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L’identità maschile? È una trappola cercarla nel lavoro

L’identità maschile? È una trappola cercarla nel lavoro

Il binomio tra uomini e lavoro va ridefinito. Il rapporto tra maschi e mondo professionale ha spesso effetti tossici sulle donne e sugli uomini stessi: vediamo perché.

I maschi sono in crisi.

Da circa cinquant’anni, gli uomini vivono un processo di ridefinizione della propria identità. Se l’identità delle donne è passata tramite una serie di acquisizioni di nuovi diritti, prima negati, gli uomini stanno affrontando – almeno alcuni, almeno in parte – un processo di abdicazione più o meno volontario rispetto a consolidati doveri e privilegi. La figura del padre-padrone ha subito forti contraccolpi, anche grazie al paziente lavorio del femminismo, ma molto resta ancora da fare, soprattutto per quanto riguarda la relazione tra l’identità maschile e il lavoro.

Procurare il pane è una questione di autostima

Una parte costitutiva dell’identità maschile è sempre stata allacciata a doppio filo con la sfera del lavoro. Se la donna è stata infatti legata e relegata all’ambito della sfera familiare e domestica, l’uomo ha sempre fornito, tramite il suo lavoro, una fonte di sostentamento e dignità alla sua famiglia, in quanto responsabile di essa nei confronti della società.

Un uomo è spesso prima il suo lavoro e poi il suo nome, persino a livello di linguaggio. Quanto è radicata l’abitudine, anche nei contesti più informali, di chiamare l’uomo che si ha davanti in base alla professione? L’“avvocato”, il “dottore”, l’“ingegnere” e via discorrendo, seguito dal nome. Ma cosa ci può dire questa consuetudine? Oltre che un’evidente forma di rispetto per lo status sociale, questo fenomeno indica quanto nella e per la definizione di un uomo sia cruciale l’associazione alla professione.

Per l’identità maschile riconoscersi ed essere riconosciuti come lavoratore non è un’opzione: da ciò deriva buona parte dell’autostima e la possibilità di vedersi assegnato un ruolo e uno status. La capacità di costruirsi una carriera è, per molti uomini, non solo occasione di benessere materiale, ma prima di tutto di benessere mentale.

Gli oneri del privilegio maschile: quattro suicidi su cinque sono uomini, e molti per cause lavorative

Per lungo tempo il lavoro è stato visto solo ed esclusivamente come un privilegio per gli uomini e un diritto negato alle donne, ma per certi aspetti rischia di trasformarsi in un destino ineludibile e una condanna a una sola dimensione. Come ricorda l’antropologo Pierre Bourdieu ne Il dominio maschile: “Il privilegio maschile è anche una trappola e ha la sua contropartita nella tensione e nello scontro permanenti, spinti a volte all’assurdo, che ogni uomo si vede imporre dal dovere di affermare in qualsiasi circostanza la sua virilità […]. L’uomo ‘veramente uomo’ è quello che si sente tenuto a essere all’altezza della possibilità che gli viene offerta di accrescere il suo onore cercando la gloria e la distinzione nella sfera pubblica”.

La condanna alla sfera pubblica, e a trovare una legittimazione in essa, spinge gli uomini a trovare conferma della propria identità maschile tramite la competizione, che nella società post-industriale è incanalata nel lavoro. Che sia la ricerca di una carriera di successo o l’assunzione di responsabilità rispetto al benessere della famiglia, l’uomo si riconosce e si costruisce un’identità nella sua relazione col lavoro.

Il patriarcato imbriglia gli uomini nelle catene di un ruolo che li costringe sempre a dare il massimo per dimostrarsi all’altezza del loro compito. Se alle donne non è mai concesso di superare una certa soglia, e l’elenco dei “non puoi” si potrebbe estendere per interi volumi trasformandone la vita in una gabbia di obblighi di condotta restrittivi, agli uomini è sempre richiesto di raggiungere il massimo. Per loro non c’è una lista di “non puoi”, c’è una lista di “devi”, una tensione ideale verso la perfezione. Estremizzando si potrebbero usare le parole dello scrittore Ferdinando Camon in La malattia chiamata uomo: “Essere donne è difficile, per farcela tutte si lamentano. Essere maschio è impossibile, nessuno ce la fa”. 

Non è un caso che negli ultimi vent’anni quattro suicidi su cinque siano stati compiuti da uomini, e non lo è neanche che tra le maggiori cause ci siano questioni lavorative. Come ricorda l’Istituto Beck, riconosciuto centro di terapia cognitivo-comportamentale: “Sappiamo che il tasso di suicidi per motivi economici è ancora più a maggioranza maschile: quasi la totalità. È indubbiamente legato alla pressione, una pressione storica, esclusivamente maschile a mantenere, che in passato era addirittura legge (vi era l’obbligo del marito a mantenere la moglie). Questo vuol dire che in caso di tracollo finanziario, la situazione, per un uomo, che ha la pressione sociale a mantenere sua moglie e i suoi figli, sarà un rischio suicidario maggiore che per una donna, che non ha tale pressione sociale”.

Uomini e lavoro, un binomio da ridefinire

Alla luce di ciò: quanto potrebbe essere utile, in un’ottica di utilità e benessere individuale, oltre che sociale, ripensare la relazione degli uomini con il lavoro? Quanto potrebbe essere significativo dire agli uomini che il lavoro non è tutto, che non sono il loro lavoro, che la loro dignità non si decide dalla loro capacità di mantenere una famiglia?

Tuttavia, in questa direzione, purtroppo le istituzioni non aiutano. Pochi giorni fa si è decisa la legge di bilancio 2022, ma ancora una volta è stata bocciata la proposta, questa volta della parlamentare PD Giuditta Pini, di estendere a tre mesi il congedo di paternità. Una proposta di equità che avrebbe dato una spinta a un processo di ridefinizione dei ruoli che permetterebbe a chiunque, uomo o donna, di realizzarsi nella maniera che più ritiene opportuna. Perché non consentire a un uomo di realizzarsi come padre, se più predisposto, e a una donna come lavoratrice, se questi sono i loro desideri? Perché imbrigliare in ruoli cristallizzati gli individui? Questo permetterebbe di liberare energie inaspettate, facendo scoprire agli uomini dimensioni da cui sempre sono stati tenuti lontani: la sfera dell’affettività, delle emozioni, della cura dei rapporti e dei figli.

Liberare gli uomini dal carico di queste aspettative non sarebbe solo un vantaggio per loro, ma ne gioverebbe la società tutta. Un uomo da cui non ci aspetta solo che possieda disponibilità economiche per sé e per la propria famiglia è un uomo che più facilmente collabora nei lavori di casa, che si prenda cura dei figli non solo mantenendoli, ma contribuendo attivamente nella loro gestione e curando la sfera affettiva. È, in fin dei conti, semplicemente una persona migliore.


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Foto di copertina di Andrea Piacquadio da Pexels