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Che ne sai tu del prezzo del grano

Che ne sai tu del prezzo del grano

Com'è stata l'annata 2022 della produzione cerealicola in Italia? SenzaFiltro ha trascorso una mattinata con produttori e operatori di mercato dell'Emilia-Romagna. Valerio Filetti, presidente della Borsa Merci di Bologna: "Calo medio della resa del 15%, ma percentuale più alta di proteine, con maggior qualità".

La situazione è seria, ma non drammatica: per intenderci, l’Italia non rischia di esaurire le scorte di grano; pasta e pane non mancheranno dagli scaffali dei nostri negozi, almeno per i prossimi mesi. A preoccupare gli operatori del settore, più che altro, è l’imponderabilità di quanto accadrà nel medio-lungo termine e, di conseguenza, l’impossibilità di mettere in atto azioni e strategie efficaci per tutelare la filiera cerealicola. Perché i problemi, inutile negarlo, esistono e sono sia a monte, cioè in fase di produzione per il rincaro dei costi energetici e dei concimi, che a valle, ossia per i consumatori, che negli ultimi mesi hanno visto crescere il costo di pane e pasta, base della dieta mediterranea.

L’Italia, è bene dirlo subito, non è autosufficiente per quel che riguarda la produzione di grano, tanto da essere costretta a importarne il 50%, soprattutto da Canada e Paesi del centro Europa, in particolare dall’Ungheria. A pesare sulla nostra filiera non sono quindi la guerra in Ucraina, Paese dal quale acquistiamo solo il 7% del grano che consumiamo, o le conseguenti difficoltà della Russia, che non figura tra i fornitori dell’Italia. Piuttosto, sono il rincaro dell’energia e le dimensioni di un mercato, il nostro, che conta poco meno dell’1% della produzione mondiale, e che quindi, quando si tratta di far pesare i propri interessi a livello globale, fa la parte del vaso di coccio tra quelli di ferro.

Ma qual è la situazione a questo punto dell’estate, a campagna di trebbiatura ormai terminata?

L’Italia del grano: nel 2022 ce n’è di meno, ma di migliore qualità

“Registriamo un calo medio della resa del 15%, con punte del 30% in alcune zone”, spiega Valerio Filetti, presidente della Borsa Merci di Bologna, una delle maggiori piazze di contrattazione del nostro Paese. Un disastro per i produttori, si potrebbe pensare. Invece, fortunatamente, non è così. Sia perché la percentuale proteica del grano è molto più alta del normale (e, poiché indice proteico e qualità del frumento sono direttamente proporzionali, questo è un fattore di fondamentale importanza per la nostra filiera), sia perché le quotazioni stanno crescendo in modo esponenziale, permettendo ai produttori di compensare i rincari di energia e materie prime e garantendo quindi un buon guadagno.

“In termini di tonnellate trebbiate per ettaro, quest’anno c’è una resa più bassa rispetto all’anno scorso, un calo dovuto in parte alla siccità”, continua Filetti. “Bisogna dire che 2021 e 2020 sono stati anni particolarmente positivi da questo punto di vista, e che quindi la contrazione di quest’anno, che potrebbe essere di 15-20% rispetto all’ultima trebbiatura, riportata alla media di annate normali si aggira intorno al 10%. Abbiamo però una percentuale di proteine più alta dello standard, ed è una cosa positiva, perché le proteine sono quelle che danno, sul grano duro, il glutine per la tenuta in cottura della pasta, e sul tenero la forza per la panificazione e la pasticceria”.

Una fotografia confermata anche dai produttori. “Noi – dice Alessandro Zucchi, agronomo dei Molini Pivetti, un’azienda del ferrarese che produce e lavora grani pregiati – coltiviamo e trasformiamo grano tenero e registriamo un calo produttivo che va dal 15 al 40% a seconda delle zone. In termini di tonnellate, se normalmente ne realizziamo 7 per ettaro, quest’anno andiamo dalle 5,5 alle 6,2, una contrazione dovuta prevalentemente alle alte temperature. Tuttavia qualitativamente il grano non è male, sebbene le aziende agricole siano in difficoltà per l’aumento dei costi del gasolio, che è più che raddoppiato, e di quello dell’energia e dei concimi (gli antiparassitari sono cresciuti circa del 15%)”.

Perché non rischiamo una carenza di cereali

Le difficoltà interessano tutti i comparti della filiera.

“Per quel che riguarda la commercializzazione – dice Massimo Masetti, direttore del Consorzio agrario di Ravenna, che segue ritiro, stoccaggio e appunto commercializzazione dei prodotti agricoli – le incertezze del momento sono tantissime e la situazione molto complessa. Le scarse produzioni mantengono i prezzi elevati rispetto allo storico, senza segnali di allentamento, e dovremo vedere se le altre raccolte europee creeranno una disponibilità che oggi sembra ancora complicata. Speriamo che le quotazioni restino abbastanza sostenute da reggere sull’intera filiera, perché le difficoltà non sono solo nella parte agricola, ma anche a valle, nel settore della trasformazione e anche per il consumatore, sul prodotto finito”.

Anche in Emilia-Romagna, che l’anno scorso è stata medaglia d’oro nazionale per resa, con un incremento medio del 20% e punte di 90 quintali per ettaro nel bolognese, l’annata segue questo andamento.

“Le cose stanno andando discretamente – dice Marco Caliceti, vicepresidente Confagricoltura Bologna e titolare dell’omonima azienda cerealicola-bieticola nel capoluogo emiliano. “Nel complesso i cereali vanno peggio rispetto allo scorso anno, con un calo del 20% per il grano duro e del 25% per quello tenero, mentre l’orzo tiene meglio, con una contrazione del 10%. La qualità è buona, con pesi specifici leggermente inferiori al passato ma con proteine presenti in buona quantità”.

Non esiste, comunque, il rischio di trovarsi in carenza di cereali, perché ne consumiamo volumi minimi rispetto al resto del mondo: 6 milioni di tonnellate di grano tenero contro gli 800 milioni a livello globale.

Il prezzo del grano in rialzo aiuta le aziende, alle prese col rincaro di energia e gasolio

Sul versante dei prezzi è difficile fare previsioni, perché la produzione è legata anche alla guerra e alla sua evoluzione; non tanto per le importazioni dall’Ucraina, che non ci coinvolgono, quanto perché, se si interrompono i flussi di grano dalle regioni in conflitto, i Paesi che comprano da loro ne risentono, creando un effetto domino.

“Siamo comunque in un mercato globale, ed è chiaro che la situazione di tensione esistente fa sì che i prezzi non scendano. Rispetto all’inizio della campagna dell’anno scorso siamo a un aumento dei prezzi del grano del 40-50%”, dice Filetti. “La cosa positiva per chi produce cereali in questo momento è una remunerazione abbastanza alta, che riesce a compensare l’aumento dei costi. Il prezzo del grano duro, a causa del calo produttivo del Canada, è arrivato a 540 euro a tonnellata, rispetto ai 300 dell’anno scorso, mentre il tenero è quasi raddoppiato fino a 380 euro a tonnellata”.

Insomma, i problemi dei produttori cerealicoli risiedono principalmente nel fattore finanziario, perché quello che serviva alle aziende l’anno scorso per comperare o commercializzare una certa quantità di prodotto è quasi raddoppiato. “Il grande problema quest’anno è il costo dell’energia – dice Filetti – che sta spostando l’equilibrio di tutto. Ci sono molini che sono passati da bollette di 100.000 euro al mese a bollette di 400.000 euro, e queste sono cifre che su un anno diventano insostenibili. E poi ci sono i trasporti, che in Italia viaggiano quasi solo su gomma: con il rincaro del gasolio, i camion hanno aumentato del 30% i costi su ogni tratta”.

Da considerare è anche il comportamento dei mercati internazionali. Bisogna tenere d’occhio ciò che fanno i Paesi che spostano i flussi di cibo a livello mondiale. “L’Italia è una realtà piccola”, spiega il presidente della Borsa Merci di Bologna. “La globalizzazione è un’idea bellissima, ma quando hai dei problemi la subisci. La Cina fino all’anno scorso aveva circa il 25% delle scorte mondiali di grano. All’inizio di quest’anno è arrivata ad averne il 60%, quindi in questi mesi ha comperato a man bassa e ora sposta la bilancia del mercato mondiale”.

Aumenti minimi di pane e pasta, ma l’annata 2022 può ancora peggiorare

Tutti problemi di difficile soluzione, almeno nell’immediato e attraverso politiche ordinarie.

C’è chi pensa che sia necessario puntare su sviluppo e ricerca, come Paolo Parisini, titolare dell’azienda agricola Antigola, nel bolognese: “Dobbiamo pensare a come ottenere piante più resistenti alla salinità e che abbiano caratteristiche sempre più richieste dal consumatore”, dice. “Penso per esempio ai celiaci, che necessitano di cereali a basso contenuto di glutine. Però è necessario che gli agricoltori siano disponibili a indirizzare la ricerca in questo campo, anche se è difficile e spesso ci si sente accusati di voler introdurre gli OGM, che sono tutta un’altra cosa”. E c’è chi invece guarda a un’estensione delle superfici coltivate, ma le caratteristiche geografiche dell’Italia non aiutano.

L’autosufficienza produttiva è impossibile. Coldiretti parla di un milione di ettari disponibili, ma bisogna vedere dove si trovano, perché se sono in collina non offrono una resa vantaggiosa”, spiega Filetti. “Purtroppo non è possibile pianificare strategie d’intervento. Possiamo solo sperare che il clima aiuti i produttori”. Certo, le previsioni climatiche sono drammatiche e il rischio desertificazione, per il nostro Paese, è una realtà. Affidarsi solo al clima è un terno al lotto.

E i rincari di pane e pasta? In Emilia-Romagna il prezzo del pane al chilogrammo è mediamente di 5,5 euro, con punte di 9.80 euro a Ferrara. Dice Caliceti: “Io, in quanto produttore e trasformatore di grano, posso dire che i miei costi di produzione sono raddoppiati, mentre pasta e pane, pur costando di più, non hanno avuto un incremento analogo. Finora i produttori non hanno scaricato a valle l’aumento”.

“È vero che i prezzi sono cresciuti – spiega Filetti – ma è anche vero che i prodotti che noi consumiamo hanno un costo molto basso in termini assoluti. La pasta, per esempio, è aumentata circa del 35%. Considerando che in Italia abbiamo un consumo pro capite medio di 23 chili di pasta all’anno, se un chilo di prodotto di media qualità è passato da 1,5 a 2 euro, parliamo di 11,5 euro in più all’anno. In realtà si tratta di un aumento minimo”.

Insomma, quella del 2022 è un’annata sicuramente difficile. Siccità, guerra, oscillazione delle valute (perché quasi tutto ciò che deriva dai cereali si paga in dollari), rincaro dell’energia e del petrolio, sono situazioni che abbiamo già visto in passato, ma mai tutte insieme. È questa concomitanza a creare problemi. E il timore è che i mesi più brutti debbano ancora arrivare: “Fino a ora – conclude Filetti – abbiamo vissuto di rendita e di aiuti dello Stato. Adesso tutto questo sta finendo, e resta sempre l’incognita COVID-19”.

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Leggi il mensile 113, “Come se (non) ci fosse un domani“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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Photo credits: confagricolturavicenza.it