Michele Canova Iorfida nel suo studio di produzione

Michele Canova Iorfida e il rumore bianco della musica

Il pluripremiato Michele Canova Iorfida, tra i migliori produttori musicali d'Italia, descrive il nuovo volto della musica nell'era digitale.

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“Oggi davvero la musica può essere ideata, composta e confezionata ovunque. E da chiunque. Un giovane indiano ha le stesse possibilità di realizzare e pubblicare un brano di successo alla pari di affermati musicisti statunitensi e raggiungere fama mondiale. Allo stesso tempo tutti noi con pochi dollari al mese possiamo fruire di tutta la musica del mondo in qualsiasi momento. E prospetticamente nulla sarà più come prima.”

È così che Michele Canova Iorfida – il produttore musicale italiano più importante degli ultimi quindici anni, con oltre 18 milioni di copie vendute delle sue produzioni – sintetizza in poche parole lo scenario odierno della produzione musicale. La sua è una voce decisamente autorevole. Nominato a un Latin Grammy nel 2013, collabora da anni con tutti i nomi che contano, da Alanis Morrisette a John Legend, da Alicia Keys a Kelly Rowland, da James Maslow a Tiziano Ferro, Jovanotti, Eros Ramazzotti, Giorgia, Marco Mengoni, Biagio Antonacci, Adriano Celentano. Per quattro volte negli ultimi dieci anni ha prodotto il disco più venduto dell’anno in Italia.

Ma Michele è anche e soprattutto un caro amico. Amico e compagno di banco per cinque anni a quel Liceo Classico Tito Livio di Padova dove probabilmente tutto è partito. Già, perché proprio mentre tutti noi sfidavamo versioni di latino e greco, dissimulando strategie di sopravvivenza in classe, lui continuava a coltivare la sua passione, condividendo con noi compagni le connessioni e i cortocircuiti tra la musica classica del conservatorio che frequentava e le nuove frontiere dei sintetizzatori. Ed è proprio questa passione che lo ha portato a costruirsi, pezzo dopo pezzo, uno studio professionale di registrazione. Prima in casa, in cameretta; poi a Padova; poi a Milano. E oggi a Los Angeles, dove vive dal 2015.

 

Da quel 1991, anno in cui hai iniziato a produrre il tuo primo album nel tuo mondo professionale, tutto è cambiato.

Certo, è cambiato molte volte e sotto diverse dimensioni. C’è innanzitutto un tema tecnico: siamo passati dal registrare su nastri con macchine meccaniche in modo analogico al farlo in modo digitale. Il che ci ha consentito man mano di lavorare senza più limiti di tempo e di spazio, semplificando e velocizzando la possibilità di creare musica. Ciò fino ad arrivare a questi ultimi anni, in cui è possibile fare tutto con un semplice PC, o con un iPad, o addirittura con un semplice smartphone, visto che ormai tutti questi device sono sufficientemente potenti per consentirci di ottenere risultati di elevata qualità.

Ciò significa davvero che tutti possono fare tutto?

Esattamente. Oggi chiunque con un minimo di abilità informatiche, e ovviamente sensibilità musicale, potenzialmente può utilizzare uno di questi device e confezionare un pezzo dall’inizio alla fine. Ormai sono tanti i casi in dischi di enorme successo commerciale. Ad esempio: nell’album di Kendrick Lamar, uno dei più noti rapper statunitensi, uno dei producer ha realizzato un beat interamente con un iPhone.

Ma quindi, se è così facile, questa rivoluzione tecnica determina una crescita esponenziale della musica in circolo ogni giorno?

Fa parte delle regole del gioco. Questa estrema facilità, questa sorta di democratizzazione della produzione a ogni latitudine, ha sdoganato completamente la logica ed il flusso che fino a solo quindici anni fa era normale. Prima c’era l’artista con l’idea, poi lo studio che la rendeva reale, finalizzandola. Ora tutto può avvenire allo stesso momento e gli attori sono sovrapposti. Possono essere anche la stessa persona. Il che significa, però, che appunto ogni singolo giorno decine di migliaia di pezzi entrano in circolazione. Ma allo stesso tempo avere troppa musica in modo contestuale significa che si sta componendo una sorta di “rumore bianco” indistinto dove è sempre più difficile essere rilevanti. Con il rischio che tutto possa essere posto sullo stesso piano, in termini di fruizione.

In effetti, arrivando proprio alla fruizione, anche su questa sponda da qualche anno a questa parte tutto è cambiato. Giusto?

È cambiato molto più di quanto i non addetti ai lavori si immaginino. Fino alla metà del 2000 era normale acquistare un album completo; prima c’era il vinile, poi il cd, poi gli mp3. In ogni caso il consumatore si impegnava nel processo di acquisto spendendo una cifra non indifferente, seppur piccola, per ciascun artista. Ed era normale che dunque quello stesso CD venisse ascoltato tutto, dall’inizio alla fine, e poi messo nel proprio salotto. Da un certo punto in poi, improvvisamente, con lo streaming è avvenuto un salto quantico. Perché con lo stesso investimento di denaro – al mese – tutti noi potevamo in un attimo avere accesso a tutta la musica del mondo. Boom.

E quindi?

E quindi nulla sarebbe stato come prima. La dematerializzazione della musica avrebbe da quel momento segnato una nuova rotta. Per tutti: produttori, artisti e fruitori. Per prima cosa per chi lavorava nell’ambito musicale, perché in un attimo gli introiti sono calati notevolmente. La regola dello streaming infatti prevede che il guadagno in royalties per artisti e produttori arrivi solo dopo il quarantesimo secondo di ascolto di ciascun brano da parte del fruitore, ed è chiaro che se ho un abbonamento e posso avere “tutta la musica del mondo in un attimo” sarò facilmente portato a fare zapping tra le canzoni componendo di volta in volta le mie playlist preferite. Raramente si mette tra i preferiti un album intero di un artista, come una volta.

Questo ha determinato la crisi dell’intero sistema di produzione, dunque?

È indubbio che da vent’anni a questa parte la forte diminuzione degli incassi per alcuni attori di questo mondo professionale è stata fatale. Non di certo per le multinazionali, che anzi hanno anche acquistato quote societarie dei grandi colossi della musica in streaming proprio per bilanciare tale effetto. È chiaro che chi oggi vuole ancora essere tra i protagonisti di questo mercato ha la necessità di adattarsi velocemente all’accelerazione di tutti questi processi. Un ottimo prodotto musicale può infatti essere realizzato al meglio in molto meno tempo di una volta e senza ricorrere a mesi di lavoro in studio. Ma non ci si improvvisa. Ci vuole tecnica ed esperienza, accanto a un ascolto consapevole dell’evoluzione in progress per riuscire a emergere dal quel “rumore bianco” di cui dicevamo prima.

Ciò significa forse che la produzione musicale è figlia di questa accelerazione, molto più di quanto non lo fosse un tempo?

Certo, perché la musica sta diventando sempre più intrattenimento. Proprio per tale ragione, ancora più che in passato, oggi un pezzo viene progettato nelle sonorità, nel timbro vocale e nel ritmo per catturare chi lo ascolta nei primi cinque secondi di riproduzione. La modalità di fruizione sta cambiando radicalmente il concepimento dei brani stessi.

Mi sembra di capire che anche questo settore stia vivendo una sorta di selezione naturale. Ma allo stesso modo si stanno anche affermando nuove figure di riferimento?

Be’, sicuramente oggi la figura più importante è quella del “curator” delle playlist, ovvero deejay o esperti del mondo musicale che selezionano di volta in volta i loro brani preferiti e li condividono con la rete dello streaming. Alcuni sono delle vere celebrità tanto per i loro follower, che si fidano e li seguono nelle loro proposte, quanto per gli artisti e produttori, che aspirano a essere nelle loro liste. Teniamo conto che oltre il 40% dei play ogni giorno avviene all’interno delle playlist proprio di questi “curator”. Una percentuale pazzesca, se ci pensiamo, ma anche abbastanza prevedibile, perché è normale che nel grande mare indistinto di tanta offerta ciascuno di noi cerchi una guida.

E in tutto questo gli artisti? Anche la loro posizione è ridimensionata?

Dal punto di vista economico sicuramente sì. A meno che non si pensi ai top 20 mondiali, per tutti gli altri siamo su livelli decisamente inferiori rispetto anche a solo una decina di anni fa. Il nuovo paradigma non lascia scampo. Inoltre c’è un rischio non banale: a causa delle playlist le persone fanno sempre più fatica a collegare un volto a una canzone. Tutti noi infatti siamo sempre più abituati a seguire un flusso, passando da un pezzo all’altro. Poco importa chi canta, o quasi. Non è un caso che le grandi multinazionali investano milioni di dollari proprio per consentire la riconoscibilità al grande pubblico dei loro talenti.

È lo stesso anche per i produttori, come te?

A dire il vero no, anzi. Paradossalmente questa situazione consente a noi produttori di uscire dall’ombra e di essere molto più visibili di un tempo. Lo si vede ad esempio nei sempre più numerosi featuring che vengono quotidianamente realizzati anche dai più noti protagonisti della scena musicale. Stiamo diventando co-autori, con una nostra identità, con una sorta di “marchio di fabbrica” che ci rende riconoscibili in modo trasversale di artista in artista. Si tratta di una bella opportunità che ci consente di fare un percorso artistico nostro.

In tutto questo: il ruolo dei social?

Importantissimo, a tutti i livelli. Anche se non determinante a priori. Certo, oggi chi si crea un’importante base di seguaci in rete ha l’opportunità di promuoversi con grande velocità e raggiungere risultati di play incredibili. Ma non basta. Per non essere un fenomeno effimero è opportuno costruirsi una reputazione, nei blog e nei vlog musicali ad esempio, o nella stima dei curator; altrimenti in un mare magnum sempre in movimento si rischia davvero di scomparire.

Dematerializzazione, accelerazione esponenziale, tecnologie diffuse, social. In sintesi, come vedi il prossimo futuro della musica?

Non posso che avere una visione davvero positiva. Le potenzialità sono enormi. La tecnologia ci consente di raffinare ogni singolo beat con una precisione estrema. Abbiamo nelle nostre mani le leve per realizzare ogni istante qualcosa di rivoluzionario e cambiare molto velocemente le proposte per il nostro pubblico. Magari arrivando anche a stupirlo, come quando l’arte da figurativa diventò astratta e tutti rimasero inizialmente sorpresi, ma poi capirono che era una meraviglia. E tutto cambiò, ancora.

Da oltre 15 anni si occupa di comunicazione d'impresa in realtà multinazionali. Dopo la laurea in lettere moderne all'Università di Padova, la specializzazione in Comunicazione al CUOA (Altavilla Vicentina) ed in Marketing all'Istituto Superiore del Marketing (Roma), ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità in aziende quali Carraro SpA, Uniflair SpA, Viabizzuno Srl. Oggi è Head of Communication per Carraro Group e coordina l'insieme delle attività di comunicazione interna ed esterna del Gruppo. Da novembre 2014 è anche Marketing & Communication Manager del brand di trattori Carraro Tre Cavallini. È inoltre fondatore e senior trainer di Talent Partners Srl, società che si occupa di formazione, motivazione e comunicazione d'impresa. Nel maggio 2015 è stato speaker a TEDx Padova, evento nel corso del quale ha focalizzato la propria "idea che vale la pena condividere" su quanto sia fondamentale oggi valorizzare il capitale umano. [ Guarda tutti gli articoli ]

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