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Inquinamento, morti di Serie B? Il veleno di Brescia non si chiama solo COVID-19

Inquinamento, morti di Serie B? Il veleno di Brescia non si chiama solo COVID-19

Un viaggio nella città più avvelenata d'Italia, in cui ci si ammala perfino giocando al parco. Scenari tralasciati da chi dovrebbe occuparsene; come quello che ha coinvolto la ditta Caffaro.

Ambiente e inquinamento. C’è ancora chi crede che prestare attenzione a questo binomio significhi parlare di aria fritta, quando la realtà denuncia ben altra condizione: quella di aria, suolo e acqua malati e che fanno ammalare, fino a recidere vite, senza preclusioni di età. Con SenzaFiltro ci focalizziamo non solo sul tema, ma soprattutto sulle conseguenze che ha provocato la disattenzione prolungata al riguardo.

Brescia tra le città più avvelenate d’Italia: la testimonianza di Basta Veleni sul disastro ambientale targato Caffaro

Un caso emblematico a livello italiano sul fronte inquinamento è rappresentato da Brescia. La provincia lombarda, tuttavia, è nota alle cronache recenti per l’incidenza dei contagi da COVID-19, un argomento che nell’ultimo anno ha catalizzato l’attenzione della stampa in modo quasi esclusivo. Come se a Brescia, nel frattempo, non si continuasse a soffrire di altri mali.

Qualche dato: nella provincia i morti – non solo per COVID-19 – sono stati 16.608, mentre quelli per COVID-19 ufficialmente registrati dalle ATS sono stati 3.177 (fonte: Istat – Istituto Superiore della Sanità; dati aggiornati sulla mortalità in Italia a fine 2020). Brescia è infatti la prima città in Europa per tasso di mortalità dovuta alle polveri sottili, il PM 2.5, secondo uno studio del The Lancet Planetary Health.

Parliamo di un territorio preda di forti contraddizioni: ricco di innumerevoli risorse e di innegabile bellezza, è allo stesso tempo martoriato da gravi problematiche ambientali che attanagliano aria, acqua, e suolo. Persino una cosa innocua come giocare al parco può diventare pericolosa per la salute delle persone.

Puntiamo però la nostra lente d’ingrandimento su quello che a tutti gli effetti è stato definito un vero e proprio disastro ambientale, causato dalla ditta Caffaro. Una storia complessa, dove il disastro ha trovato complicità in anni di silenzio e negazionismo.

A febbraio scorso è avvenuta un’incredibile svolta: la magistratura ha messo sotto sequestro l’intera area della ditta – il cui sito è di interesse nazionale dal 2003 – a causa del pericolo che ancora determina. “L’ARPA, allarmata dalla presenza di concentrazioni alte di cromo esavalente nei piezometri, attraverso un’ispezione ha scoperto che all’interno della fabbrica dismessa alcuni silos contenenti gli inquinanti si erano deteriorati, percolando sostanze molto pericolose fra le quale proprio cromo esavalente e mercurio”, ci racconta Raffaella Giubellini, attivista bresciana di Basta Veleni.

Basta Veleni è un tavolo di lavoro fortemente attivo, nato nel 2015, che vede l’adesione di innumerevoli associazioni, gruppi e comitati di tutta la provincia bresciana impegnati nella tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Oltre a varie iniziative ha organizzato due manifestazioni molto partecipate: nel 2016, con l’adesione di circa 12.000 persone, e nel 2019, arrivando a quota 15.000. Numeri che dimostrano che la sensibilità verso il tema è aumentata, a maggior ragione visto che i problemi restano pesanti.

“La situazione è stata temporaneamente tamponata con appositi catini posti sotto i silos, ed è stato così rilevato che questi perdevano circa 50 litri di sostanze tossiche a settimana” spiega Giubellini.

Il quartiere Chiesanuova a sud della Caffaro: “Qui è pericoloso anche giocare al parco, vanno fatte bonifiche urgenti”

Uno sfacelo, quello che raccontiamo, lasciato libero di agguantare luoghi di vita e minacciare la salute – fin dall’infanzia.

Uno dei quartieri più attanagliati è quello di Chiesanuova, a sud della ditta Caffaro, i cui effetti si fanno sentire fino a 20 chilometri, sfatando il mito secondo cui l’inquinamento ricadrebbe soltanto sulle zone adiacenti.

“Abbiamo parchi giochi in cui i livelli di diossina raggiungono il valore di 300 nanogrammi per chilogrammo di terra, quando secondo la legge 152 del 2006 non dovrebbero superare i 10 nanogrammi: una condizione allucinante!”, spiega Guido Menapace, altro attivista di Basta Veleni e tra i referenti del comitato che nel 2013 organizzò la protesta alla scuola primaria Deledda, situata nel quartiere menzionato. Un evento focale che ha determinato riflessi anche nel presente.

Riavvolgiamo per un attimo il nastro. Il suolo con erba della scuola era risultato talmente inquinato che fu necessario buttarci sopra una gettata di cemento: i bambini potevano giocare solo lì sopra o dentro l’edificio. La situazione portò i genitori a manifestare con forza occupando la scuola per difendere il diritto alla salute dei loro bambini.

“Parliamo di 250 bambini limitati a giocare su 500 metri di cemento, in pratica due metri a disposizione per bambino”, racconta. “Un’assurdità a cui se ne aggiunge un’altra: a scuola non potevano toccare il verde, ma allo stesso tempo avevano accesso agli altri parchi del quartiere, dove tra l’altro erano stati rilevati valori di inquinanti molto più alti e pericolosi, tuttora presenti”.

La protesta delle famiglie ha coinvolto anche l’occupazione degli uffici dell’assessore all’ambiente e dell’ATS. L’ATS, anziché sostenerli, li ha denunciati; poi però sono stati assolti. “Nel giro di poco siamo riusciti a ottenere la bonifica della scuola. Il comune ha però subito strumentalizzato questa bonifica per farsi pubblicità in fase elezioni, e l’ha rinfacciato per anni senza fare altro. A inizio 2019 ha bonificato un altro parco, confinante con la scuola, ma ne lascia aperti altri molto più contaminati”.

Diritti giustamente rivendicati nel tempo per difendere la cosa più importante: la salute. Domandiamo: ha mai pensato di andarsene? “Me lo chiedono in tanti, ma perché dovrei rinunciare io a un mio diritto fondamentale, quello di avere parchi giochi incontaminati e sicuri per i miei figli?”, evidenzia Menapace. “Il comune ha il dovere di garantire la salute ai bambini e a chiunque li frequenti, e se non li bonifica li deve almeno chiudere, anche se è un controsenso non dare accesso a dei parchi giochi. Questo è un quartiere ricco di servizi e abitato da numerose famiglie: andrebbe tutelato”.

Brescia, quel silenzio velenoso da parte dell’istituzione sanitaria

Chi si ammala a causa dell’intensa esposizione a sostanze nocive difficilmente riesce a dimostrare la correlazione e a chiedere un risarcimento. Vengono tirate in ballo la genetica, la predisposizione, persino la sfortuna. L’aspetto più inquietante è che proprio le istituzioni sanitarie spesso siano le più reticenti rispetto al problema.

C’è uno studio recente dell’Università di Brescia che correla la maggior incidenza del tumore al fegato nei bresciani (+39% rispetto al resto del Nord Italia) con livelli alti di PCB, ossia i policlorobifenili, nel sangue. I PCB sono un’altra pericolosa eredità della Caffaro, e ricordiamo che lo IARC – l’organismo internazionale per le ricerche sul cancro – definisce i policlorobifenili come agenti cancerogeni per gli esseri umani dal 2013. Eppure per diverso tempo c’è chi si è voltato dall’altra parte.

L’azienda sanitaria – sottolinea Raffaella Giubellini – per molti anni ha sostenuto che il tumore al fegato fosse causato principalmente dagli stili di vita degli abitanti, riguardanti le scelte alimentari e il bere, quando invece questo recente studio ha dimostrato la correlazione”. L’alta incidenza riguarda anche altri tipi di tumore.

Per dovere di cronaca ricordiamo però che ci sono anche stati medici che hanno alzato la voce proprio nel periodo in cui si metteva a tacere il problema. Un esempio è dato dalla lettera inviata nel 2014 dall’Associazione Medici per l’Ambiente ISDE di Brescia agli organi di stampa territoriali. Nel testo venivano criticate le sottovalutazioni da parte dell’ASL rispetto alla correlazione tra incidenza tumorale degli abitanti ed emissioni nocive della Caffaro. Viene menzionato anche l’allarmante fatto che “nei ragazzi di età 20-24 anni si registra un eccesso di tumori statisticamente significativo del 42%”, secondo i risultati dell’Associazione Italiana Registro Tumori. 

Brescia, le possibili correlazioni tra inquinamento e contagi da COVID-19

L’area Brescia-Caffaro è compresa nell’analisi dell’importante studio SENTIERI – Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, che funge da sistema di sorveglianza epidemiologica permanente delle popolazioni residenti nei comuni interessati dalle contaminazioni.

Nel quinto rapporto sono stati presi in considerazione 45 siti di interesse per le bonifiche, di cui 38 classificati come siti di interesse nazionale e 7 di interesse regionale. Per l’area interessata, che coinvolge i comuni di Brescia, Castegnato e Passirano, mettiamo in evidenza una frase del rapporto che esplicita da sola la gravità della situazione: “Tra gli adolescenti si rileva un aumento di decessi per tutti i tumori rispetto all’atteso”.

Balza infine all’occhio come in fase di pandemia il territorio bresciano rilevi una particolare sofferenza sul fronte contagi. Le correlazioni tra inquinamento e diffusione del virus sono oggetto di studio da mesi.

“Bisogna ammettere che il sistema immunitario dei bresciani è di base sottoposto quotidianamente a sollecitazioni negative date dall’aria, in cui l’ozono e le PM 10 e 2,5 sforano i limiti di legge, sia da numerose altre sostanze nocive”, chiosa Giubellini. “Questo problema non riguarda solo la città, ma anche i territori circostanti come la Franciacorta, paesi come Rezzato, Ghedi, Montichiari, Calcinato e tutte le zone della bassa bresciana dove c’è un’elevata presenza di allevamenti intensivi. In molte di queste zone manca tuttora un monitoraggio serio e in generale manca uno studio multifattoriale.”

Lavoro e salute, omertà e negazionismo

Il negazionismo di diverse persone sui danni da inquinamento deriva forse dal baratto assurdo tra lavoro e salute?

“Noi attivisti non demonizziamo di certo a priori le attività lavorative, ma chiediamo che operino nel rispetto di ambiente e salute”, chiarisce Raffaella Giubellini. “I numerosi casi di tumore, malattie respiratorie e cardiovascolari sono purtroppo reali e noi stessi li conosciamo da vicino tra famigliari e amici”.

Il connubio soldi-lavoro continua a pesare anche di fronte a dati disarmanti. “Sui social ci sono anche genitori che ci scrivono: come faccio se l’azienda chiude, i miei figli li mantieni tu? Rispetto a prima la sensibilità è molto aumentata, ma permangono ancora resistenza e poca consapevolezza. C’è addirittura gente che crede che il problema sia risolto solo perché non ne sente parlare. A peggiorare le cose si aggiungono il clima di omertà e una narrazione che tende a minimizzare o addirittura a negare”.

Photo credits: radiondadurto.org