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Giovani sportivi: il Green pass li esclude, il Return To Play li riammette. Però pagando

Giovani sportivi: il Green pass li esclude, il Return To Play li riammette. Però pagando

Dal 10 gennaio è in vigore il divieto di praticare sport senza super Green pass. Inoltre, il "Return To Play" per i guariti è un processo lungo che va pagato di tasca propria. Le difficoltà di squadre e giovani atleti: carriere a rischio e danni psicologici. E c'è chi pensa all'abbandono.

C’è un’altra pandemia di cui si parla poco: riguarda i ragazzi sopra i dodici anni che dal 10 gennaio hanno dovuto dire addio al loro sport preferito perché non hanno il super Green pass.

Una gestione del COVID-19 che allo sport praticato sostituisce lo sport negato, e che coinvolge sì gli adolescenti, ma anche i genitori che lottano perché i figli possano tornare ad allenarsi e non si deprimano. Oltre agli allenatori che non possono fare altro che prendere atto dei regolamenti, sebbene soffrano per i loro atleti. Così come le squadre di calcio giovanili che si ritirano dai campionati perché, tra non vaccinati e rinunce, non hanno più i numeri per andare in campo. Ci sono poi gli over 12 guariti dal COVID-19 che aspettano mesi per ottenere il “Return To Play”, che attesta se un atleta è nelle condizioni fisiche di tornare a giocare.

Un mondo variegato che proviamo a raccontarvi con le voci di atleti, allenatori, società, genitori e una psicologa dello sport. Voci non facili da raccogliere: se c’è chi non vedeva l’ora di parlare, ci sono state persone che dopo averlo fatto si sono ritratte per timore che le loro dichiarazioni potessero essere mal interpretate rispetto al pensiero comune.

Giovani sportivi esclusi dal super Green pass: “La mia squadra in campo senza di me, mi viene da piangere”

“Guardavo i miei compagni giocare, stavamo vincendo finché non siamo andati sotto di un goal e io ero lì, ma non potevo entrare. E non perché infortunato o stavo male. Mi veniva da piangere”.

Davide, quattordici anni, dalla provincia di Messina, ci racconta l’ultima partita senza di lui. Ha iniziato a sette anni e ha sostenuto diversi provini per varie squadre, ma “oggi riesco a fare solo l’allenamento individuale. E non è bello perché non sei nel gruppo, non fai le stesse cose. Noi non vaccinati siamo cinque e possiamo stare insieme, gli altri stanno distanti da noi”.

Come chiarito dalla FIGC, con le FAQ pubblicate il 2 febbraio, oltre agli allenamenti individuali, le società devono prevedere “percorsi distinti per gli atleti che entrano nel centro sportivo senza super Green pass”, che non possono peraltro neanche accedere agli spogliatoi.


Per Davide allenarsi così è stata comunque una “conquista” raggiunta grazie all’allenatore e all’insistenza del padre, che tuttora lotta perché il figlio possa gareggiare. “Mi sento discriminato e i sacrifici fatti finora è come se non avessero senso”, ci dice il ragazzo a malincuore. E questo a volte per lui si traduce in notti in cui fatica ad addormentarsi.

“Mi sono operata privatamente per giocare prima, ma sono rimasta ferma”

Tra la Sicilia e il Veneto le distanze a volte si accorciano, specie se si vive la stessa situazione. Lisa, 19 anni, gioca nella primavera del Vicenza e ha un amore infinito per il calcio: “È tutta la mia vita”, ci dice. A gennaio, poiché senza super Green pass, si è ritrovata a non potersi più allenare, nonostante a dicembre si fosse operata per una sindrome comportamentale cronica.

Ho fatto l’operazione privatamente proprio per giocare subito – la sindrome non mi dava problemi per il resto – e poco dopo ho scoperto che non avrei potuto. Quando ad agosto ho iniziato ad allenarmi a noi non vaccinati è stato richiesto di fare dei tamponi, poi più nulla finché non siamo arrivati alla situazione attuale. Quando l’ho saputo sono stata davvero male: la ritengo una discriminazione senza senso. Faccio parte di una minoranza ed è come se nessuno mi potesse aiutare, perché quasi nessuno riesce a capire fino in fondo cosa si prova”.

Quando la sentiamo, Lisa ha appena scoperto di avere il COVID-19, sta bene e sta valutando il suo rientro, anche se è “già preoccupata di come farò tra sei mesi” (il Green pass al momento ha questa durata).


Per lei, come per altri, prima di indossare le scarpette è necessario il Return To Play, da pagare di tasca propria. “La società mi ha dato indicazioni su dove farlo, ma non hanno posto prima di marzo. Dove andrò io costa 60 euro. Ci sono posti in cui è meno, ma le liste di attesa sono più lunghe”.

Return To Play, lunghe attese e costi a carico delle famiglie

Ma che cos’è il Return To Play?

Si tratta di un protocollo elaborato dalla FMSI, Federazione Medico Sportiva Italiana (che abbiamo provato a contattare via email, senza esito), che attesta la ripresa dell’attività sportiva per gli atleti risultati positivi e guariti dal COVID-19. Il tutto, si legge sul sito, per “favorire la ripresa dell’attività in condizioni di sicurezza per l’atleta senza ulteriore aggravio del Sistema Sanitario Nazionale – già molto impegnato nella gestione dell’emergenza pandemica – e limitando gli esami diagnostici necessari e, di conseguenza, i costi a carico delle famiglie”.

Il protocollo, che differenzia tra positivi accertati e non, prevede diversi esami. Come ci racconta più di un atleta, c’è da aspettare e i costi spesso sono a carico loro. Anche se regioni come la Lombardia hanno previsto per minorenni e disabili la gratuità delle visite.

“Ho chiamato un centro medico fuori Ravenna e il costo è di 120 euro, stiamo ovviamente parlando di strutture private. Il problema non sono solo i costi a carico delle famiglie, che non hanno i soldi per questa visita medica, ma anche i tempi di attesa, per pubblici e privati. Ad alcuni è stato detto di aspettare fino ad aprile, maggio.”

A parlare è Alessandro Zauli, allenatore della polisportiva ravennate della Compagnia dell’Albero. “Siccome ci sono stati molti contagi gli appuntamenti non si trovano, e se un ragazzo deve aspettare così tanto, la stagione è finita. Ma d’altronde”, precisa con tutta l’amarezza di chi fa questo mestiere da 37 anni, “questa è la terza stagione di chiusure dello sport, ho bambini che hanno fatto sei quarantene in due mesi, e ciò porta molti di loro a smettere. Alcuni ragazzi del 2008 non li vedo da più di due mesi: trovano dei pretesti o magari si vergognano a dire qual è il motivo”.

Mister Zauli non si arrende e lancia un appello: “Propongo di organizzare degli open day per queste visite medico-sportive e con prezzi calmierati. Sarebbe un modo per far vedere l’interesse dello Stato verso lo sport di base. Basterebbe rivolgersi agli Alpini, che sono dappertutto, per risolvere tutto in poco tempo. Lo sport deve essere inclusione, svago, e non è più così. Sulla lavagna dello spogliatoio ho scritto ‘Vietato parlare di COVID’: anche mentre si preparano i bambini parlano di tamponi e zone gialle, e hanno otto anni”.

Sport giovanile, il Carignano ritira la squadra. 10.000 genitori nel gruppo Telegram contro le discriminazioni sportive

Che lo sport non viva un bel periodo lo dimostra ciò che succede alle squadre giovanili di calcio. Tra queste il Carignano (Piemonte), balzata agli onori della cronaca per il ritiro della squadra under 17, in apparenza a causa dei giocatori non vaccinati. Ma quando sentiamo il presidente Guido Pochettino scopriamo che non è proprio così.

“Siamo partiti con 18 giocatori e tre persone si sono fatte male, tra cui il portiere. Poi ci sono ragazzi che hanno scelto di non continuare, altri che volevano cambiare società e due non vaccinati. Noi rispettiamo le decisioni di tutti, ma non vorremmo passasse che ci siamo ritirati per colpa loro: l’avrei fatto pure con 13 persone. C’è tanto rammarico, è la prima volta che succede, ma a gennaio, tra quarantene e positivi, la ripresa è stata tutt’altro che facile.”

Le cose per l’under 17 sono complicate anche dall’assenza di una squadra under 16, che avrebbe potuto dare man forte ai più grandi. Così Pochettino ha scritto una lettera alla Federazione, e visto “che è stato cambiato il regolamento in corso ho chiesto l’esenzione dalla mora, appellandomi al fatto che ci fossero anche dei giocatori non vaccinati”.

Non solo sport di squadra, anche chi pratica attività individuali al chiuso deve rinunciare. Chiara, origjnaria di Napoli, ci racconta che la figlia “balla da quando aveva tre anni ed è stata esclusa dalla scuola di danza, nonostante abbia fatto tamponi per quattro mesi. Oggi la scuola lo chiede anche a chi ha il super Green pass. Perché il loro tampone vale e quello di mia figlia no?”.

Chiara, insieme ad altri genitori, gestisce il gruppo Telegram “Gli sportivi”, con 10.000 membri, e un account Instagram con foto di atleti cui è stato negato lo sport. Del gruppo fa parte anche Caterina Scantamburlo di Gardigiano (Venezia), mamma di Sofia di 14 anni, ginnasta.

“Per ogni allenamento facevamo 80 chilometri andata e ritorno con tamponi due volte a settimana e lunghe code. Poi è cambiato tutto, sinceramente non capisco perché l’educazione fisica si possa fare e per lo sport di mia figlia, in cui ognuno ha il suo tappetino, le atlete sono sempre da sole e quando scendono dall’attrezzo hanno la mascherina, non sia possibile. Lei oggi fa atletica e forse si è autoconvinta che non potrà più tornare”.

I genitori non si danno per vinti, e con l’aiuto di legali hanno inoltrato denunce al tribunale internazionale dell’ONU per violazione dei diritti umani, alla Corte Europea dei Diritti Umani e al Governo, oltre a diffide a società sportive e varie federazioni.

“Anche i Garanti per l’infanzia di Toscana, Liguria e Trento si sono espressi contro le discriminazioni del super Green pass”, precisa Chiara.

I risvolti psicologici dell’interruzione sportiva

Che cosa succede ai ragazzi che interrompono l’attività sportiva all’improvviso? Ci spiega Gladys Bounous, psicologa dello sport, che ciò “ha tutti gli effetti collaterali di una vita priva dello strumento di benessere che di fatto è lo sport, anche se erroneamente viene considerato un hobby. La non pratica sportiva, soprattutto in una condizione come quella attuale, porta all’aumento di disturbi d’ansia, stress. Si può verificare una sindrome acuta da scarico che può far sorgere stati depressivi, instabilità emotiva, disturbi del sonno e irritabilità diffusa: viene a mancare quello che porta benessere all’organismo. Così facendo mettiamo a rischio queste persone senza puntare sugli strumenti per contrastare il fenomeno. Inoltre lo sport ha una dimensione sociale importante”.

Alcuni studi svolti realizzati durante il primo lockdown hanno rilevato poi che, quando si interrompe lo sport, si può generare una perdita dell’identità: “Stiamo parlando di ragazzi che stanno strutturando il loro senso di identità, e se una parte di essa è radicata nello sport ci possono essere effetti sull’autostima e sull’immagine che hanno di loro stessi”.

Per non parlare dell’abbandono della pratica sportiva: “In questa fascia è molto elevato, e restare fermi per tanto tempo potrebbe far sì che questi ragazzi non tornino più a fare sport. Possiamo immaginare che ciò possa comportare maggiore isolamento, abuso delle tecnologie e propensione ai comportamenti a rischio”.

Un genitore come si deve comportare? Prosegue la psicologa: “Bisogna capire quali strategie di coping (risorse) il ragazzo usa per affrontare la situazione. C’è chi riesce a sviluppare resilienza e ne uscirà rafforzato; chi è più fragile potrebbe sviluppare gli stati di cui abbiamo già parlato e avere bisogno di un confronto con lo specialista. Mi sento di dire, specie con adolescenti che non manifestano granché, di non cadere nell’errore che questa cosa non abbia effetto su di loro. C’è un vissuto di sofferenza, anche se non si vede”.

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Photo credits: atleticosanlorenzo.it