Ex ILVA, che cosa succede se ArcelorMittal non paga

Le conseguenze potrebbero essere devastanti per la Regione Puglia e per l’intera economia nazionale. L’aumento di capitale ricadrà sull’Esecutivo? I sindacati incalzano: “Noi perdiamo l’ILVA e il Governo dorme: non capiamo dove saranno presi i soldi”

04.12.2023
Una veduta aerea dell'ex ILVA, a cui ArcelorMittal ha negato l'aumento di capitale

È una bomba a orologeria che se esplodesse il 6 dicembre devasterebbe non soltanto la Regione Puglia, ma l’intero tessuto industriale italiano. Si tratta dell’annuncio a sorpresa lanciato sui mercati finanziari dagli azionisti di maggioranza dell’ex ILVA.

Con un atto ostile ArcelorMittal, che detiene il 62% del capitale del malandato colosso siderurgico, ha pensato bene di annunciare ai soci pubblici di minoranza (Invitalia con il 38%) e al Paese intero che come regalo di Natale rinuncerà al necessario aumento di capitale a fronte di un fabbisogno di 320 milioni. Una decisione drammatica che avrebbe conseguenze incalcolabili sull’economia italiana, e che per evitare il fallimento costringerebbe il Governo ad accrescere fino al 60% la quota di controllo dell’ex ILVA. Un’ipotesi, questa, paventata da alcuni esponenti dell’Esecutivo, ma che entrerebbe in conflitto con l’Europa e con le esigue casse dello Stato.

Ex ILVA, nessun aumento di capitale. I sindacati: “Il Governo dorme, dove prenderanno i soldi?”

Che la situazione sia sull’orlo del baratro lo dimostrano sia le dichiarazioni degli imprenditori che quelle dei sindacati. Per un Paese manifatturiero come l’Italia “l’acciaio è fondamentale: perdere l’ILVA sarebbe una follia. Io non ci posso credere. Ci sono assemblee che rimangono aperte, l’ultima parola definitivamente negativa non c’è ancora stata. Questo mi fa sperare che qualche possibilità ci sia”.

Così Emma Marcegaglia, presidente e AD di Marcegaglia Holding, ha risposto ad una domanda sulla situazione di Acciaierie Italia, a margine della tavola rotonda “Zero Carbon Technology Roadmap” organizzata da Ambrosetti.

Ieri i sindacati hanno inviato una lettera alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per sollecitare il Governo a un incontro della massima urgenza. In effetti i tempi sono ridotti all’osso per evitare una potenziale catastrofe.

“In questa Regione e nel Mezzogiorno ci sono una serie di crisi sulle quali non abbiamo risposte. Siamo in attesa di capire sull’ex ILVA che cosa farà il Governo. Noi rischiamo di perdere l’ILVA e il Governo dorme”. Lo ha detto a Bari il segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, a margine dello sciopero generale delle Regioni del Sud.

“Il Sud – ha aggiunto – con questa manovra è ancora più indietro, ci sembra abbandonato. Non vediamo interventi diretti per dare un’idea di sviluppo del Mezzogiorno, non vediamo investimenti, neanche quelli previsti dal PNRR, che sono stati spostati, e non capiamo dove saranno presi i soldi.”

Verdetto atteso per il 6 dicembre. Ma l’ex ILVA già affonda

La bomba potrebbe esplodere il 6 dicembre, quando ci sarà il CDA della società nel quale gli azionisti di maggioranza vorrebbero rendere pubblico l’abbandono del gigante siderurgico.

Risulta che ci siano trattative in corso tra il Governo e gli azionisti di maggioranza per capire se ci siano margini di manovra per convincere ArcelorMittal a aderire all’aumento di capitale. Se così non fosse, lo spettro della liquidazione e della chiusura del gruppo diventerebbe un’ipotesi reale.

Un’ipotesi, questa, davvero devastante, perché avrebbe risvolti drammatici per migliaia di famiglie, inimmaginabili sul tessuto sociale pugliese e nazionale e sul già martoriato Sud Italia. Tra l’altro, cosa di non poco conto, l’acciaieria di Taranto resterà presto senza gas. Il TAR della Lombardia ha deciso di prorogare fino a gennaio il blocco della consegna, ma ha anche imposto al colosso tarantino di rivolgersi a un altro operatore. Ma in ottobre il presidente Franco Bernabè in rappresentanza di Invitalia ha ammesso che l’ex ILVA è messa così male dal punto di vista finanziario da non poter neppure permettersi di anticipare cento milioni di euro come anticipo di un nuovo contratto per il gas.

Sul comportamento di Arcelor Mittal si sono poi innestate anche alcune dietrologie assai singolari. Quella che va per la maggiore è che ArcelorMittal avrebbe agito da cavallo di Troia per eliminare dal mercato mondiale un pericoloso concorrente. Ipotesi suggestiva; ma al di là delle fantasie resta sul terreno una prospettiva davvero drammatica per i lavoratori, che come di consueto pagherebbero sulla loro pelle una crisi che ha responsabilità nella classe dirigente italiana.

 

 

 

Photo credits: irpimedia.irpi.eu

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