Il caso più documentato è quello di InvestCloud Italy, ex Finantix, fintech californiana con sede operativa a Marghera, alle porte di Venezia. Il 9 marzo 2026 l’azienda ha comunicato formalmente a Federmeccanica, organizzazioni sindacali e Confindustria Veneto Est l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per tutti i 37 dipendenti della sede italiana – l’unica presente nel paese – con l’obiettivo di chiuderla integralmente.
La motivazione aziendale non lascia spazio a interpretazioni: nella lettera alle parti sociali InvestCloud ha citato esplicitamente una significativa accelerazione dei cambiamenti tecnologici, con un crescente livello di integrazione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale nei modelli di servizio per la gestione del patrimonio e ha parlato di necessità di un riallineamento strutturale. Il nuovo modello organizzativo del gruppo, basato su pochi centri di eccellenza globali con piattaforme integrate e scalabili, non prevede più il mantenimento di strutture locali autonome.
Fin qui, la narrazione aziendale. Il contrappunto viene da chi quella trattativa l’ha seguita dall’interno. Michele Valentini, segretario generale della Fiom Cgil di Venezia, ha descritto con precisione il nodo della vicenda: l’azienda non chiudeva perché andava male, ma si ristrutturava perché andava bene, e trovava nell’intelligenza artificiale la giustificazione per fare a meno delle persone. È esattamente la definizione operativa di AI washing: non negare l’IA, usarla come copertura per scelte che hanno una logica finanziaria prima che tecnologica.
Il 20 maggio – incredibilmente lo stesso giorno in cui Meta apriva la procedura milanese – è stato raggiunto un accordo: i 37 dipendenti riceveranno un incentivo in cambio della non opposizione al licenziamento. L’ipotesi di trovare un soggetto disposto a rilevare la sede è rimasta lettera morta: la proprietà intellettuale del prodotto e i clienti sono rimasti con InvestCloud, rendendo qualsiasi continuità aziendale di fatto impraticabile.