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Retribuzioni: se davvero Milano facesse come Google

Retribuzioni: se davvero Milano facesse come Google

Google paga di meno chi lavora lontano da Mountain View. Come i giornali hanno ribaltato l'informazione e perchè è meglio che Milano non prenda l'esempio

Osvaldo Danzi

20 Agosto 2021

Nelle ultime settimane, un articolo dell’agenzia di stampa Reuters ha attratto in maniera ossessiva l’attenzione di alcuni giornali, rimbalzando di testata in testata con articoli condivisi su tutti i social da parte di manager dell’Ottocento, molto compiaciuti.

Facciamo un passo indietro.
Google nel 2021 si calcola abbia risparmiato grazie allo smartworking circa 268 milioni di euro e oltre un miliardo in viaggi e trasferte, motivo per cui, al netto delle traduzioni fatte con la forchetta ed il cucchiaio da alcune testate giornalistiche (La Stampa non più di un mese fa titolava “Google accelera sul ritorno in ufficio” e naturalmente il Corrierone Nazionale con ennesima bufala), ha decretato un ampliamento dello Smartworking fino al 40% dei dipendenti globali. Quasi la metà.

In concomitanza con questa decisione però pare che l’azienda di Mountain View abbia messo a punto un’app (per alcuni “un algoritmo”, per altri “un sistema di valutazione”) con cui ogni dipendente può ricalcolare il proprio stipendio sulla base del luogo in cui decide di svolgere lo smartworking.

Di fatto, il più lontano dalla Silicon Valley (l’articolo fa l’esempio di un dipendente che vive a Stamford, Connecticut – circa un’ora di treno da New York) potrebbe essere pagato il 15% in meno se scegliesse di lavorare da casa.

Quanto guadagna un impiegato e quanto costa affittare casa in Silicon Valley?

Sul blog di uno dei siti più attivi nel mercato immobiliare, si legge:

Lo stipendio medio iniziale, per un giovane che inizia la sua esperienza in un’azienda della Silicon Valley, si aggira attorno ai 91.738 dollari, una cifra di tutto rispetto. In qualsiasi altra parte del mondo, magari. Ma nel mercato immobiliare più competitivo degli Stati Uniti le cose non stanno così.

Tanto che trovare un alloggio a prezzi ragionevoli e accessibili è un’impresa pressoché impossibile. Basti pensare che nella Bay Area il prezzo medio per l’affitto di un appartamento con una sola camera da letto è di 3.360 dollari, cosicché molti giovani professionisti dell’hi tech spendono gran parte dello stipendio per l’affitto.

Durante uno dei miei viaggi in Silicon Valley ebbi conferma di questa situazione totalmente fuori controllo parlando con i fratelli Campilongo, due strepitosi “ragazzi” Calabresi che in quel di Palo Alto hanno due dei ristoranti più frequentati dai manager delle aziende del posto. Furono proprio loro a raccontarmi della difficoltà prima di tutto di trovare case libere, e secondariamente di un mercato immobiliare completamente impazzito proprio a causa dell’altissima concentrazione di aziende del new business.

Maico e Franco Campilongo (sulla sinistra), titolari di Terùn, a Palo Alto.

Basterebbe questa informazione per far saltare il banco e rendere privi di interesse tutti gli articoli usciti fino ad oggi, o quantomeno a capovolgere completamente l’obbiettivo che Corriere della Sera in primis e a seguire il Sole24Ore si sono assegnati nel tentativo di addomesticare – ancora una volta – la terribile cultura del lavoro che attanaglia il nostro Paese.

Partiamo dai dati. Proprio i LORO dati

Sugli articoli di alcune di queste testate si citano le analisi retributive di Job Pricing, che noi di SenzaFiltro conosciamo bene, in quanto essere un partner estremamente serio ed affidabile.

Prendendo come esempio proprio la tabella riportata in uno degli articoli di Repubblica, emerge ciò che Senza Filtro già alcuni mesi fa aveva evidenziato, ovvero che fra uno stipendio medio di Milano ed uno di Bologna c’è una differenza di circa 3000 euro lordi annui. Lo stesso stipendio rapportato ad un pari livello di Bari, non arriva a 8000 euro lorde annue di differenza. Con le quali in una delle mille città dormitorio che terminano in -ano, -ate o -ese a 20 km dalla “city”, ci paghi a stento un bilocale fronte muro.

A questo naturalmente va aggiunto un costo della vita che comprenda logistica, spostamenti e necessità basiche di un essere umano minimamente sociale che ha smesso di fare lo studente da più di cinque anni.

Eh si, ma la qualità della vita…

E anche sulla qualità della vita possiamo aprire una bella discussione, dal momento che tutta una serie di luoghi comuni fra cui il titolo di città del lavoro, è stato ampiamente smentito dalla classifica annuale del Sole24Ore che (incredibilmente!) sottolinea una carenza non indifferente per quanto riguarda l’imprenditoria femminile, il numero di startup, la presenza di impianti sportivi pro capite, l’investimento in cultura, la qualità della sanità (ma questo poi ci ha pensato il Covid a darne evidenza) e molti altri fattori che definiscono una città “vivibile”.

Ma siccome ne abbiamo già parlato approfonditamente, se davvero vi interessa, qui trovate tutti i dati per sostenere una discussione.

La Great Resignation: Equilibrio Personale vs. Lavoro Schizofrenico

Un fenomeno, anche questo proveniente dalle grandi Corporate Americane e che ha già iniziato ad attecchire anche nel sistema PMI tutto italiano, che i giornali mainstream fanno finta di non vedere è quello denominato della “Great Resignation”, ovvero quei dipendenti che richiamati in ufficio preferiscono dare le dimissioni.

E’ evidente che un anno di benefici dovuti al tempo e allo stress risparmiato in trasferte e inutili riunioni (scopo unico di certi “capi” devoti al Comando e Controllo), il risparmio economico, il benessere fisico e la vicinanza ai propri familiari che per alcuni erano poco più che conviventi, per molti è una conquista da cui non si torna indietro.

Nel nostro Paese – lo dico per competenza – il fenomeno acquisisce un aspetto ulteriore: nei colloqui di selezione la domanda sullo smartworking è diventata una costante con cui i candidati scelgono o meno di accettare una proposta. Motivo per cui le PMI riescono a sottrarre candidati ai loro competitor anche grandi, grossi e multinazionali a parità di stipendio, ma con il benefit del lavoro da remoto.

Il potere contrattuale delle aziende inizia a incrinarsi se queste non agiscono anche sui processi interni, sulla formazione dei propri capi e sull’evoluzione del mondo circostante.

Un panorama imprenditoriale (e giornalistico) deprimente

Quello che i giornali non dicono, non è poca cosa, ma sarebbe stato sufficiente per non prendere nemmeno in considerazione il tema. Da un punto di vista giuslavoristico la legge che regola lo smartworking vieta esplicitamente discriminazioni di stipendio e, al contrario, apre a premi di produttività per chi aderisce all’accordo.

A questo si aggiunga anche un recente sondaggio di UIL Lombardia in cui il tanto vituperato smartworking (o quel che è stato, perchè non dimentichiamoci che quando non si vuole affrontare un cambiamento, si iniziano a fare questioni di lana caprina: “definiamo cosa sia smartworking e cosa telelavoro…” “adottiamo il modello ibrido”), ha invece trovato un consenso pressochè totale.

Comprendendo dunque la necessità del Corrierone Nazionale di consolidare un “modello” che sta sfuggendo di mano ad una velocità imprevista, un modello di business cittadino basato proprio e unicamente su quelle trasferte, quelle riunioni, quelle convention, che ora rischia di diventare obsoleto al di là di qualsiasi previsione. E ancor di più comprendiamo il tentativo di difendere e supportare le dichiarazioni di un sindaco non più adeguato a questi tempi, che da #MilanoNonSiFerma fino alle “grotte dello smartworking” non ne ha ingarrata più una.

Comprendiamo anche la fedeltà del Sole24Ore ai suoi industriali, un caravanserraglio di doppiopetti e cravatte che solo negli ultimi mesi ha dimostrato così poca etica e lungimiranza comparendo a turno sul giornale di riferimento a lamentarsi di personale introvabile, prima dando la colpa al Reddito di Cittadinanza, poi aggrappandosi alla mancanza di volontà, salvo – fatte le opportune verifiche da parte di qualche giornalista ancora dignitoso – non solo non trovare alcuna ricerca a loro nome, quanto altrettante testimonianze di ex dipendenti, sindacalisti e semplici candidati che hanno descritto un panorama ben diverso, fatto di mancate tutele e contratti non rispettati.

Panorama confermato dalle indagini condotte dal nuovo Direttore dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro che nei primi dieci giorni di agosto ha controllato decine di aziende fra Prato e Milano trovando irregolarità contrattuali nel 100% dei casi.

Milano non fare la furba; non sei la Silicon Valley

Per tornare al punto, ecco il mio personale – ma credo molto oggettivo – punto di vista sulla situazione retribuzioni.
Milano oggi non paga adeguatamente i suoi impiegati medi. Non è alto lo stipendio di un Bolognese; è giusto.
Con 32.000 euro lordi annui di media a Bologna ci vivi decentemente. Forse ce ne vorrebbero altri 8000 per dichiararsi un “borghese”.
A Milano con 35.000 euro lordi annui, fai la fame.

Il punto non è pagare meno il dipendente di un’azienda con sede a Milano che decide di lavorare da Bari.
Il punto è pagare almeno tre volte di più un dipendente di qualsiasi altra città a cui si chiede di lavorare in ufficio a Milano.