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Boschi verticali e affitti di traverso. Milano prima per costo delle abitazioni prova a correre ai ripari

Boschi verticali e affitti di traverso. Milano prima per costo delle abitazioni prova a correre ai ripari

È sempre Milano la città più cara in Italia dal punto di vista degli immobili, eppure la domanda di affitti continua a crescere, con le case popolari non coperte al 100%. Ma sono sempre di più i lavoratori che rinunciano a trasferirsi. L'opinione degli assessori Pierfrancesco Maran e Alessia Cappello e di Sergio De Feudis di ATM.

Una promessa e una garanzia di trovare lavoro e stabilità. Milano per diverso tempo è stata definita da questa aspettativa, confermata per decenni. Oggi “stabilità” è un termine che cola a picco in generale, perché fuori luogo e fuori tempo oltre che stucchevole rispetto al periodo storico che stiamo vivendo.

Una cosa però è sicura: se da un lato le offerte di lavoro a Milano non mancano, dall’altro è innegabile che risultino insostenibili a causa di quello che è diventato un problema rilevante: il costo delle abitazioni.

Casa contro lavoro non è il titolo di un nuovo film thriller, ma una situazione tangibile con cui la cosiddetta “città del lavoro” deve fare i conti, più salati che mai. La casa non rappresenta infatti più un problema esclusivo delle persone che vivono situazioni di fragilità e indigenza, ma lo è diventato anche per coloro che hanno un lavoro o stanno per essere assunti, e sul territorio ci devono vivere (e magari non solo sopravvivere).

La questione dei costi delle abitazioni è così entrata a pieno titolo nell’ambito del lavoro, perché il rischio non è solo quello di non avvicinare nuove risorse alla città di Milano, ma anche di perdere quelle già presenti a causa di abbandoni annunciati di progetti professionali, come in effetti sta accadendo.

Milano e il costo delle abitazioni: è ancora lei la più cara in Italia

Secondo un’indagine realizzata da Tecnocasa, Milano si configura come la città più cara per acquistare un appartamento di 85 metri quadrati: sembra ci vogliano 12,8 anni di stipendio; a seguire Roma e Firenze.

Non va meglio per la questione affitti, al centro di questo articolo. L’Osservatorio semestrale di Immobiliare.it afferma che sono necessari mediamente 20 euro al metro quadro. Conti alla mano, per circa 100 metri quadrati si arriva tranquillamente a spendere 2.000 euro mensili. Non stupiscono nemmeno quasi più i 1.000 euro richiesti per monolocali, una tipologia di appartamento molto ricercata a Milano. Tutto questo in un’Italia dove i salari sono più bassi rispetto ai livelli europei.

Conti alla mano, guadagnando uno stipendio di circa 1.400 euro netti al mese, anche con un’assunzione a tempo indeterminato, come può risultare sostenibile – se si è da soli o con famiglia monoreddito – sostenere un affitto o un mutuo che sfiora o sorpassa i 1.000 euro mensili? Cibo e bollette (alle stelle) restano un appuntamento fisso, e aggiungere la questione benzina, spese mediche e non solo, significa rischiare di affogare.

La questione è così impattante e diffusa da determinare un effetto domino non solo sulle persone che cercano lavoro, ma anche sulle imprese, che, nei casi di mansioni che non prevedono lo smart working, non riescono a tenere i dipendenti sul territorio. E così siamo di fronte a una sorta di paradosso, perché l’emergenza abitativa è diventata un problema strutturale.

Sergio De Feudis, delegato sindacale ATM: “I nostri dipendenti rifiutano le case convenzionate perché in periferia”

Un esempio ce lo porta Sergio De Feudis, delegato sindacale nell’Azienda Trasporti Milanesi –ATM.

“Confermo che la questione dei costi delle abitazioni è un problema. Anche i salari insufficienti hanno il loro peso: chi inizia questo lavoro guadagna infatti 1.300 euro al mese”. De Feudis ci parla di un progetto attivato dalla Fondazione ATM in sinergia con ALER attraverso il quale vengono messe a disposizione delle abitazioni in affitto a costi calmierati, attraverso una convenzione.

“Per usufruire di questa possibilità occorre avere un contratto di assunzione con ATM ed essere iscritti alla fondazione”, specifica. “In Fondazione ATM c’è uno sportello di ascolto dove i dipendenti possono fare richiesta di abitazione, non c’è bisogno di presentare l’ISEE. La fondazione presenta le possibilità a disposizione e accompagna la persona a visitare le abitazioni in zone periferiche di Milano. La convenzione dura un anno, diamo agio per altri due o tre mesi in aggiunta, ma non si va oltre”.

L’iniziativa per certi versi garantisce un servizio simile a quello delle agenzie immobiliari, ma con un fine ben preciso, che è quello di supportare lavoratori e lavoratrici nella dinamica complessa della ricerca di casa a un prezzo abbordabile. Chiediamo se il progetto abbia avuto successo, viste le premesse di aiuto fornito: “In realtà no”, risponde De Feudis con schiettezza. “Diverse persone rinunciano perché hanno timori rispetto alla zona in cui si trovano ubicate le abitazioni, considerata poco signorile”.

Pierfrancesco Maran, assessore alla Casa del Comune di Milano: “Decide il mercato, ma è in cantiere un progetto sul welfare abitativo”

Storie di defezioni da parte di persone che lasciano Milano per approdare su territori più economicamente sostenibili abbondano sui social e sulle pagine dei giornali, eppure al fianco di questa situazione ne permane un’altra innegabile: la domanda di affitti a Milano cresce. Se una parte di persone deve rinunciare perché i costi sono insostenibili, ce n’è un’altra che continua a cercare e a trovare casa a Milano. Con tutta evidenza, chi se lo può permettere.

Parliamo di questi aspetti con l’assessore alla Casa e Piano Quartieri del Comune di Milano Pierfrancesco Maran.

Assessore Maran, Milano è diventata una città per coloro che se la possono permettere, aspetto che cozza con l’idea di sostenibilità. Negli ultimi tempi il problema costi si è acuito: conferma?

L’incremento dei prezzi è significativo ed è tipico delle città attrattive, ossia le città che registrano una domanda elevata e crescente di persone che vogliono viverci, come accade appunto a Milano.

Tradotto: le abitazioni a Milano costano di più rispetto ad altre città perché Milano è più attrattiva?

È così: le altre città non sono così attrattive dal punto di vista abitativo e quindi non registrano la stessa crescita. Oggi Milano con Bologna è l’unica città ad attrarre più persone con profili simili, perlopiù giovani studenti o lavoratori che cercano soluzioni di piccole dimensioni. Fino a dieci anni fa altre città italiane erano parimenti attrattive e si distribuivano questo carico di migrazioni, che oggi si concentra su Milano.

Milano è molto ricercata per lavoro e per studio, però nel momento in cui viene offerta un’opportunità di lavoro capitano diversi casi di persone che devono rinunciarvi perché con quello che pagano di affitto non ce la fanno a vivere. La contraddizione resta ed è palese.

Sono convinto che ci troviamo di fronte a un grande problema sociale al quale bisogna cercare di porre delle limitazioni, perché può diventare selettivo ed escludente. Non lo considero però un problema di carattere economico, altrimenti le case a Milano rimarrebbero sfitte, e questo di fatto non accade: i dati ci dicono in maniera evidente che la domanda qui cresce. Non mancano coloro che vogliono vivere a Milano alle condizioni date, che ammetto essere oggettivamente importanti. Faccio un esempio: se un proprietario mette un monolocale in affitto a 1.100 euro al mese ha la coda di persone che sono disposte ad abitarlo in cambio di quel prezzo, anche se gli stipendi non salgono e ci sono tante persone che non possono permettersi la città attuale. L’affitto è di certo una fonte di reddito importante per i milanesi, e la casa resta un bene privato regolato dalla dinamica della domanda e dell’offerta dove purtroppo è difficile intervenire. Va però anche detto che se calasse la domanda calerebbero anche i costi, ma questo non accade. È normale che i proprietari cerchino di ottenere il prezzo più alto.

Ci troviamo di fronte a una spaccatura che per Milano è diventata una ferita: prezzi alti alimentati da una continua richiesta, e persone che devono abbandonare progetti di vita e lavoro perché non se li possono permettere. Che cosa può fare per loro l’ente pubblico, fermo restando che non può decidere né delimitare i costi degli affitti?

L’unico sistema che ad oggi può funzionare in zone così dense è quello del bonus affitti, ossia una leva di welfare che consenta ai lavoratori di accedere ad affitti coerenti con l’aspettativa.

Ci spieghi meglio.

A questo proposito sto cercando di dialogare con l’Agenzia delle Entrate. Credo infatti si debba lavorare a una leva di welfare più adeguata e che coinvolga più persone. Ad oggi il bonus affitti, che prevede un contributo annuo di 3.000 euro, arriva infatti alla classe media ed è utilizzabile da 5-7.000 persone, mentre se potesse essere strutturalmente esteso a 40-50.000 utenti potrebbe aiutare ad alleviare il peso del costo degli affitti. Tutto questo considerando anche che Milano è una città di nuclei monofamiliari, e quindi la maggior parte degli affittuari non ha nemmeno il sollievo di essere in due a condividere le spese.

Lo scorso settembre con SenzaFiltro siamo venuti a conoscenza di un progetto, ancora allo stato embrionale perché abbozzato a maggio, che riguarda il welfare abitativo e che ha come capofila proprio l’assessorato alla Casa. Tale progetto rientra anche tra i punti del cosiddetto Patto per il lavoro di Milano, che prevede oltre 70 azioni e che è stato firmato il 29 aprile scorso da varie realtà: Comune di Milano, CGIL, CISL, UIL, Città Metropolitana, Assolombarda, Confcommercio, Camera di Commercio, AFOL metropolitana. Maran conferma la notizia.

Il progetto ha già un nome?

Informalmente lo stiamo chiamando “Case ai lavoratori”, ma dobbiamo confermarlo. Nonostante i corposi investimenti che il Comune sta facendo da anni sul sistema delle case pubbliche non riusciamo ad arrivare al 100% degli appartamenti affittati: il tema delle case popolari è un sistema di welfare in perdita. Stiamo ragionando se destinare una parte del patrimonio che si fatica a riqualificare nei condomini misti, ossia non al cento per cento pubblici. Ci ritroviamo infatti con centinaia di appartamenti vuoti da ristrutturare e che potrebbero essere destinati ai lavoratori con un canone concordato.

Per capire la dinamica in maniera fruibile facciamo finta che io sia una persona che trova lavoro a Milano e necessita di questo progetto: nella pratica come mi supporterebbe?

Il progetto potrebbe prevedere che il lavoratore si faccia carico di una ristrutturazione, che si aggira sui 15.000 euro, magari da gestire attraverso un piccolo mutuo, e stipuli un contratto di affitto 4+4. Anziché pagare 1.000 euro di affitto al mese ne pagherebbe 300 più il mutuo della ristrutturazione, quindi il 35% in meno, a seconda dei calcoli, di quello che costerebbe affittare un appartamento uguale sullo stesso pianerottolo. Ricapitolando: 2.000 euro all’anno di mutuo per ristrutturazione più 3.000 di affitto all’anno, per un totale di 6.000 euro spesi annualmente per un appartamento che sul mercato ne costa 12.000 o anche 13.000. Questo permetterebbe di massimizzare l’utilizzo del patrimonio pubblico venendo allo stesso tempo incontro alle esigenze dei lavoratori con un prezzo più abbordabile per loro. In più loro stessi aiuterebbero a gestire bene e a tutelare questi spazi.

Ma questo contratto 4+4 avrebbe delle garanzie?

Certo: chi ci va ad abitare se vuole può disdirlo, ma nessun altro può rescinderlo prima.

I criteri di accesso li avete stabiliti, tipo ISEE, o sono ancora in fase di ragionamento?

Stiamo ancora stabilendo la modalità di accesso avendo chiari i soggetti a cui ci stiamo rivolgendo, soprattutto giovani e nuove famiglie, che pur lavorando faticano a stare sul mercato degli affitti della città.

L’assessora Alessia Cappello: “Alcune aziende hanno scelto di aiutarci ad affrontare la questione abitativa”

Sempre lo scorso settembre ci siamo confrontati anche con Alessia Cappello, assessora allo Sviluppo economico e Politiche del Lavoro del Comune di Milano.

“Il tema dell’abitare incide con forza non solo su chi sceglie di venire a Milano per studiare o lavorare, ma anche per chi già ci vive. Il problema è evidente e vogliamo trovare delle soluzioni, anche se non sarà semplice”. E sottolinea: “Per il discorso abitazione ci sono aziende che hanno deciso spontaneamente di darci un aiuto, provando a fare con noi questa scommessa”.

Le difficoltà da parte di diverse persone sul fronte dei costi delle abitazioni sono tangibili. Milano è ambita per diverse ragioni, ma è anche la cartina tornasole di una dinamica che nel nostro Paese, al Nord come al Centro e al Sud, si sta estendendo a diversi aspetti: potersi permettere o meno luoghi, abitazioni, lavori, persino servizi o le stesse aspirazioni. Una forbice che sta polarizzando condizioni non solo economiche, ma anche di vita, e che hanno urgente bisogno di progetti concreti.

Che cosa succederà si può dire che lo scopriremo solo vivendo, ma per una buona fetta di persone non certo abitando; perlomeno in quelle città dove il termine “sostenibile” è ormai più una coccarda per alcuni che una promessa per tutti.

Leggi gli altri articoli a tema Welfare.

Leggi il mensile 116, “Cavalli di battaglia“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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