttore degli Uffizi.

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L’imponente scultura di Michelangelo Pistoletto a Porta Romana. E I passi d’oro di Roberto Barni, collocata nel 2013 in via dei Georgofili, in ricordo del drammatico attentato del maggio 1993. Opere contemporanee che ormai fanno parte del patrimonio iconografico di Firenze, non più legata a senso unico al classico paradigma rinascimentale.
Piazza Signoria diventata palcoscenico per i grandi nomi dell’arte contemporanea internazionale e le mostre evento degli ultimi anni hanno offerto un contraltare – anche e soprattutto mediatico – a un panorama di proposte culturali sempre più solido e articolato. Un panorama alimentato dall’attività, tra gli altri, del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina (CCCS), del Museo Novecento diretto da Sergio Rosaliti, de Le Murate Progetti Arte Contemporanea, realtà gestita da Valentina Gensini, e del Museo Marino Marini (che riaprirà i battenti il 9 gennaio). Senza dimenticare gli spazi espositivi di Forte Belvedere e Villa Bardini. Da fine marzo 2018, il rinascimentale Palazzo Bartolini Salimbeni accoglie la Collezione di Roberto Casamonti.

 

Firenze e la contemporaneità

È certamente un rapporto complesso quello tra Firenze e l’arte contemporanea, come racconta Giandomenico Semeraro, storico e critico d’arte, docente dell’Accademia di Belle Arti cittadina e autore del volume Firenze. La fabbrica dei segni (ed. Accademia dell’Iris). Sono tre le principali tappe che, secondo Semeraro, ne segnano il dialogo. «La mostra La collezione Guggenheim che inaugurò a Firenze nel 1949 nei sotterranei di Palazzo Strozzi, negli spazi della Strozzina, provocò accese discussioni. Fece scalpore anche Forme per il Davis, l’allestimento che eccezionalmente e per la prima volta la Galleria dell’Accademia ha ospitato tra il 2004 e il 2005: un confronto tra il David e le opere concepite per i cinquecento anni del capolavoro di Michelangelo da grandi artisti contemporanei». Non sono, infine, mancate spaccature attorno alla retrospettiva di Palazzo Strozzi Libero, dedicata ad Ai Weiwei nel 2016, con polemiche incentrate soprattutto sull’installazione dei gommoni sulla facciata del palazzo. «Ma questa volta non ci si è fermati al preconcetto, entrando di più nel merito delle opere».

Jacopo Celona, direttore della Florence Biennale, dal 1997 piattaforma internazionale e indipendente per l’arte contemporanea, fa un distinguo sull’ultimo ventennio. Nella decade 1998-2008 si avverte l’esigenza di sensibilizzare nuovamente il pubblico nei confronti dell’arte contemporanea, soprattutto in un centro dal passato artistico così importante. «Abbiamo assistito a un graduale miglioramento di questo rapporto. Soprattutto le nuove generazioni hanno accettato la sfida di riscoprire l’arte e di rapportarsi e confrontarsi con essa».

Dal 2009 a oggi, a dare nuova linfa sono i social, che ravvivano la critica e il dibattito. «Oltre a vedere le mostre si vuole incontrare gli artisti, parlare con loro, possibilmente capire il loro punto di vista sulla vita, e spesso anche criticarli. Dopo essere stata presente alla Florence Biennale nel 2009, Marina Abramović è tornata in Italia con una mostra che ha riscosso molti complimenti, ma anche molte critiche. Firenze è così, ti ama e ti critica come farebbe una mamma». Nonostante l’immancabile vis polemica che caratterizza il dna fiorentino, l’apertura alla contemporaneità della città e il suo dinamismo su questo fronte sono elementi tangibili.

Marina Abramović The House with the Ocean View 2002-2018, installazione multimediale, letto con cuscino in pietra, lavandino, sedia con cuscino in pietra, tavolo, gabinetto, base della doccia, doccia, tre scale con coltelli, metronomo, bicchiere d’acqua, vestiti.  Credit: Ph. Attilio Maranzano. Courtesy of Marina Abramović Archives Marina Abramović by SIAE 2018

 

 

 

Una nuova vocazione

«La Florence Biennale – aggiunge Jacopo Celona – ha reso Firenze una città aperta all’arte internazionale, quando nessuno ci credeva», sviluppando un dialogo diretto e indiretto tra artisti, pubblico e istituzioni. Patrocinata dal Comitato nazionale italiano Unesco, in XI edizioni ha accolto quasi 6000 artisti da oltre cento Paesi e cinque continenti, tra cui Christo and Jeanne-Claude e Anish Kapoor. «In questi anni alcune realtà istituzionali cittadine hanno inteso questo messaggio, anche se penso ci sia ancora molto da fare». Iniziative targate Florence Biennale hanno avuto come protagonisti artisti di fama internazionale quali Stormie Mills e Shamsia Hassani, prima street artist donna dell’Afghanistan, perché «è importante valorizzare le periferie con progetti di arte urbana o street art».

Parlavamo prima di elementi tangibili. Nel 2016 la grande esposizione Jan Fabre. Spiritual Guards, promossa dal Comune di Firenze e sviluppata tra Forte di Belvedere, Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria, è la terza mostra più visitata in Italia secondo la classifica stilata dall’Ansa: quasi 180.000 i visitatori alla fortezza medicea (crescita giornaliera del 25% rispetto alla mostra di Antony Gormley del 2015); 254.000 quelli transitati a Palazzo Vecchio dal 15 aprile al 2 ottobre; più di quattro milioni (secondo il calcolo del Centro Studi Turistici) i turisti di passaggio in Piazza Signoria.

Palazzo Strozzi, sotto la direzione di Arturo Galansino, dà ulteriore impulso al contemporaneo con retrospettive di grande successo: Libero di Ai Weiwei ha contato tra fine 2016 e gennaio 2017 150.000 visitatori paganti; oltre 100.000 quelli per Bill Viola. Rinascimento Elettronico, mostra dedicata al maestro indiscusso della videoarte contemporanea (al decimo posto nella classifica Ansa 2017). L’esperienza di The Florence Experiment – progetto site-specific dell’artista Carsten Höller e dello scienziato Stefano Mancuso – è stata vissuta da oltre 60.000 persone dal 19 aprile al 26 agosto 2018. Infine, The Cleaner dedicata a Marina Abramović, aperta fino al 20 gennaio, oggi registra oltre 145.000 visitatori (dal 21 settembre). Anche l’Accademia di Belle Arti negli ultimi anni ha offerto segnali di apertura, rinnovando tra l’altro l’offerta formativa con l’introduzione di due nuovi corsi triennali in Design e Didattica per i musei e l’attivazione di un Master di I livello in Textile – Creazione di tessuti d’arte.

Marina Abramović Balkan Baroque (Bones) 1997, video a un canale (b/n, sonoro), 9’42”. New York, Abramović LLC. Courtesy of Marina Abramović Archives e LIMA © Marina Abramović. Marina Abramović by SIAE 2018

 

 

A innescare un provocatorio cortocircuito tra antico e contemporaneo è nel 2015 l’installazione di Pluto e Proserpina dell’artista americano Jeff Koons, posta sull’arengario di Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria, in occasione della ventinovesima edizione della Biennale Internazionale d’Antiquariato (BIAF) di Firenze. A rendere possibile l’ambiziosa e ovviamente discussa operazione è il gallerista, mecenate e segretario generale della BIAF Fabrizio Moretti: «L’idea è stata del sindaco Nardella. Con Koons sono riuscito ad avere ottimi rapporti legati alle gallerie che lui frequentava e che io conoscevo».

Nel 2017 è la volta di Big Clay dello svizzero Urs Fischer, grazie alla collaborazione del critico e curatore Francesco Bonami. La trentunesima edizione della BIAF, in settembre, si prenderà invece una pausa dal grande appuntamento con l’arte contemporanea: se non si possono eguagliare questi risultati, meglio aspettare. «Abbiamo portato a Firenze due delle più grandi eccellenze della scena contemporanea, che hanno rivitalizzato ulteriormente il tessuto cittadino». Moretti invita a diffidare da dialoghi eccessivamente forzati, ma riconosce la forza della contaminazione portata dall’arte contemporanea. «Firenze sta facendo un lavoro eccezionale in questo senso, con allestimenti importanti e con una politica che ha mostrato grande sensibilità verso l’arte».

Il Direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt che svela Stella e Piero

 

L’apertura degli Uffizi di Eike Schmidt

A credere fermamente nell’idea del dialogo fra arte antica e contemporanea sono le Gallerie degli Uffizi. «Del resto – spiega il direttore Eike Schmidt – le collezioni medicee e lorenesi nacquero principalmente e si evolsero grazie agli acquisti e alle commissioni di opere d’arte contemporanea».

Il 20 novembre nelle sale di Levante del primo piano degli Uffizi è stata inaugurata Flora Commedia, mostra personale dell’artista contemporaneo Cai Guo-Qiang: «L’esposizione ha rappresentato un’opportunità importante per riflettere attraverso una prospettiva contemporanea, al di là dei confini geografici e temporali. Iniziative del genere le stiamo portando avanti anche a Palazzo Pitti, dove attualmente ospitiamo la prima mostra monografica in Italia dedicata a Tesfaye Urgessa (Tesfaye Urgessa. Oltre), artista etiope di 35 anni che vanta un ricco carnet di mostre in Germania. Lo scorso anno abbiamo ospitato un’esposizione dedicata a Maria Lai e la prima grande retrospettiva su Fritz Koenig suddivisa tra gli Uffizi e Boboli, e ancora prima la grande mostra di Helidon Xhixha a Boboli. Come diceva Picasso, del resto, l’opera d’arte se è vera opera d’arte è sempre contemporanea».

Con gli appuntamenti espositivi del 2019, alcuni dei quali dedicati ai maggiori artisti di oggi – Kiki Smith, Antony Gormley a Boboli e Tony Cragg agli Uffizi con molte opere inedite o create per l’occasione –, il museo conferma l’impegno verso l’attualità, «smentendo l’immagine un po’ oleografica, cristallizzata, di “culla del Rinascimento” per cui Firenze è nota nel mondo». La risposta dei visitatori, aggiunge Eike Schimdt, è molto positiva, «a differenza di alcuni anni fa in cui il contemporaneo era considerato un tema difficile per il capoluogo toscano».

 

Fare rete

«Firenze e la Toscana stanno diventando un punto di riferimento nel contemporaneo e sono convinto che tradizione e innovazione possano andare a braccetto. Bisogna aprirsi al nuovo».

Eike Schimdt sottolinea come Firenze non sia sola in questo percorso. Anzi. Il Centro Luigi Pecci di Prato, prima istituzione dedicata al contemporaneo a esser stata costruita ex novo in Italia nel 1988, rappresenta il cuore di un circuito di molte realtà (gallerie, musei, associazioni culturali, fondazioni, accademie, parchi d’arte ambientale e sedi espositive uniche come Castello Ama in Chianti) distribuite in tutta la Toscana.

Creare sinergie resta perciò la priorità, affinché l’arte contemporanea possa continuare a essere un fenomeno interessante per i suoi esiti culturali e una potenzialità concreta per il futuro di Firenze e della regione. Della necessità di instaurare sinergie collaborative tra pubblico e privato parla Jacopo Celona: «Da sempre il problema più grande di Firenze è stato quello di non essere riuscita a mettere a sistema tutte le eccellenze che lavorano nel contemporaneo in modo da sviluppare un settore culturalmente strategico, cosa che hanno fatto altre città in Italia come Torino e Milano. Se mai riuscissimo a creare un network equilibrato per l’arte contemporanea a Firenze, avremmo la forza e quindi la capacità di investire nel futuro di questo settore e, di conseguenza, esserne ancora una volta punto di riferimento».

Giornalista professionista, dopo la laurea in Scienze della Comunicazione lavora presso realtà editoriali bolognesi e non, in redazione e come collaboratrice esterna. L’articolo di cui va più orgogliosa è l’intervista ai progettisti del mega grattacielo Burj Khalifa di Dubai, che hanno sfidato il cielo e la natura per imporre nuovi standard architettonici. Appassionata da sempre di serie tv, animazione e cinema - macchina dei sogni e al contempo specchio del reale - frequenta quando può festival cinematografici e ne scrive (www.whipart). Libri, viaggi ed enogastronomia sono i suoi viatici per la felicità. [ Guarda tutti gli articoli ]

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