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Settembre, sta per ricominciare la scuola, si è da poche ore chiusa a Venezia l’edizione 80 della Mostra internazionale del cinema, e stamattina mi sono svegliata provando a fare due più due per i giovani di questo Paese partendo dal legame tra fatica, impegno, punto di origine, punto d’arrivo. Qualcosa non torna. Quando ho visto […]

Settembre, sta per ricominciare la scuola, si è da poche ore chiusa a Venezia l’edizione 80 della Mostra internazionale del cinema, e stamattina mi sono svegliata provando a fare due più due per i giovani di questo Paese partendo dal legame tra fatica, impegno, punto di origine, punto d’arrivo. Qualcosa non torna.
Quando ho visto sfilare sul tappeto rosso la famiglia Castellitto mi è sembrato troppo per gli attori e i registi giovani a cui il mazzo di carte del destino non ha dato la stessa sorte. Il film Enea di Pietro Castellitto, che non ha incassato premi, porta in scena il padre (Sergio), il fratello (Cesare), la fidanzata (Benedetta Porcaroli). Mentre la sacra famiglia del cinema italiano sfilava ingombrante sul tappeto rosso, davanti ai fotografi impazziti che non sapevano più come tenerli insieme per farli stare dentro lo stesso obiettivo – con tanto di mamma Margaret Mazzantini e tutti e quattro i figli per la prima volta al completo davanti alle telecamere – ho provato un senso di fastidio, direi più un dispiacere, per chi ha altrettanta arte e altrettanto genio ma non sa da nemmeno dove iniziare per bucare la bolla del cinema e spesso non gli vendono nemmeno un ago per provarci.
Partiamo da Pietro.
Non è una riflessione amara sul film, che vedrò presto, ma su un sentimento che somiglia a una certa arroganza, una ostentazione nel dirigere un simile padre e un fratello sconosciuto, insomma un eccesso. Davvero serviva ricordare al mondo che lui è coperto da così tanta sicurezza intorno e gli altri no, che è sostenuto dal potere di una madre e di un padre tanto amati e gli altri no?
“Enea è un film sul desiderio di sentirsi vivi, il bisogno che muove tutte le scelte di Enea è di sentire dentro di sé il movimento della vita. E se magari i ristoranti, il circolo sportivo, i posti che frequenta possono essere elitari, la vitalità non lo è, è incorruttibile”, ha dichiarato il regista durante le giornate di Venezia 80. Parole infilate bene a cui voglio credere ma che suonerebbero più oneste se se la fosse cavata da solo. Se parli di personaggi “crepati dentro” e dici che a loro dedichi il film non puoi sfoggiare la tua famiglia monolitica, intera, compatta, e mettertici all’ombra anche se hai sudato al sole. E il suo passo falso sta proprio nell’aver esagerato, aver dato uno schiaffo ai figli di nessuno senza che nessuno glielo avesse chiesto, perché di meriti artistici ne ha e li aveva già dimostrati. I figli d’arte fanno discutere da che mondo è mondo e il torto maggiore sarebbe discriminarli al contrario: gli chiediamo solo di esercitarsi in modestia.
Se cercate Cesare Castellitto su qualsiasi motore di ricerca, o nei siti dedicati a cinema, biografie e curiosità, vi diranno che non sanno cosa dirvi di lui e che non dispongono di una sua biografia. È del 2006, ha diciassette anni, è stato appena buttato in pasto alla notorietà dal fratello Pietro e vedremo che succede.
Enea, da Aineias, significa colui che incute paura. Non credo che Pietro Castellitto lo abbia scelto per questo a titolo del film ma una certa paura dovrebbe incuterla per come si è mosso. Eppure nessuno dai media dice niente, tutti applaudono, tutti scattano foto, tutti intervistano. Dicono che la famiglia sia tutto in Italia ma se vuoi fare l’attore o il regista e la tua non si chiama Castellitto, peggio per te, giovane.
Photo credits: Getty Images | Venezia 80

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