Ministra Azzolina, quanta fretta: quel concorso che sa di sanatoria

Ministra Azzolina, quanta fretta: quel concorso che sa di sanatoria

Insegnare nella scuola pubblica, oggi: c'è già chi chiama il concorso del 22 ottobre "un butta-dentro". E i prossimi quando saranno?

Carlo Colombo

4 Novembre 2020

C’era una volta il professore: figura mitica, imponeva rispetto, magari venato da qualche sarcasmo.

Oggi non si tratta più di una semplice venatura. La scarsa considerazione che in molti nutrono per la figura dell’insegnante rischia di squalificare l’intero sistema formativo, e sarebbe un peccato, oltre che un grave errore per l’intera società. Una società troppo abituata a ripiegarsi sui diritti acquisiti per curarsi di estenderli alle nuove generazioni, che non riserva grandi aspettative per il futuro e per coloro che lo incarneranno.

È così che l’insegnante entra in un cono d’ombra e scompare. Per anni la sua formazione, ossia il percorso che porta una qualunque persona di buona volontà a intraprenderne la professione, è entrata in una sorta di limbo.

Come si diventava professori: SILSIS, TFA e tanta confusione

Alberto, 37 anni, giornalista freelance, una laurea in lettere antiche, ha da tempo riposto l’idea di insegnare nel cassetto dei ricordi, con le eventualità che avrebbero potuto essere ma che non sono state: “Ho sempre desiderato insegnare. Solo che, una volta conseguita la laurea magistrale, nessuno seppe dirmi che cosa avrei dovuto fare per l’abilitazione. Serviva, ma non c’era modo di ottenerla. Il percorso fino a quel momento previsto, la cosiddetta SILSIS, era stata appena soppressa, e nessuno in università o nel sindacato sapeva alcunché. Non c’era in effetti alcun percorso sostitutivo. Anche perché i docenti abilitati erano talmente tanti che ci sarebbero voluti anni per trovare loro una cattedra”.

Era il 2008, ricorda Alberto. L’unica era aspettare. “Sì, aspettare la venuta dei tartari, per dirla con Buzzati. La verità è che avevo derogato abbastanza ai miei obblighi lavorativi. Benché avessi avviato qualche collaborazione giornalistica e avessi trovato sporadicamente occupazione come bagnino, avevo passato anni a studiare e a pesare sulla mia famiglia. Così, proseguii con il giornalismo senza abbandonare del tutto l’idea di insegnare. Intanto passavano gli anni, e a un certo punto saltò fuori il percorso destinato a rimpiazzare la SILSIS. Lo chiamarono TFA, ma la sostanza era identica: significava passare due anni a rifare esami già dati, più uno o due di pedagogia. Con tutto l’investimento in tempo e denaro che ciò comportava. L’infarinatura pedagogica era ciò che giustificava l’intero percorso, altrimenti ridondante rispetto al pregresso”.

“Non mi sembrò affatto allettante né accoglibile, e continuai per la mia strada. Dimenticavo di dire che nel frattempo, oltre al giornalismo, davo lezioni private di latino e greco per arrotondare, e avevo idea che prima o poi sarei riuscito a inserirmi nelle graduatorie di terza fascia riservate ai docenti supplenti sprovvisti di abilitazione. Solo che non sapevo mai per tempo quando si apriva la finestra per l’inserimento e quale procedura seguire. Mi rivolgevo al sindacato, ricavandoci solo rassicurazioni e rabbia. Sarò stato ingenuo io, ma ho ancora il dubbio che se mi fossi ingraziato qualcuno, magari con una o due bottiglie buone, allora mi avrebbero davvero chiamato.”

“Invece capitò per caso che venissi a sapere della fatidica finestra. Colsi l’occasione. Feci supplenze per tre anni, senza però interrompere con il giornalismo. Non volevo mandare a monte il lavoro e le soddisfazioni di anni per qualcosa in cui comunque non vedevo prospettive. Ne ricavai qualche problema di salute non trascurabile, in buona parte riconducibile al sovraccarico di stress, e al termine del triennio mi ritrovai fuori graduatoria: la solita finestra s’era aperta e richiusa nel giro di due settimane estive, ovviamente senza comunicazioni, e io non l’avevo saputo che la settimana dopo. Ignoravo persino fosse necessario ripresentare da capo le pratiche d’iscrizione e rifare la trafila per confermarsi nel triennio successivo. Da quel momento non ne ho più voluto sapere. Oggi quando sento che mancano gli insegnanti mi faccio una risata.”

Il concorsone del 22 ottobre? “Un butta-dentro”

Oggi la terza fascia che ospitò Alberto per poi espellerlo senza complimenti non esiste più. È stata progressivamente assorbita dalla seconda. Neppure i TFA esistono, forse proprio in considerazione del fatto che, come sostiene lo stesso Alberto, non fossero poi diversi dalla vecchia SILSIS. La soluzione è stata dunque trovata da un paio di anni: il concorso abilitante.

Anzi, tre concorsi abilitanti. Nonostante la pandemia, il primo si è tenuto lo scorso 22 ottobre. Era il cosiddetto “concorsone”, che tra gli aspiranti docenti si è anche guadagnato la fama di essere una sanatoria. È ciò a cui si ricorre per rimediare a situazioni fin troppo ingarbugliate e pressoché cronicizzate: “In questo caso, arrideva a chi era già in graduatoria e dall’ultima infornata di quelli che venivano prima aspettava solo che si liberasse una cattedra”, afferma Francesca, 40 anni, laurea in scienze della comunicazione, insegnante da dieci anni in una scuola privata con contratto a tempo indeterminato.

Così, dopo neanche molti anni di insegnamento, “minimo tre e a patto di avere già superato un congruo numero dei soliti esami di pedagogia”, c’era chi aspettava solo di capire cos’altro servisse per ottenere la sospirata abilitazione. Et voilà: “Il butta-dentro”, lo chiama Francesca, che racconta così la sua storia.

“A fronte di magri guadagni, da un paio di anni a questa parte ho deciso di passare al pubblico, con supplenze di informatica nelle scuole statali per tentare il primo concorso abilitativo”. A proposito di stipendio, quanto guadagnava e quanto guadagna Francesca oggi, come supplente? “Nel privato arrivavo a circa 1.000 euro al mese insegnando tra le 25 e le 28 ore a settimana. Nel pubblico invece sono intorno ai 1.500 euro per 18 ore a settimana”.

Come si diventa professori, oggi: 24 crediti e la promessa di altri concorsi

Difficile fare una scelta differente da quella tipica di tanti insegnanti, che iniziano nel privato finché non si aprono porte o finestre che consentano loro di accedere al pubblico. Prima però c’è da assolvere la pratica dei famosi esami di pedagogia.

“Il nuovo sistema prevede che per accedere a ogni classe di concorso si siano preventivamente conseguiti 24 crediti formativi in materie pedagogiche”, prosegue Francesca. “Ogni università offre questa possibilità, e per quanto mi riguarda sono tornata in quella in cui mi sono laureata e a fronte di un esborso di 500 euro ho frequentato quattro corsi in orari compatibili agli impegni lavorativi, da ottobre a giugno, dando i relativi esami. Ci sono poi anche le università online che per la stessa cifra, più agilmente, in meno di un mese rilasciano la certificazione che vale l’accesso ai concorsi abilitativi”.

“Nel mio caso, l’esperienza pluriennale in ambito privato mi è valsa l’ingresso in seconda fascia. Ciò significa che il concorsone, insomma il ‘butta-dentro’, che risponde alla logica di assegnare una cattedra a chi già insegna da tempo, mi era precluso. Tenterò invece gli altri due concorsi annunciati per certi, ma dei quali non si sa quando (e aggiungerei anche se) si terranno, vista l’esponenziale crescita dei contagi.”

Uno è di tipo ordinario e dovrebbe rappresentare il nuovo e unico modo di accesso preferenziale all’insegnamento. È rivolto soprattutto ai neolaureati che non hanno mai insegnato prima. Prevede una prova preselettiva a sbarramento, tipo logica e comprensione, così da sbarrare il passo a tutti quelli che senza grandi competenze cercano un qualsiasi posto statale. Poi ci sono scritti e orali a seconda della classe di concorso, ossia della materia da insegnare.”

L’altro è di tipo straordinario: se lo vinci sei abilitato, ma senza cattedra. La grande incognita riguarda però che genere di esame affronteremo, essendo una novità. Tra noi è circolato il nome di un sito per le simulazioni, che però al momento non ci sono. Ci chiediamo se non sia meglio e più cauto rimandare tutto. Ovviamente l’esame va fatto in presenza, e con la ripresa dei contagi il rischio è palpabile. In fondo si è aspettato così tanto che non capisco proprio che fretta ci sia ora”, conclude Francesca.

Tra gli aspiranti docenti come lei, oltre alle dirette sui nuovi esami e ai nomi con cui li chiamano, circola anche un’espressione riferita a loro stessi, che definisce il modo in cui si sentono trattati: “Carne da macello”. Se può consolare, però, neanche questa è una sensazione nuova.

Photo credits: www.locacritica.com