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Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa oggi europarlamentare: “Sono a Bruxelles ma vorrei essere là con la mia gente”

Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa oggi europarlamentare: “Sono a Bruxelles ma vorrei essere là con la mia gente”

Non migranti, ma "persone che vengono dal mare". Che forma dovrebbe avere l'accoglienza dell'Europa, e che cosa è successo alla nostra?

Lara Mariani

28 Gennaio 2021

Usa poche volte la parola migranti, li chiama semplicemente persone. Anzi persone che arrivano dal mare. Ascoltare nella sua voce le speranze di migliaia di uomini, donne e bambini è una musica dolce e amara. Per trent’anni Pietro Bartolo ha soccorso le persone che arrivavano nelle condizioni più disperate nella sua piccola isola, un fazzoletto di terra aspra più vicino all’Africa che all’Italia. E nella sua voce Lampedusa si sente bene. Si sente nell’accento, nel tono acceso ma anche rassicurante di chi crede in quello che fa.

E per il momento Pietro Bartolo ha smesso di fare il medico. La mia telefonata lo raggiunge a Bruxelles, dove oggi è europarlamentare. La sua assistente mi dice che non abbiamo a disposizione più di venti minuti perché purtroppo ha un impegno imprevisto. Mi sale un po’ di ansia perché è da più di un mese che cerco di contattarlo e ora ho pochissimo tempo. In pochi secondi rimetto in fila le domande che voglio fargli, cercando di selezionare quelle a cui non posso rinunciare. E per prima cosa gli chiedo di Lampedusa.

Vorrei sapere che cosa succede sull’isola, come il COVID-19 ha cambiato le procedure di soccorso e il lavoro dei medici.

Per prima cosa, quello che mi sento di dirle è che sono qui a Bruxelles, ma vorrei essere là. A Lampedusa c’è la mia famiglia, il mio mare e la mia gente, però sto concentrando il mio impegno qui perché credo fermamente che l’Europa debba fare qualcosa. Il fenomeno della migrazione non può essere scaricato solo sui Paesi di primo ingresso, perché così come la crisi pandemica anche la migrazione è un fenomeno europeo. A Lampedusa ora gli arrivi sono sempre meno, ma questo dipende soprattutto dalle condizioni meteorologiche. L’isola non ha un ospedale, ma un poliambulatorio dove io sono stato direttore per tantissimi anni, fino a quando ho deciso di diventare eurodeputato. Tutto sommato ce la siamo sempre cavata, abbiamo seguito sia la popolazione locale sia le persone che venivano dal mare. Abbiamo fatto sempre il possibile, con grandi difficoltà e assumendoci responsabilità enormi, ma del resto siamo la porta dell’Europa e quello è il nostro compito.

Nel suo libro Lacrime di sale lei racconta che qualcuno le ha chiesto: chi te lo fa fare di occuparti ogni giorno di chi può trasmetterti infezioni e malattie? Lei risponde che basta far bene il proprio mestiere di medico e prendere in tempo i casi più gravi. Vale anche oggi?

Per me fare il medico è una missione, ma tanti altri mi hanno sempre aiutato, anche se non erano medici. Volontari, militari, cittadini; tutti hanno dato una mano in questi anni. Nel 2011, quando c’è stata la primavera araba, in tre giorni sono arrivate più di ottomila persone. Lei pensi che a Lampedusa siamo cinquemila abitanti e in quei giorni ne sono arrivati ottomila. C’erano problemi logistici, problemi sanitari, problemi di tutti i tipi, però li abbiamo affrontati con determinazione. Oggi, appena mettono un piede a terra, tutti vengono sottoposti al tampone e i positivi vengono immediatamente messi in quarantena sulle navi che ha messo a disposizione il governo. Certamente le condizioni non sono ideali, ma si è comunque trovato un modo di tamponare la situazione.

Quindi al solito Salvini che questa estate sbraitava sui giornali che gli ultimi focolai erano arrivati dai migranti come risponde?

Che non è vero niente. Per prima cosa la percentuale di contagiati è inferiore alla nostra, poi quando sbarcano sono applicate tutte le misure di sicurezza. Non sono invasori minacciosi, vengono qui perché non hanno alternative e accettano tutto quello che gli diciamo di fare, anche di stare quindici giorni chiusi dentro una nave.

Il 18 dicembre (giornata internazionale del migrante) lei ha salutato con grande soddisfazione l’abolizione dei “decreti insicurezza”. Che cosa è cambiato realmente nella gestione del fenomeno migratorio da quel giorno?

Desideravamo da tempo questa apertura. Innanzitutto le ONG non sono più criminalizzate. I decreti sicurezza avevano chiuso i centri di accoglienza e tagliato tutte le possibilità di integrazione, non c’era nessuna possibilità neanche dal punto di vista lavorativo. Senza nessun sostegno queste persone finivano nelle mani di avvoltoi pericolosi (mafia, ‘ndrangheta e delinquenza organizzata in genere). La politica ha esasperato il problema in modo da poter poi dire che “i migranti delinquono e sono pericolosi”. Invece il vero problema non sono i migranti, ma chi li sfrutta illegalmente.

La prostituzione è forse il fenomeno più evidente.

Queste povere donne se non portano a casa i soldi “dovuti” vengono picchiate, così come quelli che vendono i fiori, così come quelli che vanno a lavorare nei campi.

Al di là di quello che succede in Italia, l’Europa secondo lei in questo ambito può spostare davvero gli equilibri?

Se sono venuto qui è perché ci credo. E farò tutto quello che posso per dare una narrazione reale del fenomeno migratorio, fuori da tutte le menzogne che finora hanno creato solo una cultura di odio e rancore. La gente non è cattiva, è stata solo cattivamente informata, e il risultato è che siamo portati a vedere dei poveri disgraziati, che non hanno alternative, come dei nemici.

Cosa si aspetta dall’Europa per risolvere l’emergenza balcanica, dove migliaia di persone rischiano di morire di freddo e di stenti senza nessuna assistenza sanitaria?

Mi aspetto condivisione delle responsabilità, rispetto e accoglienza. Però l’Europa è fatta anche di Paesi sovranisti come Polonia e Ungheria, dove lo Stato di diritto è calpestato e queste persone vengono trattate come animali. Anzi peggio. I Balcani sono nel cuore dell’Europa; la Bosnia non fa parte dell’Unione europea, ma la Croazia e la Slovenia sì, e alzerò la voce perché l’Europa non si dimostri così indifferente e ottusa da permettere tutto questo dentro i suoi confini. È una vergogna che va contro tutti i principi e gli accordi internazionali. Il patto sulla migrazione proposto mesi fa ad esempio era inaccettabile, e stiamo lavorando perché si arrivi a un compromesso affinché queste persone possano lasciare il loro Paese in sicurezza e non attraverso la rotta balcanica o quella del Mediterraneo, dove muoiono in tanti. E poi c’è la rotta delle Canarie, di cui non parla mai nessuno perché sono isole lontane, ma anche lì c’è un disastro. Io sto facendo tanti appelli e sto cercando di far uscire allo scoperto le nefandezze che vengono perpetrate su queste rotte, dove le persone vengono torturate, picchiate e spesso rimandate indietro.

Bologna, 5 ottobre 2013. Una candela per Lampedusa, la fiaccolata in ricordo delle vittime del naufragio del 3 ottobre che ha provocato 368 morti. Photo@LaraMariani

L’Europa però ha messo a disposizione parecchi milioni di euro per cercare di arginare il problema.

Dare soldi non è la strada. L’Europa non può lavarsi la coscienza semplicemente dando soldi ai Paesi di primo ingresso per poi scaricare il problema. La strada è la ripartizione dei migranti sul territorio europeo; bisogna condividere le responsabilità, perché con il contrasto non arriviamo da nessuna parte. L’esperienza lo dimostra. Di fatto il contrasto non ha scoraggiato nessuno, perché come fai a scoraggiare chi non ha nessuna alternativa? Abbiamo dato soldi alla Turchia e le persone continuano ad arrivare, abbiamo dato soldi alla Libia e le persone continuano ad arrivare. Il fenomeno della migrazione va governato e le persone vanno fatte viaggiare in sicurezza attraverso i corridoi umanitari. Solo così possiamo toglierle dalle mani dei trafficanti di esseri umani e da quelle di chi ci lucra.

Oltretutto, mi passi l’espressione, queste persone “ci servono”. Sono un’opportunità per un continente vecchio come il nostro.

Basterebbe guardare la storia e capire che il fenomeno della migrazione nasce con l’uomo, ed è fisiologico e utile. L’abbiamo sperimentato anche noi italiani, subendo tante umiliazioni perché eravamo brutti, piccoli e sporchi. Però ce l’abbiamo fatta e oggi siamo ovunque, e soprattutto abbiamo fatto grandi i Paesi che ci hanno ospitati.

A noi hanno dato l’opportunità di lavorare, cosa che oggi noi non facciamo con loro.

I migranti sono una ricchezza dal punto di vista demografico, sociale, economico e culturale. Invece sono descritti come quelli che ci vengono a rubare il lavoro e che ci portano malattie. Queste paure sono state create, non sono frutto della nostra cultura e della nostra tradizione. Il popolo italiano è frutto di una mescolanza di razze, ma politici e giornalisti ci fanno credere che la mescolanza è pericolosa. Queste persone portano la loro cultura, le loro braccia, i loro bambini, la loro diversità, e noi dovremmo approfittarne. Le razze pure sono fragili, ce lo dice anche la scienza medica. La trasmissione del DNA rende più forti e questo succede anche con gli animali. Basta guardare i cani: i bastardini sono fortissimi, intelligenti, furbi e resistenti. Inoltre l’Europa è un continente vecchio, tra vent’anni saremo una grande RSA. I giovani ci servono!

Prima mi ha detto: la gente non è cattiva, ma è cattivamente informata. Come possiamo lavorare per creare una narrazione diversa?

Io ci sto provando attraverso il cinema (dopo “Fuocoammare”, nel 2019 è uscito “Nour”, dove il dottor Bartolo è interpretato da Sergio Castellitto, N.d.R.), attraverso i libri che scrivo e gli appelli che ogni giorno rivolgo al Parlamento europeo, alle scuole, ai cittadini. Io sono un medico, ma ho sentito forte l’esigenza di scrivere, anche se il primo libro è stato un trauma.

In che senso?

Avrei voluto scriverlo molto prima, ma ogni volta che cercavo di raccontare la storia di queste persone mi sentivo in colpa. Mi sembrava una mancanza di rispetto, mi sembrava di tradire la loro fiducia raccontando il dolore e le violenze che avevano subito, sia nei loro Paesi d’origine, sia durante il viaggio. Dovevo trovare una soluzione, e la soluzione l’ho trovata raccontando anche me. C’è tanto della mia vita, della mia famiglia e della mia storia in quei libri, perché mi sembrava giusto espormi. Ho visto cose che non potevo tenermi per me, era una questione di responsabilità perché credo ancora nella buona politica. Ci voglio credere. A Lampedusa, dove la gente dell’isola vede con i suoi occhi cosa succede, c’è solidarietà, accoglienza, le persone aiutano. Il nostro è un popolo di mare e tutto quello che viene dal mare è benvenuto.

E quando il fenomeno migratorio sarà governato e gli europei avranno lo spirito della gente di Lampedusa che cosa farà?

Tornerò a fare il medico.

Guardo l’orologio e mi viene un colpo. Siamo al telefono da quasi un’ora e alla fine ho fatto al dottor Bartolo molte più domande di quelle che avevo previsto. Riattacco il telefono sollevata: la sua voce e la sua fiducia nel futuro riempiono il vuoto di un inverno socialmente, economicamente e culturalmente troppo rigido.

In copertina Pietro Bartolo, alla porta d’Europa, a Lampedusa