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Il linguaggio di Fellini: da 8½ a 10 e lode

Il linguaggio di Fellini: da 8½ a 10 e lode

Il cinema di Fellini ha una natura metalinguistica: è quanto afferma Virgilio Fantauzzi nel libro "Il vero Fellini. Una vita per il cinema". Una riflessione sul linguaggio filmico del regista premio Oscar.

Asmae Dachan

14 Gennaio 2022

“La vita scivola via e noi, assieme ad essa, scorriamo sulla superficie delle cose. La verità, persino quella che ci riguarda più da vicino, si nasconde e ci sfugge. Per affermarne almeno una piccola parte, dobbiamo cercarla negli anfratti delle situazioni, nelle pieghe e nei risvolti di quello strano arabesco di dissimulazioni incrociate, che da ogni parte ci avvolge.”

Federico Fellini

Il cinema è la celebrazione della realtà o è una fuga dalla vita? La risposta sembra darla Federico Fellini quando, intervistato su come nascessero le sue pellicole, raccontò: “Il punto di partenza per un mio film è di solito qualcosa che capita a me e che mi pare possa avere un certo rapporto con le esperienze altrui (…). Mi piace quella stimolante combinazione tra lavorare insieme e vivere insieme che il cinema offre”.

Fellini è un visionario, un anticonformista, un artista attento ai significati e alle verità nascoste. Le sue pellicole sono un excursus del suo percorso umano, sempre alla ricerca di risposte, mettendo in discussione alcuni dei punti cardine della società, come la famiglia e la religione. Proprio a questa ricerca di senso, che riflette sull’uomo che dietro alla macchina da presa si racconta, è dedicato il libro Il vero Fellini. Una vita per il cinema di Virgilio Fantauzzi, Ancora – La Civiltà Cattolica editore 2021, uno degli ultimi libri dedicati al grande regista.

Gli esordi e gli affetti di Federico Fellini

“Faccio i film nello stesso modo in cui parlo alla gente, si tratti di un amico, di una ragazza, di un prete o di chiunque altro. Questo è il cinema che tento di fare: una ricerca in me e negli altri, in ogni direzione, in tutte le direzioni nelle quali la vita si muove”, diceva di sé il cineasta.

Il fascino della storia umana e professionale di Fellini è grande. Partito da Rimini alla volta di Roma, ha affrontato una strada in salita tra le critiche infelici tra chi gli dava del provinciale e chi gli diceva che non ce l’avrebbe mai fatta. Fu l’incontro con Roberto Rossellini, che conosceva il suo talento come illustratore, a consacrarlo al lavoro cinematografico quando gli affidò la sceneggiatura di Roma città aperta.

L’Italia in cui si muoveva il giovane Fellini era capace di sognare in grande, e l’industria del cinema era tra le più fiorenti. Le ferite inflitte dalla guerra erano ancora aperte, ma l’atteggiamento era costruttivo. Lungo il suo cammino Fellini ha incontrato grandi sognatori come Alberto Sordi, che dopo anni di lavoro nel doppiaggio e ruoli teatrali e cinematografici minori riuscì a raggiungere la fama internazionale recitando proprio grazie all’amico, che lo volle come protagonista del film Lo sceicco bianco e di altre pellicole acclamate, come ad esempio I vitelloni.

Un’altra figura che ne influenzò la crescita e contribuì ad affermare il successo di Fellini è senza dubbio quella di Giulietta Masina, sua musa e moglie, protagonista di molte delle sue pellicole.

Il cinema e la vita: film e scene memorabili di Fellini

Un esempio straordinario della forza comunicativa di Fellini è la scena d’apertura de La dolce vita, Palma d’oro al Cannes nel 1960 e vincitore dell’Oscar per i migliori costumi nello stesso anno. La pellicola si apre con il volo su Roma della statua del Cristo lavoratore, trasportato e seguito da elicotteri.

“Una manciata di idee buttate lì, in pochi secondi di film: i ruderi dell’acquedotto indicano la romanità; la statua di Cristo indica il cristianesimo; uomini, donne e bambini, tutti più o meno coinvolti dal passaggio dalla statua, indicano l’umanità nel suo insieme”, scrive Fantauzzi, che definisce la natura del cinema di Felliniessenzialmente metalinguistica”.

Il regista porta sul grande schermo la vita, scomponendo e ricomponendo la quotidianità in modo originale, imprevisto, diventando osservatore di se stesso attraverso i suoi personaggi. È come se il cinema diventasse uno specchio in cui guardare anche gli altri, raccontando e raccontandosi con un linguaggio semplice, trasversale.

“Film sul cinema è Otto e mezzo, che mette in scena la crisi di un regista incapace di trovare sé stesso, smarrito in un dedalo dove la realtà si confonde con la fantasia, la vita con lo spettacolo (…)”, scrive nella sua premessa l’autore. I protagonisti, anche quando appaiono solari, esuberanti, in una cornice che potrebbe essere quella della commedia, nascondono in realtà la sofferenza delle anime prigioniere del vizio, incapaci di darsi un limite e un equilibrio interiore.

È nelle scene finali che Fellini sa inserire elementi di speranza e di dolcezza, come accade ne Le notti di Cabiria, dove la protagonista riesce a salvarsi da un marito truffatore e violento inseguendo un gruppo di giovani in festa. La scena che chiude la pellicola racconta una via di fuga, una speranza appunto, ma lo fa attraverso un’immagine che crea suggestioni senza ricorrere a parole: una grammatica di primi piani cesellati, colonne sonore e suoni di vivida espressività.

L’originalità di Fellini si rivela in tutta la sua forza straordinaria in Prova d’orchestra, pellicola del 1978 presentata al 32° Festival di Cannes e premiata con un Nastro d’Argento. Il film è la cronaca di una giornata di prove di un gruppo di musicisti, con i sindacalisti che rendono problematico il loro lavoro e l’arrivo di una troupe televisiva che crea scompiglio intervistando gli artisti. L’ordine torna solo all’arrivo di un severo direttore d’orchestra tedesco. La trama sembrerebbe molto semplice, a tratti banale, ma nasconde un messaggio forte: ovvero il racconto di una società disordinata, che solo attraverso il rischio del caos e dell’anarchia sfiora la minaccia peggiore della repressione. Un messaggio affidato ancora una volta alla forza allegorica delle riprese felliniane.

Fellini e l’ombra, il documentario sull’inconscio e lo sviluppo del linguaggio felliniano

Il prossimo 20 gennaio ricorre il centoduesimo compleanno di Federico Fellini. Per l’occasione i festeggiamenti inizieranno già il 17, con l’anteprima nazionale a Rimini, in collaborazione con l’Istituto Luce di Cinecittà, del documentario Fellini e l’ombra, della regista Catherine McGilvray.

La pellicola racconta alcuni aspetti legati alla vita interiore di Fellini, tra memoria e sogni, disegni e immagini cinematografiche, foto e backstage. “L’ombra” su cui il film cerca di fare luce è il rapporto tra il regista e il suo amico e analista Ernst Bernhard, pioniere dell’analisi junghiana in Italia. Proprio Bernhard contribuì alla realizzazione di Otto e mezzo, che vide Fellini nel doppio ruolo di regista e co-sceneggiatore.

L’influenza dello psicoterapeuta sul regista (oltre che su numerosi protagonisti della cultura dell’epoca) fu preponderante. È a Bernhard che si deve in buona parte lo sviluppo del linguaggio onirico e suggestivo del cineasta riminese: fu lui a suggerire a Fellini di tenere un “Libro dei sogni”, una personalissima storyboard che scandaglia la sintassi dell’inconscio felliniano. Come una matrice, il testo – dal quale è tratta parte del documentario di McGilvray – contiene il germe del simbolismo tipico del maestro del cinema, visioni ignote anche al suo pubblico più fedele, in uno slancio metalinguistico ampio e coerente che porta ancora più vicini al vero Fellini.


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Foto di copertina da www.spettacolo.newsgo.it