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Procida, le isole e il turismo: i piccoli non stanno più a guardare

Procida, le isole e il turismo: i piccoli non stanno più a guardare

Procida è la capitale italiana della cultura per il 2022. Intervistiamo il direttore Agostino Riitano. Dalla Toscana a Capri, invece, la storia della ricamatrice artigiana Rossella Rossi per valutare un diverso modello di turismo e di moda. "Riscrivere la geografia culturale italiana è possibile".

Dopo un anno in cui sulla bocca di tutti è passata con troppa insistenza la parola cambiamento – e intanto la parola cambiamento si è sbiadita più degli scontrini maltrattati nelle borse o nelle tasche dei pantaloni – le lettere messe una dopo l’altra da Giulia D’Argenio lo scorso dicembre sul Mattino di Napoli fanno un certo effetto perché dicono no alla banalità. E giustamente il sito di Procida 2022 Capitale Italiana della Cultura se le è messe in home page:

“Procida sarebbe una capitale della cultura sovversiva perché in grado di mettere in discussione (sovvertire) la nostra concezione dello spazio e delle connessioni che lo strutturano. Metterebbe in discussione immaginari, svelerebbe complessità fin qui non ragionate e porrebbe sul piatto la sfida cruciale della sostenibilità.” 

Già, Procida: provincia di Napoli, anzi la più piccola delle isole del golfo di Napoli, ma anche l’isola più popolosa d’Europa. Procida che negli anni non ha mai strizzato l’occhio al flusso di massa e ai numeri del turismo a ogni costo. La Procida con cui nel 1994 ci stregò Massimo Troisi, che morì nel sonno poche ore dopo la fine delle riprese de Il Postino. Quando a gennaio 2021 il Mibact ha decretato il nome della città capitale della cultura per l’anno prossimo, qualche polso avrà tremato al pensiero che, per la prima volta, un milione di euro andasse a un’isola per finanziare il progetto. Messe fuori gioco Cerveteri, Ancona, Bari, L’Aquila, Pieve di Soligo in provincia di Treviso, Taranto, Trapani, Verbania e Volterra.

L’associazione mentale che solitamente ci porta per inerzia a pensare isola, quindi mare e relax non basta più alla comunità e alla politica di Procida che si era fatta avanti con la sua candidatura proprio rilanciando un concetto attivo, costruttivo, rivoluzionario: La cultura non isola, che è poi diventato lo slogan vincente del 2022.

Agostino Riitano, direttore di Procida 2022: “Va ripensato il turismo. La cultura serve ai residenti prima che ai visitatori”

Agostino Riitano è il direttore di Procida 2022: lo chiamano manager culturale perché ormai va di moda inscatolare nei ruoli e nell’inglese, ma a me non piace striminzire il suo spessore e gli chiedo di raccontarmi che strada ha fatto finora, cosa c’è stato prima di quest’isola, come vorrebbe raccontare il suo mestiere.

“Io faccio il manager culturale da quando nel nostro Paese non si chiamava ancora così, lo faccio da più di vent’anni. Ai miei studenti universitari dico che fare il manager culturale vuol dire essere morso da un veleno perché bisogna avere la capacità di sapere citare Sant’Agostino a memoria e al tempo stesso gestire budget da milioni di euro in maniera virtuosa. Produrre cultura è stato anche il mio obiettivo nell’esperienza di Matera 2019 per fare in modo che si tracciasse un solco tra il prima e il dopo e che si tenesse insieme la stessa città da luogo della vergogna a capitale europea. Mettere al centro le proprie fragilità vuol dire occuparsene e non nasconderle sotto il tappeto. E per Procida vogliamo fare la stessa cosa.”

Agostino Riitano, Photo credits Riccardo Siano

Come si fa resistenza a un turismo pigro, uguale a sé stesso, come ci si argina dai flussi indefiniti?

La resistenza di questa isola al turismo di massa ha ragioni storiche legate soprattutto all’economia prevalente della comunità, che si è voluta sempre sostenere coi mestieri del mare. A Procida c’è uno degli istituti nautici più antichi del mondo e a Procida si formano moltissimi dei capitani che guidano navi in giro per il mondo. E poi segnalo un ultimo dato legato al reddito pro capite, che qui è sei volte quello campano. Questa non è un’isola che si accende d’estate per spegnersi d’inverno.

I turisti maturi sono stanchi di vedersi proporre la parola cultura solo come arte.

Affermiamo con forza che la cultura non è solo arte, non è solo intrattenimento. Nel nostro dossier la intendiamo come una questione di legami e oggi più che mai le forze migliori del Paese devono ricucire ciò che si è sfrangiato col tempo. Per troppi anni abbiamo sovrapposto impropriamente il turismo con la cultura: la cultura serve a generare una dinamica di crescita innanzitutto dei cittadini residenti, che è la via maestra per poter approcciare il turista non più come soggetto da predare, ma come parte temporanea del territorio e della relazione.

Riitano mi parla della xenia greca, vocabolo che stava a rappresentare la sacralità dell’ospitare nella cultura classica e il legame indissolubile tra ospite e ospitante. Un vincolo ancestrale che educa ad accogliere chi chiede di essere accolto. “Alla xenia greca ora occorre aggiungere un quarto elemento: l’attenzione al paesaggio, la cura per una sostenibilità ambientale”.

Poi fa una pausa e arriva al nodo più stretto che ha reso ambiguo il turismo italiano a cui ci siamo abituati.

“C’è da ripensare. Ripensare l’approccio alla cultura e all’arte, e di conseguenza al turismo. C’è da ripensare gli investimenti finora destinati a quelli che venivano considerati i grandi attrattori, le città d’arte su tutte, perché un simile processo ha generato ciò che oggi definiamo turismo di massa con le derive che ne sono seguite: stravolgimento dei centri storici, presa di distanza da parte della cittadinanza nei confronti del turista, incomprensione dell’accoglienza, abbandono del patrimonio culturale.”

È stata una scorciatoia della politica preferire la strada delle grandi città d’arte come messaggio e come investimento?

Col progetto di Procida stiamo dimostrando che ciò che è piccolo non è necessariamente minore e ciò che è minore non è necessariamente piccolo. Al tempo stesso, vogliamo provare a far capire che ciò che è minore e ciò che è piccolo custodisce la profezia della trasformazione possibile. Procida giorno per giorno diventa il simbolo di una diversa modalità di approcciare le politiche pubbliche e di sviluppo culturale e turistico.

La nostra geografia italiana potrebbe prestarsi tutta alla logica ispiratrice di Procida?

La straordinaria diffusione del patrimonio culturale nel nostro Paese ci consente di poter riscrivere una geografia delle politiche partendo dal locale.

Anche Napoli beneficerà di Procida 2022 se saprà sintonizzarsi. Quali errori da evitare?

Inevitabilmente. Essendo Procida un’isola, tutti transiteranno da Napoli e Napoli dovrà farsi trovare pronta a sintonizzarsi dentro questa cornice di pensiero e di lavoro. Questione di sensibilità.

Senza finire per spacchettare l’Italia tra buoni e cattivi, è un’impressione che le strategie e le politiche del turismo al Nord guardino più ai numeri e al business?

È vero, e tenga conto che, lasciando sullo sfondo il tema del turismo e mettendo in evidenza il tema della cultura come ci siamo detti, il Sud negli ultimi dieci anni si è reso un laboratorio estremamente fertile anche grazie all’orgoglio e alla partecipazione attiva dei cittadini. Sicilia, Puglia, Campania, Basilicata stanno alzando la testa. Patrimonio culturale, innovazione sociale e nuova cittadinanza: la mia idea di turismo al Sud è esattamente questa perché è finita da tempo la stagione del fanalino di coda. Il Sud è pronto più di ogni altro territorio se si guarda alla relazione, perché l’innovazione o è sociale o non è innovazione.

Rossella Rossi, l’artigianato del ricamo si accasa a Capri

Il nome di Procida circola negli ultimi giorni sottobraccio a quello di Capri per la questione vaccini e isole COVID free, vanto della Regione Campania e al tempo stesso cuore di non poche polemiche.

Il turismo prova a vaccinarsi per rimettere in moto tutte le marce e i comparti a cascata. Perché dalle isole arrivano anche storie legate alla moda che cerca di sedurre con la bellezza artigiana, storie che sembrano piccole solo se le guardi da lontano. Se ti avvicini alle vetrine di Capri, dietro la storica Piazzetta, come in una catena a incastro escono fuori i mestieri delle mani. Le mani a cui non si pensa quando si compra una borsa, un paio di scarpe o un qualsiasi oggetto partorito prima in testa e poi nutrito di artigianalità.

Con la crisi dell’alta moda e la spallata del COVID-19, dalla scorsa estate sono arrivate a Capri, nell’atelier di Grazia e Marica Vozza, anche le borse di Rossella Rossi, ricamatrice di mestiere da quando aveva sedici anni e una vita da grande professionista messa al servizio dei grandi marchi. Lei oggi di anni ne conta 55.

Ricamare era l’ultima cosa che avrei pensato di fare nella mia vita, starmene lì ferma mentre ero una ribelle nel senso più bello del termine, e forse lo sono ancora”. Vive e lavora in Toscana da sempre, cresciuta accanto a tutti i settori produttivi che avessero a che fare con la moda degna di questo nome.

La passione per il lavoro le esplose quando iniziò a farsi i campionari da sola, a comprarsi i primi macchinari tutti suoi, a lavorare per i privati mettendo a frutto i primi amori nati con l’intaglio. Da operaia dall’età di quattordici anni a imprenditrice senza che se ne renda ancora conto. Quando le sue colleghe timbravano puntuali il cartellino, lei restava in azienda perché andava a caccia di avanzi.

“Mi hanno sempre stregata i pezzettini di stoffa, dopo tanti anni ho ancora nel mio laboratorio sacchettate di triangolini di tessuto perché è con loro che riesci a creare e a dire chi sei in un modo diverso dagli altri. Nella moda fa tutto comodo se sai come usarlo, e poi io subisco ancora il fascino del vissuto, che come parola vale più del vintage. Pensare a quante mani e quante persone sono già passate su quell’oggetto, quante vite rispetto alla banalità dei materiali usati oggi nella moda usa e getta, tutta uguale. Ho ancora da parte un po’ di fiocchetti usati per le scarpe che ricamai per Valentino.”

Rossella Rossi

“L’artigiano sparisce dietro la tecnologia e i grandi della moda. La parola qualità è finita”

Nel 1999 arriva la grande occasione con un’azienda di nome Crea, nota a quel tempo e ormai sparita. Oggi lì c’è Prada.

Da ricamatrice imperterrita, non ha mai ceduto alla debolezza dei macchinari elettronici che accelerano i tempi, e mentre accelerano appiattiscono l’artigianalità. Il suo intaglio è ancora manuale. “La tecnologia ci ha rubato il lavoro perché ci ha tagliati fuori sul lato del prezzo, tutto di colpo ha iniziato a costare meno, i disegni sono gli stessi per tutti, tu e la tua mano sparisci”.

Che poi le mani di Rossella Rossi sono quelle che si vedono nel docufilm firmato Ferragamo ai tempi in cui lavorava anche per loro, perché con l’arte che si era scoperta addosso non si è mai fermata, passando dalla moda per bambini alla biancheria fino ad attraversare il mondo delle scarpe a quei livelli.

Anche quando lavori per i più grandi sparisci. Li ho visti quasi tutti e a loro ho dedicato le mie mani: oltre a Ferragamo, anche Prada, Alaia, Dior, Versace, Armani, Gucci.”

Eppure Rossella Rossi piccola non è. Da oltre vent’anni muove volumi col suo marchio Ricami Elvit in Italia e con base fino in Bulgaria, pur sempre Europa. Più la ascolto mentre mi spiega le logiche massacranti dei prezzi di chi lavora per le aziende – e il finire quasi per esser pagati a minuti – più capisco perché ci hanno ridotti a vestirci tanto male, tanto uguali, tanto poco etici.

“Oggi nella moda, vista dal lato di chi produce, vince chi spende meno e vale per tutti. La parola qualità è finita. Io per restare un po’ nel giro continuo a lavorare per l’estero, ma è tutta una spesa, tutto un costo, rendicontazioni e spese di contabilità a non finire a fronte di guadagni invisibili.”

Come stesse parlando di un’isola, parla della sua arte messa a disposizione della moda: “Unica, imperfetta e fatta a mano. Se c’è da aggiustare qualcosa lo faccio io, lì per lì, e non mi serve un macchinario. Gli errori devo toccarli per capirli”.

Ciò che racconta della sua moda ricamata sembra volerlo dire anche di sé. E non venitemi a dire che il turismo italiano non abbia bisogno di rimettere in circolo tanta saggezza mentre prova a ridarsi una seconda giovinezza.