Il festival dei numeri buoni: cosa il governo ha detto al Festival del Lavoro e cosa ha taciuto

Il governo è andato al Festival del Lavoro con i dati che voleva mostrare. Quelli che non ha citato raccontano un Paese diverso.

C’è un’arte che non si insegna nelle scuole ma si pratica con grande disciplina nelle aziende e in politica: l’arte di raccontare cose vere in modo tale che ciò che è scomodo rimanga fuori campo. Il Festival del Lavoro di Roma, dal 21 al 23 maggio scorso, è stato un esercizio riuscito in questo senso.

Giorgia Meloni ha aperto i lavori citando un dato reale: il tasso di occupazione dei 20-34enni è al 70,2% (e non quello della disoccupazione che offrirebbe un impatto emotivo diverso, come dichiarare uno yogurt grasso al 98,02% o magro al 2,08! Una pratica ricorsiva della Premier come ha fatto notare in più occasioni Pagella Politica) . È un numero che esiste, che l’ISTAT certifica, e che il governo ha tutto il diritto di rivendicare. Il problema non è il dato. Il problema è il contesto che gli manca intorno.

Il ministro Urso, intervenuto in videomessaggio, ha rivendicato il calo dei tavoli di crisi aperti al MIMIT: dai 55 del 2022 con 80.000 lavoratori coinvolti ai 43 attuali con 36.000. Una cifra che meriterebbe qualche verifica sul campo; le vertenze Electrolux, Kering, Teva, British Council, Club House Italia che in questi giorni occupano i tavoli ministeriali suggeriscono che il metodo di conteggio merita attenzione. Urso ha poi dichiarato che la tecnologia deve essere strumento di emancipazione e mai di esclusione. Una posizione nobile, pronunciata tre giorni prima che un’analisi su oltre 113.000 licenziamenti nel settore tech dimostrasse che l’etichetta “intelligenza artificiale” viene usata sistematicamente per giustificare tagli che con l’IA hanno poco o niente a che fare.

Il valore di una dichiarazione di principio si misura dalla distanza che la separa dalla realtà che descrive.

Il vicepremier Tajani, presente al Festival, ha invece trovato il modo di collegare il tema del lavoro alla questione demografica e migratoria: più figli significherebbe meno necessità di immigrazione regolare. È un tipo di ragionamento che può piacere o meno, ma difficilmente appartiene a una discussione sulla qualità dell’occupazione, sulla sovraistruzione, sulle politiche industriali. Al Festival del Lavoro – un evento che si presenta come luogo di confronto tra professionisti, istituzioni e parti sociali sui temi del lavoro – c’era spazio per questo.

Non c’era spazio, invece, per i dati che seguono.

Due giorni prima del Festival, il 21 maggio, l’ISTAT aveva presentato il Rapporto annuale 2026. Dati disponibili, pubblici, prodotti dall’istituto nazionale di statistica. Al Festival non sono stati citati.

Eccone alcuni.

Un lavoratore diplomato su tre si dichiara sovraistruito rispetto alla mansione che svolge. Tra i collaboratori occasionali diplomati, quasi la metà. L’Italia è ultima in Europa per quota di laureati nella fascia 25-34 anni, con un gap di 11,3 punti rispetto alla media UE27. E mentre la disoccupazione ufficiale è al 5,2%, nell’arco di un anno gli inattivi sono aumentati di 351.000 unità. Persone che il mercato del lavoro lo hanno abbandonato, non perché abbiano trovato quello che cercavano, ma perché hanno smesso di cercarlo.
E che – come dicevo prima – impatta non poco sulla percentuale di occupazione. “Quando manca il contesto, per l’appunto”

Il quadro che emerge da questi dati è più preciso e imbarazzante di una semplice catastrofe: è il ritratto di un sistema che funziona in superficie e disperde valore in profondità. Il lavoro c’è ma non è di qualità sufficiente da motivare chi ha una formazione adeguata a cercarlo. Il mercato assorbe, ma assorbe male: incanalando diplomati e laureati in posizioni al di sotto del loro livello formativo, soprattutto nel commercio, nella ristorazione, nell’agricoltura, nelle forme contrattuali più precarie.

Questo dato dovrebbe essere al centro della discussione sulle politiche industriali italiane. È la domanda che nessuno ha posto alla Nuvola di Roma: se il problema non è la disponibilità di forza lavoro qualificata ma la capacità del sistema produttivo di valorizzarla, cosa stiamo costruendo esattamente?

Non è una domanda retorica. È la domanda che i dati ISTAT pongono in modo diretto, e che il governo ha scelto di non raccogliere. Non al Festival del Lavoro, almeno.

Il Festival del Lavoro nasce come spazio di confronto tra professionisti, istituzioni e parti sociali. Quella vocazione vale ancora, e vale la pena difenderla. Ma un evento che ospita sette ministri del governo in carica, organizzato da un Ordine con cui quel governo ha una storia condivisa lunga e documentata (vedi in calce), ha una responsabilità supplementare: quella di non trasformare il confronto in ratifica. I consulenti del lavoro che erano al Festival sanno meglio di chiunque altro cosa dicono i dati ISTAT sulla sovraistruzione. Sanno cosa significa accompagnare ogni giorno lavoratori e aziende in un mercato che occupa senza valorizzare. Quella competenza meritava interlocutori disposti a nominarla.

Il 70,2% di tasso di occupazione tra i 20-34enni viene presentato come risultato di politiche attive, di riforme, di un mercato del lavoro che risponde. Può anche essere così, in parte. Ma un tasso di occupazione che cresce mentre un terzo dei lavoratori si dichiara sovraistruito non è una storia di successo senza aggettivi. È una storia di successo con una nota a piè di pagina molto lunga.

Quella nota non era nel programma del Festival. È nei dati ISTAT che sono stati pubblicati la settimana stessa dell’evento.
Il Festival è finito, gli amici sono andati, i dati sono ancora lì.

 

In calce, per onestà intellettuale che sembra sia passata in secondo piano a chi vi ha partecipato, ai giornali, agli sponsor e ai professionisti stessi, credo sia utile un minimo di contesto: il Festival del Lavoro è organizzato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro e dalla sua Fondazione Studi. Per diciassette anni, dal 2005 al 2022, la presidenza di quell’Ordine è stata retta da Marina Calderone, oggi Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, presente alla Nuvola come membro del governo che l’evento ospitava.

Suo marito Rosario De Luca, dal canto suo, ha preso il suo posto alla guida dell’Ordine quando lei è passata al ministero. Non si tratta di un conflitto di interessi in senso giuridico; la vigilanza sull’Ordine è stata delegata al sottosegretario Durigon, risolvendo almeno formalmente la questione. Si tratta di qualcosa di più sottile: una comunità professionale che organizza un evento e invita come ospite d’onore il governo che quella comunità conosce da decenni, in un rapporto in cui è difficile capire dove finisce il dialogo istituzionale e dove inizia la familiarità consolidata. Quanto meno.

 

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