Disservizio sanitario nazionale: mancano quasi 300.000 medici e infermieri

Sempre più professionisti sanitari si dimettono, e uno su tre, se potesse, andrebbe in pensione: gli ospedali sono in sofferenza e ricorrono a cooperative che forniscono “medici a gettone”. La testimonianza di alcuni operatori con le dichiarazioni di Filippo Anelli, presidente FNOMCeO

Mancano medici e infermieri: una sfilza di camici appesi

Sono stati anni duri, vissuti in un contesto emergenziale senza precedenti. Il sistema sanitario è stato messo a dura prova, e con esso medici e infermieri. Anni che ci hanno detto e gridato che garantire un’assistenza medica senza crepe è fondamentale per il benessere della società. Non abbiamo capito, non è servito, e oggi siamo di nuovo qui a contare le crepe.

Le stime parlano chiaro, mancano 30.000 medici e 250.000 infermieri su tutto il territorio nazionale. A fornire una fotografia così dettagliata è il diciottesimo Rapporto Sanità del C.R.E.A. (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) dell’Università di Roma Tor Vergata, che evidenzia come l’attuale carenza di personale sanitario rappresenti un enorme problema per il Servizio sanitario nazionale (SNN).

Dai dati si apprende che in Italia ci sono 5,7 infermieri per 1.000 abitanti, rispetto alla media di 9,4 dei Paesi europei presi come riferimento – Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. La conseguenza è che nel SSN ogni medico ha a disposizione 1,42 infermieri rispetto ai 2,52 a disposizione dei loro colleghi nei Paesi europei presi a campione. Per quello che riguarda invece il personale medico, in Italia per ogni 1.000 abitanti ci sono 3,9 medici rispetto ai 3,8 di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.

 

 

Ad aggravare la situazione, le carenze attualmente presenti all’interno dei pronto soccorso italiani. Secondo la Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza (SIMEU), all’attivo mancano 4.200 medici. Da gennaio a luglio 2022 sono stati 600 i medici che hanno presentato le loro dimissioni, circa cento al mese. In uno studio condotto da Anaoo Assomed, nel 2022, veniva rilevato come “nel 2023 sarebbero venuti a mancare circa 10.000 medici specialisti nelle corsie d’ospedale”, sottolineando anche le mancate assegnazioni: “il 12% dei contratti totali ed il 50% dei contratti di medicina d’emergenza”.

Carenze di organico, ospedali sguarniti: arrivano i medici a gettone. A discapito dei pazienti

I pronto soccorso rappresentano la trincea del Servizio sanitario nazionale, e non possono essere relegati a fanalino di coda del sistema. Garantire condizioni organizzative adeguate, permettere al personale medico-infermieristico di operare in maniera serena, ad oggi dovrebbe essere una priorità. Ma la situazione all’interno delle corsie non è delle migliori: gli stessi medici e infermieri raccontano di situazioni critiche.

Giorgio Tubere, già direttore e responsabile medico della Struttura Semplice Dipartimentale Cure Palliative e Hospice (dipartimento di Oncologia) nella ASL 1 imperiese, definisce la situazione che attualmente si evidenzia nella provincia di Imperia.

Sguarniti diversi reparti, dal pronto soccorso alla ginecologia, passando per la psichiatria, per mancanza di personale. Non ci sono medici e infermieri. Le ragioni sono da ricercare in primis nei pensionamenti – tra l’altro, alcuni medici in pensione sono anche rientrati in servizio, richiamati proprio per sopperire alla mancanza di organico – e poi c’è stato un discorso di abbandono da parte dei medici strutturati; non tutti, sia chiaro, ma in molti, dopo questi anni emergenziali che ci hanno visto coinvolti, hanno subito uno stress non indifferente. In parecchi hanno sofferto della sindrome da burnout.”

“Per sopperire alle carenze di personale”, prosegue Tubere, “la pratica attuale prevede di chiamare i cosiddetti ‘medici a gettone’. Sono medici facenti parte di cooperative. Molti vengono da fuori Regione, fanno due-tre giorni di turnazione di fila, guadagnando abbastanza bene, e poi vanno via, tutto a discapito del paziente, che logicamente non può essere seguito. Medici che tra l’altro non sanno come funzionano i vari reparti e i colleghi con cui dovrebbero interfacciarsi. Il SSN oggi versa in condizioni critiche sia per gli operatori sanitari, che si trovano a gestire un carico di lavoro triplicato senza incentivi economici o di carriera, sia per il cittadino, che si vede costretto in molti casi a ricorrere alla sanità privata per farsi curare in modo tempestivo”.

“Dovremmo essere diciassette, siamo in tre. In pronto soccorso si riducono le possibilità di sopravvivenza”

Durante la pandemia il sistema sanitario ha slatentizzato le sue problematicità, ma sebbene l’emergenza sanitaria sia rientrata, le criticità sono rimaste.

“Il Sistema sanitario nazionale, soprattutto negli ultimi anni, ha fatto e sta facendo dei passi indietro evidenti”, racconta P., medico d’emergenza in un’ASL del Nord. “Durante il COVID-19 l’organizzazione ha tenuto; le ASL di tutto il territorio nazionale, a mio avviso, hanno cercato di fare tutto quello che era nelle loro possibilità, seppur abbandonate dal sistema sanitario italiano. Noi sanitari siamo stati lasciati soli, e adesso se ne pagano le conseguenze. Quello a cui si assiste oggi all’interno degli ospedali, la carenza di personale medico-infermieristico, è frutto di questi due anni. In questo lasso di tempo ho visto tantissimi medici che hanno lasciato il loro incarico perché hanno avuto un crollo psicoemotivo non indifferente”.

“La carenza di personale è un tasto dolente. Nel pronto soccorso dell’ASL in cui svolgo la mia attività siamo in tre persone quando dovremmo essere in diciassette. Non ho difficoltà ad ammettere che in questo momento ci sono situazioni in cui un paziente che entra in pronto soccorso, se sceglie la giornata sbagliata, riduce drammaticamente le sue possibilità di sopravvivenza. Ad oggi si cerca di gestire con i ‘gettonisti’ che, si dividono in due categorie: di quelli che ho potuto valutare di persona – parliamo di circa 25-30 medici – in questo ultimo anno e mezzo, ne salverei cinque, al massimo sette, persone molto capaci e preparate che hanno lavorato per diversi anni in emergenza, e quindi in grado di gestire situazioni complesse; tutti gli altri sono persone che per quanto mi riguarda passano dall’essere incapaci fino ad arrivare al pericoloso. Parliamo di medici che non hanno mai prestato il loro servizio in emergenza, e probabilmente non hanno mai lavorato a contatto con il paziente, che sono stati presi e messi in pronto soccorso. Senza considerare che la mancanza di personale nell’emergenza-urgenza fa sì che quest’ultima, in diversi casi, venga gestita addirittura dal personale infermieristico”.

Filippo Anelli, presidente FNOMCeO: “I medici a gettone? Un’aberrazione del sistema”

Il personale medico-ospedaliero, quindi, non riesce più a far fronte a una mole di lavoro ingestibile.

“I colleghi dell’emergenza-urgenza, territoriale e ospedaliera, salvano vite”, spiega Filippo Anelli, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO). “Lo fanno in condizioni organizzative molto difficili, legate alla carenza dei medici, del personale sanitario, ma anche a un’organizzazione che non ha consentito di regolamentare gli accessi al pronto soccorso, che spesso viene intasato dai cittadini, i quali, per ottenere una prestazione più rapida, a causa anche delle liste d’attesa bloccate, vi si rivolgono in modo improprio, rendendo difficile curare le reali urgenze. I turni massacranti, lo stress dovuto alle condizioni di lavoro, il rischio di denunce temerarie, le aggressioni – che sono frequentissime in questo ambito – rendono sempre più difficile il lavoro nell’emergenza-urgenza”.

“Proprio per questo abbiamo apprezzato gli interventi del ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha previsto già da quest’anno, incentivi economici e di carriera per chi presta la propria opera nei pronto soccorso. Incentivi che, per non creare disparità tra professionisti, andrebbero estesi anche al sistema del 118.”

Quando il discorso verte sui cosiddetti medici a gettone, il presidente Anelli sottolinea che “il loro impiego non è regolamentato ed è un’aberrazione del sistema. I contratti sono libero-professionali, e molti sanitari stanno decidendo di passare con le cooperative perché ci possono essere guadagni maggiori nell’immediato, sebbene manchino le garanzie dei contratti di lavoro ordinari come la malattia, le ferie e la maternità, che sono tutte a carico del professionista. In questo modo anche i costi per il Servizio sanitario nazionale si moltiplicano, mentre il sistema di cure si depaupera in termini di continuità delle terapie e, se i medici non vengono scelti in base alle loro specializzazioni, anche in termini di qualità”.

Ma per ridurre il ricorso ai gettonisti e arginare il fenomeno (compreso l’impiego dei medici pensionati o non specializzati), da dove bisogna partire? “Servono delle regole che le cooperative si devono dare, certe e uguali, e devono valere per tutti i professionisti che lavorano nel Servizio sanitario nazionale”, risponde il presidente FNOMCeO.“Proprio con l’obiettivo di regolamentare il sistema abbiamo recentemente firmato, insieme alla FNOPI (Federazione degli Ordini delle Professioni infermieristiche) un accordo con Confcooperative per portare avanti questa battaglia, che ha visto anche l’intervento del Governo”.

“Va inoltre introdotta la possibilità di ricorrere a prestazioni aggiuntive da parte di medici già integrati nel SSN, per valorizzare il loro ruolo e ridurre il ricorso ai gettonisti. Questo potrebbe già essere attuato con un emendamento al DL Bollette. Parallelamente, occorre rendere attrattivo il Servizio sanitario nazionale per frenare l’emorragia di professionisti. Occorre equiparare gli stipendi di medici e infermieri agli standard europei, migliorare le condizioni di lavoro e la sicurezza degli operatori. La sanità pubblica non è un costo da tagliare ma un investimento, oltre a essere l’indicatore per eccellenza del grado di civiltà di una nazione.”

“Un medico su tre andrebbe subito in pensione, anche tra i giovani. Serve attrattività”

Dopo la pandemia, molti medici hanno sofferto della sindrome da burnout dovuta ai turni di lavoro massacranti, ma non solo. Questo ha fatto sì che in tanti decidessero di abbandonare il pubblico per il privato.

“Quello dell’abbandono è un fenomeno complesso e dall’origine multifattoriale”, spiega il presidente Filippo Anelli. “La fuga dei medici dal Servizio sanitario nazionale (verso il privato, l’estero, il prepensionamento o altre professioni) è una condizione strutturale di lungo periodo, le cui ricadute sono però esplose in fase pandemica. Secondo l’indagine condotta lo scorso anno dall’Istituto Piepoli per FNOMCeO, lo stato di salute psicofisica dei medici è peggiorato durante l’emergenza COVID-19: il 71% ha avvertito una crescita di stress, mentre uno su dieci ha addirittura riscontrato problemi di salute che prima non aveva. Al normale impegno quotidiano si sono aggiunti consulti e visite da remoto, che hanno invaso la vita privata del 58% dei medici italiani, tre su quattro dei quali non riescono più ad andare in ferie o anche solo a garantirsi un adeguato tempo per la vita personale; tanto che un medico italiano su tre, potendo, andrebbe subito in pensione. A sognare di dismettere il camice bianco è proprio la fetta più giovane della professione: il 25% dei medici tra i 25 e i 34 anni e il 31% di quelli tra i 35 e i 44 anni. Dati, questi, che fanno il paio con quelli del sindacato Anaao-Assomed, secondo i quali dal 2019 al 2021 hanno abbandonato l’ospedale circa 8.000 camici bianchi per dimissioni volontarie”.

 

 

“Sempre più medici lasciano il SSN perché questa professione sta perdendo attrattività, sia a causa dei carichi di lavoro, di un aumento del burnout e una retribuzione tra le più basse in Europa, sia per uno svilimento del ruolo sociale del medico”, continua Anelli. “Attrattività non significa solo stipendi adeguati ma anche e soprattutto condizioni di lavoro che rispettino i diritti dei professionisti. Il nostro Servizio sanitario nazionale pesa circa il 16% del PIL, quindi produce ricchezza, produce lavoro, produce salute, che significa stabilità, e rende attuabile il diritto previsto dall’articolo 32 della Costituzione. Teniamocelo stretto”.

 

 

 

Photo credits: sekunde.lt

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