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Il prezzo del grano tocca i 580 euro a tonnellata, ma non è colpa della guerra

Il prezzo del grano tocca i 580 euro a tonnellata, ma non è colpa della guerra

Le ragioni dietro il rincaro del mercato cerealicolo sono da cercare nella speculazione e nelle manovre economiche USA del 2021. Scopriamo quali e che conseguenze avranno su mercato, aziende e consumatori.

Il 22 giugno 2022 è una data storica per la cerealicoltura italiana: il grano duro qualità “fino” è quotato 580 euro per tonnellata al Listino di Foggia. Mai prima è stata raggiunta questa cifra sulla piazza che indirizza il prezzo italiano dell’oro giallo agricolo; cifra che arriva a 595 euro a tonnellata per il biologico.

E la guerra tra Russia e Ucraina c’entra molto poco in una corsa al rialzo iniziata nel 2020 e che nessuno può escludere prosegua, anche a causa delle basse rendite per ettaro ottenute nei campi della piana del Tavoliere delle Puglie, dove si coltiva l’80% del prodotto nazionale. Le spighe del granaio d’Italia sono più leggere e vuote dello scorso anno: la media è di 25 quintali per ettaro, oscillante tra il 20 e il 30% in meno della campagna 2021; su base nazionale, quindi, la produzione potrebbe passare da 3,9 a 3 milioni di quintali.

Due camion procedono alla trebbiatura del grano in un campo del Tavoliere.

Il prezzo del grano va su. Colpa della speculazione, non della guerra

“Il primo prezzo sul nuovo grano quotato alla borsa merci della Camera di commercio foggiana ci fa ben sperare in una stagione, se non positiva, almeno non in perdita”, commenta Filippo Schiavone, cerealicoltore alla guida di Confagricoltura Foggia e componente della Giunta nazionale dell’organizzazione. Prudenza che solo in apparenza stride con la quotazione record del 22 giugno, perché “l’aumento del prezzo di vendita è quasi del tutto compensato dalla minore resa realizzata su una superficie coltivata, in Italia, quasi del tutto identica a quella dello scorso anno”, spiega Antonio Stasi, docente di Economia e Politica agraria della facoltà di Agraria dell’Università di Foggia.

A dispetto della propaganda e degli allarmismi che fanno da corollario alla “guerra nel cuore dell’Europa”, a generare questo “incremento irragionevole, un vero e proprio shock economico”, come lo definisce Stasi, sono fattori macroeconomici classici – minor produzione e incremento dei costi energetici – enfatizzati dalla speculazione finanziaria, che agisce – questa sì – sulla leva emotiva del conflitto.

Alla fine del 2020 “i future sul petrolio erano arrivati praticamente a zero, deprimendo anche il valore dei prodotti agricoli poco deperibili, come i cereali, trasportati in tutto il mondo con le navi”, spiega il professore. A quel tempo bastavano 28 euro per acquistare un quintale di grano duro e i magazzini ne erano pieni, perché non conveniva vendere.

All’origine del rialzo: la svalutazione del dollaro e l’incremento del prezzo del petrolio del 2021

La campagna cerealicola del 2021 ha fatto segnare la prima inversione di tendenza del mercato. A luglio di quell’anno sono stati diffusi i dati del raccolto in Canada e Stati Uniti: -50%. È il primo shock. “Solo il Canada esporta il 65% del grano mondiale, quindi si può immaginare quale effetto abbia avuto sui mercati un simile crollo dell’offerta”, afferma Umberto Sacco, a capo di una storica impresa foggiana di produzione e commercializzazione di semole e presidente del Comitato di Vigilanza e della Commissione Prezzi della Camera di commercio di Foggia (l’organismo che “governa” anche il listino prezzi del grano duro).

In quello stesso periodo la Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, ha avviato una manovra di svalutazione del dollaro a uso interno che ha avuto tra gli effetti collaterali l’incremento del prezzo del petrolio, il quale ha innescato il processo d’innalzamento del valore delle commodity nelle borse merci statunitensi, che a sua volta ha velocizzato la corsa al rialzo anche del prezzo del grano duro. Il 29 dicembre 2021 era già arrivato a 543 euro per tonnellata al listino di Foggia. E la guerra non era ancora iniziata.

Il 24 febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina, e l’incertezza sugli approvvigionamenti futuri di cereali a livello globale hanno alimentato la corsa al rialzo. “L’Italia trasforma annualmente circa sei milioni di tonnellate di grano duro – spiega il professor Stasi – dunque è un importatore netto di materia prima. Acclarato che sarebbe stato molto difficile, se non impossibile, acquistare grano dall’Ucraina e dalla Russia, si è dovuto cercare sul mercato la quota mancante”.

Ricerca diventata, per così dire, più affannosa anche a causa della pur minima riduzione della superficie coltivata a grano duro in Italia (-1,4% rispetto al 2021) e delle prime stime della resa dei campi italiani, influenzata negativamente dalle condizioni meteorologiche che hanno caratterizzato la primavera e l’inizio dell’estate e hanno annunciato un raccolto peggiore dello scorso anno. È in questa fase che l’azione speculativa a livello globale trova le condizioni ideali per far salire il prezzo dei cereali oltre cifre ragionevoli sul mercato dei derivati. A livello globale e non su scala nazionale: “Fenomeni strani di mercato non ne abbiamo rilevati”, afferma Umberto Sacco.

Le imprese agricole sono salve. E i consumatori?

Acclarato che le imprese agricole almeno non ci perderanno, potendo più che probabilmente compensare il calo produttivo con l’incremento del prezzo spuntato al mercato, saranno i consumatori a subire gli effetti del contemporaneo aumento del costo della materia prima e del costo della sua trasformazione prima in semola e poi in pasta.

Ciò su cui il conflitto ha inciso direttamente e in modo negativo è l’enfatizzazione dell’incremento del prezzo dell’energia.

Mulini e pastifici sono impianti energivori – continua Sacco – e oggi paghiamo bollette che sono quadruplicate rispetto allo scorso anno”. Un aumento esponenziale che si scarica sul prodotto finito. Meccanismo confermato dal docente di Economia e Politica agraria, che aggiunge una considerazione su “stockisti e pastai, entrambi oligopoli con elevatissimi livelli di concentrazione produttiva e commerciale, quindi con una altrettanto elevata capacità di trasmissione del maggior costo sul consumatore finale”.

Le nuove scelte colturali europee favoriscono i cereali

“Dobbiamo convincerci che dobbiamo coltivare grano duro per convinzione e non per convenzione”, afferma il presidente di Confagricoltura Foggia quando si sposta l’attenzione dal presente al futuro prossimo.

La guerra, ad esempio, è esplosa quando le scelte colturali – cosa seminare e dove seminarlo – erano già state fatte e non si potevano modificare. Oggi, invece, quelle scelte si possono orientare e programmare in modo diverso e tale da contenere gli effetti negativi delle spinte speculative. L’Unione europea, infatti, ha inserito nel cosiddetto “pacchetto Ucraina” alcune deroghe ai vincoli della Politica Agricola Comune, e tra queste la possibilità di destinare i “terreni a riposo” – i campi non coltivati per almeno otto mesi, quelli incolti o quelli abbandonati – alla produzione di cereali.

La misura, per l’Italia, potrebbe favorire la coltivazione di circa 200.000 ettari in più rispetto a quest’anno; terreni per il 50% situati in Puglia e, in massima parte, in provincia di Foggia. “Le intenzioni sono buone – afferma Filippo Schiavone – ma la misura è arrivata a marzo (2021; N.d.R.) a fronte di una semina prevista tra ottobre e novembre (2020; N.d.R.). C’è da sperare che non si tratti di un provvedimento spot, ma di una scelta strategica di medio lungo periodo”.

La favorevole dinamica di mercato dei cereali potrebbe anche sottrarre terreni alla produzione di alcuni tipi di ortaggi, ad esempio i pomodori, attualmente meno remunerativi per le aziende agricole e con maggiori incertezze nella relazione con le industrie di trasformazione o la grande distribuzione organizzata. Infine, se si allarga l’orizzonte della riflessione, “ci sono almeno due macro fattori globali di cui tenere conto: l’aumento della popolazione mondiale e la sovrapproduzione di alcune colture”, spiega Antonio Stasi. “Anche avendo a mente questi elementi, si potrebbero generare politiche di stimolo all’incremento della produzione di cereali a livello globale”.

Leggi il mensile 115, “Infortuni mentali“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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