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Il lavoro con gli occhi dei detenuti

Il lavoro con gli occhi dei detenuti

Carcere e lavoro: l'ingresso delle imprese nel mondo della prigione suscita dubbi e speranze. Le storie dei detenuti raccolte in esclusiva da SenzaFiltro.

Lara Mariani

30 Aprile 2021

Siamo stati collegati quasi un’ora e mezza, e anche se non ho potuto incontrarli di persona ho potuto dare un volto ai ragazzi, alle loro esperienze e alle loro difficoltà. Erano tutti riuniti per la lezione del corso di grafica, audio e video del progetto Trial che stanno seguendo da qualche mese. Si tratta di un percorso tra i mestieri delle arti per utenti con limitazioni personali della libertà e il loro responsabile Andrea Cocco ha organizzato una riunione online che mi ha permesso di intrufolarmi in quell’aula romana.

E alla fine sono stati i ragazzi detenuti a intervistare me. Mi ha stupito infatti la grande curiosità di alcuni di loro: volevano sapere come vengono visti dall’esterno, che cosa pensa di loro la gente, che cosa dicono i media. Volevano sapere che cosa pensa del carcere chi sta fuori.

Ho provato a ripercorrere con loro quello che è emerso dal lavoro di questi mesi di reportage. Gli ho spiegato che il carcere è un mondo completamente sconosciuto e le persone non conoscono minimamente le dinamiche che si articolano al suo interno. La maggioranza degli italiani non sa che si può lavorare dentro gli istituti penitenziari, non sa che il carcere viene pagato dai detenuti e che parte di loro contribuisce al mantenimento della struttura, anzi pensano che tutte le spese siano sulle loro spalle. Un’altra voce delle tasse di cui farebbero volentieri a meno. A loro dispiace, glielo leggo negli sguardi, nei volti coperti dalla mascherina che lascia fuori solo gli occhi, ma questo non inficia la loro energia. Sono quasi tutti alla fine della pena, e non vedono l’ora di riprendere in mano la loro vita.

Parlano i giovani detenuti: “In carcere si paga tutto, lavorare è una necessità”

Alberto affronta questo periodo con una certa sicurezza perché mi dice in maniera schietta: “Lara io sono entrato qui dentro che stavo in bianco (senza soldi N.d.R.) e tra qualche mese esco con 6.000 euro in tasca; Paolo Strano mi ha anche proposto di fare il tirocinio in un pub, al ‘Vale la pena’”.

Alberto sta seguendo il corso di grafica ma la sua vera vocazione è la cucina, e in carcere hanno in qualche modo assecondato la sua passione, perché ha lavorato tanto come cuciniere. “Facevo sei ore al giorno e prendevo 670 euro, che in galera son soldi. Consumavo solo per il tabacco e per mangiare, però insieme ai miei compagni di cella ci dividevamo le spese del cibo. Facevamo la spesa quasi sempre perché il vitto del carcere non è mangiare”.

A quel punto anche Federico vuole intervenire raccontando il suo percorso: “Mi hanno proposto questo corso perché sto finendo la pena. Ho fatto due anni di carcere e uno di sorveglianza speciale e ora ho un residuo di pena di diciotto mesi. In questi mesi mi si è presentata l’occasione del corso di formazione e ho accettato, perché in un certo periodo della mia vita ho fatto il macchinista di teatro e questo corso si occupa di arte e spettacolo, mi piacerebbe molto rimanere in quest’ambito. Però io dentro il carcere non ho lavorato perché avevo la possibilità di non farlo. Sono entrato con una pena piccola e non lavorare è stata una mia scelta, ho lasciato spazio a chi aveva più necessità. C’è chi ha famiglia e chi sta in bianco e ha sicuramente più bisogno di me, non solo per mantenersi dentro il carcere ma anche per mandare i soldi a casa”.

“In prigione non insegnano mestieri e ogni cosa costa il doppio”

I ragazzi mi spiegano che la paga dipende molto da quello che fai e da quante ore riesci a lavorare. Secondo la loro esperienza, ad esempio, in cucina si prendono bei soldi, mentre gli scopini di sezione prendono poco. Quello che è chiaro ascoltandoli è che ognuno ha la propria diversissima esperienza, ogni carcerazione cambia, ogni situazione cambia.

“Innanzitutto – mi spiegano – dipende dal carcere e dalla cella in cui ti ritrovi. Quella fa davvero la differenza. Inoltre ogni carcere è indipendente, ha un proprio sistema: ci sono istituti punitivi e istituti che credono di più nella rieducazione e il tuo percorso dipende molto dal carcere che ti capita.”

I ragazzi sono increduli quando gli spiego che alcuni imprenditori si stanno impegnando per portare il lavoro delle loro aziende dentro il carcere. Mi chiedono che cosa ci guadagnano e perché dovrebbero assumersi questa responsabilità. I loro dubbi sono tanti.

Ad esempio Federico il lavoro dentro il carcere lo vede solo funzionale al mantenimento della struttura. Non riesce a immaginare qualche mestiere che può essere professionalizzante per lui. Secondo la sua esperienza “in prigione non ti insegnano un mestiere, anzi prendono perlopiù le persone che quel mestiere lo sanno già fare, come è successo ad Alberto per la cucina. Ma quello che mi fa più rabbia è che tutti pensano che siamo sulle spalle del contribuente ma non è così, anzi in carcere paghiamo tutto, anche da mangiare”.

Alberto lo interrompe proprio per raccontare la sua esperienza in cucina: “Dove stavo anni fa c’erano tre persone dedicate al controllo della qualità della carne e un giorno uno di questi signori è andato dall’ispettore per segnalare che la carne puzzava. L’ispettore gli ha risposto ‘se me lo dici un’altra volta ti levo l’incarico’. Noi a quel punto ci siamo uniti, abbiamo fatto una protesta rimandando tutti i carrelli indietro e la direttrice è intervenuta. Le abbiamo fatto sentire la carne e lei stessa ha ammesso che puzzava. Da quel momento le cose sono un po’ migliorate, ma non tanto. Siamo comunque costretti a integrare i pasti con qualcosa di buono”.

Secondo i ragazzi la qualità del cibo è appositamente bassa, così il detenuto che può permetterselo fa la spesa autonomamente. “Il problema è che – prosegue Federico – quello che compriamo in prigione costa molto di più di quello che pagate voi al supermercato. Se chiediamo una bottiglia d’olio la paghiamo 9 euro come se fosse un olio di ottima qualità, ma arriva comunque un olio scarso. Dobbiamo comprarci il fornello e il gas e i prezzi sono doppi rispetto a quelli normali. Una taglia capelli ci costa 40 euro, una padella 20 euro. E se mio padre mi vuole dare dei soldi sul conto corrente del carcere, tutte le volte paga l’operazione 2 euro. Anche il servizio internet si paga: 30 mail costano 12 euro, sia per mandare che per ricevere”.

Carceri, arrivano le imprese? Dubbi e speranze dei detenuti

Viste le esperienze è lecito dare spazio ai loro dubbi: “Se le imprese devono fare degli utili facendoci lavorare come facciamo a essere sicuri di non essere sfruttati?”.

Spiego loro che piccole e grandi imprese stanno entrando in carcere usufruendo di locali gratuiti e degli incentivi della legge Smuraglia. Hanno così importanti tagli di costi, e in cambio i detenuti avranno formazione e regolari contratti di assunzione nazionale. Soprattutto, saranno lavori spendibili anche fuori. Rimangono colpiti, tutti tranne Alberto, che oltre al cuciniere ha lavorato anche per un forno (un laboratorio privato che è entrato dentro il carcere). Mi conferma che aveva un regolare contratto di assunzione e un buon stipendio, ma l’esperienza non è stata del tutto proficua perché il forno è fallito e lui avanza ancora gli ultimi tre stipendi e il TFR. “Avevo un contratto di assunzione, c’erano le telecamere che testimoniavano che lavoravo e ad oggi ho tutte le carte in mano. Mi hanno detto di denunciarli, ma io da detenuto non denuncerò mai nessuno”.

Insomma l’entrata dei privati dentro il carcere in qualche modo preoccupa. “È giusto far lavorare”, interviene Andrea, l’insegnante del corso, “dare energia positiva, far passare il tempo in maniera migliore, perché le persone che escono dal carcere non sono le stesse che sono entrate. Ognuno ha dei talenti che, se valorizzati, possono essere utili alla comunità, però quando girano soldi io mi preoccupo. Non è che con i privati possiamo sempre riuscire a risolvere tutto, lo Stato prima degli altri deve garantire e favorire la crescita”.

L’esperienza di chi esce dal carcere con una laurea e un lavoro

Grazie all’impegno di Fausto Gritti, presidente dell’Associazione Carcere e Territorio che si occupa del Reinserimento sociale di detenuti ed ex detenuti, riesco a raggiungere anche Enza, una signora che è in carcere a Bergamo da dodici anni e che oggi lavora all’esterno presso la cooperativa sociale bergamasca Calimero che da 30 anni si occupa di detenuti e persone svantaggiate.

“Dal punto di vista lavorativo sono sempre stata abbastanza fortunata perché, quando sono entrata, la sezione femminile di Bergamo non era sovraffollata e c’era quasi sempre la possibilità di lavorare. Ho lavorato in lavanderia, in cucina ma ho fatto anche la spesina e le pulizie. In carcere sono sempre riuscita a mantenermi, mi sono sempre comprata il mangiare, i prodotti per l’igiene personale e per pulire la cella, anche perché la prigione passa solo la carta igienica e gli assorbenti.”

“Poi cinque anni fa mi hanno dato l’articolo 21 e quindi la possibilità di lavorare all’esterno. Ho fatto un tirocinio come aiuto bidella e da tre anni sono alla Calimero e lavoro all’assemblaggio caschi (da equitazione, da bici, da arrampicata). Il lavoro mi piace e sono assunta a tempo indeterminato per sei ore al giorno, lo stipendio è buono. Fino all’anno scorso facevo otto ore, ma ultimamente ho chiesto di ridurmi l’orario perché ho bisogno di un po’ di tempo per studiare”.

Enza infatti è entrata in carcere con la terza media, ma mentre lavorava per l’istituto penitenziario ha preso anche il diploma di ragioneria e ora sta facendo l’università. Le mancano otto esami alla laurea in scienze dell’educazione e le manca poco alla fine della pena. Uscirà dal carcere con qualche risparmio e una laurea in tasca. Come mi spiegavano i ragazzi, le esperienze in carcere non potrebbero essere più diverse.

In copertina una lezione del corso di grafica, audio e video del progetto Trial, un percorso tra i mestieri delle arti per utenti con limitazioni personali della libertà voluto dalla Fondazione Sesta Città di Rifugio con l’Associazione il Ponte Magico Onlus, la cooperativa èCO e il sostegno della Regione Lazio