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La traduzione è un Paese per donne?

La traduzione è un Paese per donne?

La traduzione editoriale misura l'apertura mentale di un Paese: mestiere necessario, complesso e svolto perlopiù da donne, in Italia è difficile viverne.

Erica Di Cillo

7 Dicembre 2019

“La traduzione è la madre della civiltà”, affermava Iosif Brodskij, premio Nobel per la letteratura nel 1987. In Italia, però, è sempre più difficile vivere di questo mestiere, che unisce creatività e competenze non solo linguistiche: un traduttore editoriale all’apice della sua carriera ha un reddito medio di 14-15.000 euro (lordi), secondo i dati dell’ultimo Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia dell’AIE (Associazione Italiana Editori). Il fatturato è aumentato, così come le copie vendute, ma la percentuale di libri in traduzione è solo del 13,5%, mentre negli anni Novanta era stabile intorno al 25% e non aveva subito drastici cali almeno fino ai primi anni Duemila (nel 2003 era ancora al 24%). Ma questa tendenza è anche il sintomo di una pericolosa chiusura all’altro e alla sua cultura.

Abbiamo intervistato Marina Pugliano, traduttrice editoriale e segretaria di Strade (sezione SLC-CGIL per i traduttori editoriali) che ha partecipato a The Publishing Fair. Abbiamo analizzato con lei i punti critici di questo lavoro nel nostro Paese, per comprendere meglio in che direzione sta andando questo settore dell’editoria, cosa potrebbe cambiare e in che modo.

 

Il traduttore editoriale, tra diritto d’autore, mancanza di tutele e formazione permanente

L’editoria italiana è un settore difficilissimo: è difficile entrarci, rimanerci e viverci”, afferma Pugliano. “Il traduttore editoriale, in questo contesto, è una figura professionale fortemente penalizzata. In molti, per esempio, hanno abbandonato l’editoria per lavorare nella comunicazione, perché si guadagna meglio. Spesso è un secondo lavoro, che si affianca all’insegnamento (anche nelle università), e in parte è sempre stato così. Dal punto di vista economico è cambiato ben poco, come dimostrano i dati sul reddito medio riportato nel Rapporto di AIE”.

La traduzione editoriale rientra nel diritto d’autore: la cessione dei diritti da parte dell’autore stesso non è soggetta a Iva, e la remunerazione che ne consegue è considerata un reddito da lavoro autonomo per il quale non è previsto alcun contributo INPS.

“Ci sono Paesi dove la traduzione non è il mestiere di ripiego e non viene considerata un ‘passatempo’ – afferma poi l’intervistata – ma è una professione che si costruisce con un continuo percorso formativo, finanziato. All’estero la formazione permanente è una realtà: dal 2015 coordino un programma di questo tipo in Svizzera. Si tratta di laboratori in cui ci confrontiamo con gli altri colleghi partendo dai nostri testi, per parlare dei diversi approcci e del rispettivo modo di lavorare; sono momenti formativi alla pari, in cui non ci sono docenti, ma tutti hanno da imparare e da insegnare. C’è spazio, inoltre, per due esordienti, ed è una grande opportunità per fare entrare nel mercato i giovani alle stesse condizioni di chi già lavora nel settore. Strade sta cercando di importare questo modello anche in Italia, e ha già realizzato alcuni laboratori, in rete con gli Istituti di cultura straniera, con il partenariato del Centro per il libro e la lettura e la Commissione cultura dell’Unione Europea”.

In Italia, continua Pugliano, i giovani traduttori frequentano spesso un gran numero di corsi a pagamento, di sicuro utili dal punto di vista formativo, ma che spesso invece di corrispondere a una richiesta del mercato servono solo a colmare un vuoto nella vita di chi aspira a lavorare nel settore. Chi è alle prime armi è ancora più scoperto, ed è molto probabile che pur di lavorare accetti condizioni economiche che rasentano il ridicolo: “Si parla di 5 o 6 euro a cartella, cifre inimmaginabili”.

 

Quanto costa e quanto vale la traduzione?

Per la tavola rotonda organizzata a Più libri più liberi per il 6 dicembre, Strade ha scelto un titolo che dice già molto: Cultura in traduzione. Quanto costa e quanto vale?. Sarà infatti un’occasione per fare il punto sulla traduzione editoriale in Italia e sulle richieste di chi lavora nel settore.

“Il prezzo di un libro può variare in base alla rilegatura, ma di base non è influenzato dalla bravura o dalla popolarità del suo autore – afferma Pugliano – e il traduttore viene pagato per il lavoro che svolge, in termini di cartelle. Nell’editoria valore e prezzo non coincidono, perché si ha a che fare con la creatività, e la pubblicazione di un libro straniero ha costi superiori in partenza, rappresentati dalla traduzione e dall’acquisto dei diritti sul titolo straniero.”

“Per questo servirebbero degli incentivi agli editori, che invece in Italia esistono solo per l’export: bisognerebbe riconoscere l’importanza della traduzione e sostenerla; è ciò che fanno anche Paesi in cui le case editrici hanno fatturati molto più alti. Inoltre come traduttori cediamo anche i diritti secondari, dai quali invece potrebbe derivare un’integrazione del reddito, magari da destinare alla previdenza, soprattutto in un momento in cui sono tante le trasposizioni di opere letterarie su altri media. All’estero spesso i traduttori hanno accesso alle royalty, cosa che in Italia non avviene.”

A sinistra, Marina Pugliano, traduttrice editoriale e segretaria di Strade (sezione SLC-CGIL per i traduttori editoriali) all’ingresso di The Publishing Fair. Photo @DomenicoGrossi

 

La traduzione è un Paese per donne?

Prima di trarre le dovute conclusioni, abbiamo chiesto a Marina se la traduzione è un mestiere più femminile che maschile e perché.

“Potremmo fare una stima per cui 3 traduttori su 4 sono donne”, risponde. “Siamo al servizio dell’autore e del lettore, cosa che rende il nostro mestiere più femminile, ancillare. E inoltre è pagato poco. Spesso, quando la traduzione è praticata dagli uomini, si tratta di accademici che studiano la lingua e l’autore”.

“C’è poi un altro aspetto, messo in risalto una studiosa di lavoro femminile durante un seminario. Le professioni di cura sono tipicamente femminili, e la traduzione è un lavoro di cura: del testo, delle parole, della lingua. Nei laboratori che organizziamo questo è chiarissimo, durante le sessioni aperte, in cui si vedono al lavoro i traduttori: siamo capaci di parlare per ore di una preposizione o di un tempo verbale. C’è una grande devozione, è una vera e propria missione. Questo aspetto del nostro lavoro non è considerato come un valore aggiunto, ma invece espone ancora di più allo sfruttamento”.

 

La traduzione editoriale come bene collettivo da tutelare

“Se un giorno ci svegliassimo e tutti i libri del mondo fossero tornati nella loro lingua originale, quanto avremmo perso?”. Marina Pugliano lancia questa provocazione per spiegare che il calo delle traduzioni non è un dato da prendere alla leggera.

“Non c’è crescita senza cultura, e non c’è cultura senza libero accesso a tutto ciò che viene prodotto nel mondo. L’editoria è in sofferenza, e questo è assodato. Ma quali sono le conseguenze di questa contrazione del mercato? La traduzione è un modo di comunicare, quindi la sua diminuzione indica un restringimento della prospettiva. Antonio Prete affermava che la traduzione è il banco di prova della nostra capacità di coesistenza: è un luogo in cui si ospita, si fa spazio all’altro, e forse allora non è un caso che in Italia, proprio in questo momento, si traduca meno. L’idea che la letteratura possa fermarsi entro i confini nazionali è molto pericolosa.”

“La lingua della traduzione è una lingua che si rinnova. La traduzione non è solo un lavoro autoriale e creativo, ma un bene collettivo. Se la cultura è la capacità di avere una propria identità, come popolo e come Paese, ma è collegata anche alla capacità di confrontarsi, la traduzione, in un certo senso, impedisce l’omologazione, che è uno dei rischi del nostro tempo. È per questo che Strade chiede l’intervento dello Stato: le arti hanno sempre ricevuto un sostegno dalla collettività, e la traduzione è un bene comune. Non può essere lasciata alla privatizzazione, né tantomeno possiamo permettere che sia soltanto il mercato a decidere che cosa si vende e cosa no. Le nostre non sono solo le rivendicazioni di una categoria, ma un segnale d’allarme: siamo consapevoli della strada che stiamo imboccando?”

 

 

Foto di copertina di Domenico Grossi