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L’intelligenza artificiale viene usata per giustificare tagli che spesso hanno altre ragioni. Un caso su cinque è davvero attribuibile all’automazione. Gli altri quattro no. Inizia l’ “era dell’ i.a. washing”

Il 20 maggio 2026 Meta ha aperto una procedura di licenziamento collettivo per 33 dei 116 dipendenti italiani, concentrati nella sede milanese di piazza Missori. La decisione rientra in un piano globale di 8.000 esuberi annunciato da Menlo Park. I profili più colpiti sono quelli impiegati in cybersecurity e integrity e nella moderazione dei contenuti.
Il contesto finanziario rende la scelta ancora più nitida: Meta ha chiuso il primo trimestre 2026 con un utile netto di 22,7 miliardi di dollari su 59,8 miliardi di ricavi. Non si tratta di un’azienda in difficoltà che taglia per sopravvivere ma di un’azienda che riallocca: altri 7.000 dipendenti vengono spostati in mansioni legate all’intelligenza artificiale, in una nuova divisione denominata Applied AI and Engineering.
Chi viene tagliato e chi viene mantenuto dice più di qualsiasi comunicato stampa: la moderazione dei contenuti e la cybersecurity sono funzioni costose, non generative di ricavo, parzialmente automatizzabili. Non vengono licenziate persone che l’IA non sa sostituire: vengono licenziate persone che si occupano di controllare le piattaforme. La scelta su chi tagliare rivela le priorità aziendali con una chiarezza che le relazioni trimestrali non offrono mai.
Il caso più documentato è quello di InvestCloud Italy, ex Finantix, fintech californiana con sede operativa a Marghera, alle porte di Venezia. Il 9 marzo 2026 l’azienda ha comunicato formalmente a Federmeccanica, organizzazioni sindacali e Confindustria Veneto Est l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per tutti i 37 dipendenti della sede italiana – l’unica presente nel paese – con l’obiettivo di chiuderla integralmente.
La motivazione aziendale non lascia spazio a interpretazioni: nella lettera alle parti sociali InvestCloud ha citato esplicitamente una significativa accelerazione dei cambiamenti tecnologici, con un crescente livello di integrazione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale nei modelli di servizio per la gestione del patrimonio e ha parlato di necessità di un riallineamento strutturale. Il nuovo modello organizzativo del gruppo, basato su pochi centri di eccellenza globali con piattaforme integrate e scalabili, non prevede più il mantenimento di strutture locali autonome.
Fin qui, la narrazione aziendale. Il contrappunto viene da chi quella trattativa l’ha seguita dall’interno. Michele Valentini, segretario generale della Fiom Cgil di Venezia, ha descritto con precisione il nodo della vicenda: l’azienda non chiudeva perché andava male, ma si ristrutturava perché andava bene, e trovava nell’intelligenza artificiale la giustificazione per fare a meno delle persone. È esattamente la definizione operativa di AI washing: non negare l’IA, usarla come copertura per scelte che hanno una logica finanziaria prima che tecnologica.
Il 20 maggio – incredibilmente lo stesso giorno in cui Meta apriva la procedura milanese – è stato raggiunto un accordo: i 37 dipendenti riceveranno un incentivo in cambio della non opposizione al licenziamento. L’ipotesi di trovare un soggetto disposto a rilevare la sede è rimasta lettera morta: la proprietà intellettuale del prodotto e i clienti sono rimasti con InvestCloud, rendendo qualsiasi continuità aziendale di fatto impraticabile.
Stamattina, nelle Considerazioni finali della Relazione annuale di Banca d’Italia, il governatore Fabio Panetta ha offerto la cornice macroeconomica che i singoli casi non riescono a costruire da soli. Panetta ha riconosciuto che per la prima volta una tecnologia può svolgere compiti a elevato contenuto cognitivo finora considerati al riparo dall’automazione, e che nello scenario più favorevole i guadagni di produttività potrebbero più che compensare il calo del prodotto potenziale dovuto alla contrazione della popolazione in età da lavoro. Ma ha aggiunto una clausola che i comunicati aziendali omettono sistematicamente: la transizione non sarà priva di costi.
Quei costi, ha precisato, rischiano di concentrarsi su chi ha competenze meno elevate, accentuando disuguaglianze che in Italia partono già da una base fragile: 100.000 giovani espatriati tra il 2020 e il 2024, spesa in istruzione di un punto sotto la media europea, difficoltà di reperimento del personale al 42,9% a maggio 2026. Un sistema produttivo che genera domanda insufficiente di lavoro qualificato non è preparato ad assorbire una transizione che premia esattamente le competenze che non ha saputo formare.
I casi Meta e InvestCloud si svolgono in un quadro normativo che non ha ancora strumenti adeguati per distinguere tra un licenziamento causato dall’automazione e uno che usa l’automazione come giustificazione.
Il DL 62/2026, entrato in vigore il 1° maggio, introduce la presunzione di subordinazione per i lavoratori di piattaforma gestiti da algoritmi: è un passo nella direzione giusta, ma riguarda i rider e gli operatori gig, non i dipendenti delle aziende tech. Per chi lavora in un ufficio di piazza Missori o in un capannone di Marghera, le tutele rimangono quelle del contratto di lavoro subordinato ordinario che non prevede alcuna protezione specifica contro licenziamenti motivati da scelte di automazione.
Non esiste in Italia una norma che obblighi le aziende a dimostrare che un licenziamento è effettivamente causato dall’IA e non da altre ragioni. Non esiste un obbligo di riqualificazione preventiva per i profili a rischio di sostituzione. Non esiste un fondo specifico per la transizione digitale dei lavoratori dipendenti delle imprese private. Il Fondo Nuove Competenze copre in parte la formazione, ma non è stato progettato per questo scenario e non ha la scala necessaria.
La Commissione Europea ha avviato un percorso normativo sull’IA che include riflessioni sul lavoro, ma i tempi del diritto comunitario non si misurano in trimestri. Nel frattempo, le aziende decidono chi tagliare e come comunicarlo. E lo comunicano, quasi sempre, con le stesse parole: accelerazione tecnologica, riallineamento strutturale, integrazione dell’intelligenza artificiale.
Il dato del 20% – un licenziamento su cinque realmente attribuibile all’IA – non è una consolazione. È una richiesta di precisione. Valentini, della Fiom di Venezia, ha trovato le parole giuste davanti a un caso concreto. Quello che vale per InvestCloud vale per molti altri: non si tratta necessariamente di aziende in difficoltà che tagliano per sopravvivere, ma di aziende che vanno bene e trovano nell’intelligenza artificiale una giustificazione presentabile per scelte che hanno una logica diversa.
Panetta ha ragione: la transizione c’è, i guadagni di produttività ci saranno, i costi non saranno distribuiti equamente. Ma prima ancora di costruire politiche di accompagnamento, serve distinguere con precisione dove l’IA è causa e dove è alibi. Senza questa distinzione, il dibattito pubblico resta in balia di chi ha interesse a confondere le due cose.

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