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Sabino Cassese: “Troppi giuristi dentro la Pubblica Amministrazione, la burocrazia ha bisogno di più competenze”

Sabino Cassese: “Troppi giuristi dentro la Pubblica Amministrazione, la burocrazia ha bisogno di più competenze”

Il giurista Sabino Cassese, intervistato da SenzaFiltro, spiega il rapporto tra Pubblica Amministrazione, burocrazia e politica.

Stefania Zolotti

18 Novembre 2020

A chi, come me, si è laureato in legge a cavallo di questo millennio, fa un certo effetto leggere il nome di Sabino Cassese su libri in versione kindle. 

Per me Cassese era la punta di diamante dei manuali di amministrativo e stava dentro centinaia di pagine fisiche che dicevano già quanto ci fosse da alleggerire nel diritto.

La versione digitale gli si addice di più, molto di più, perché Cassese è un pensatore leggero dentro la giungla italiana. Presentarlo come giurista, accademico e giudice emerito della Corte Costituzionale dice il vero – testimoniando che ha segnato la nostra storia giuridica  – ma non lo descrive nella vera forza di pensiero che ancora propaga.

“Alla base del rapporto tra burocrazia e politica c’è un deficit di cultura organizzativa del Paese che trova la sua ragione nella storia italiana. Però mi faccia fare una premessa: ogni cultura organizzativa moderna si è sviluppata nel mondo attraverso due vie che erano o lo sforzo bellico o l’industrializzazione.

Partiamo dal primo. Per gestire le guerre bisognava fare i conti con due aspetti, la gerarchia e le procedure, che altro non sono che i capitoli fondamentali della burocrazia.

Parlando, invece, di industrializzazione, fu Taylor il grande inventore delle procedure. L’immagine storica dei Tempi moderni di Chaplin sono da un lato la presa in giro dell’industrialismo, del taylorismo e del fordismo ma al contempo offrono la spiegazione che Ford e Taylor, come fondatore dello Scientific Management, hanno inventato quelle regole che oggi chiamiamo procedure amministrative”. 

Curioso che parli di invenzioni, è un verbo creativo per la macchina organizzativa.

Io sto provando a spiegare le difficoltà dell’humus culturale perché i tre milioni e mezzo circa di addetti della Pubblica amministrazione, a cui va aggiunto circa un milione di dipendenti dalle società a partecipazione pubblica, non sono italiani diversi da lei e da me. Sono italiani immersi come noi in una cultura e in una storia. Certo che ora non dobbiamo rimetterci a fare guerre per introdurre un nuovo metodo organizzativo: dobbiamo prendere atto dell’urgenza di una nuova cultura amministrativa. Dopo Taylor ci sono state almeno quindici diverse culture amministrative.

Allora è questione di aggiornamento?

Sì, anche di modernizzazione. Io parlo poi di culture: appunto, al plurale. Esiste una pluralità di culture amministrative, alcune delle quali più facilmente applicabili di altre. L’Amministrazione non può ignorarle e forse è lì che si radica il problema.

Chi detiene davvero la Pubblica Amministrazione italiana?

È in mano soprattutto…