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Sanità Lombardia, quell’euro all’ora tolto al medico di turno

Sanità Lombardia, quell’euro all’ora tolto al medico di turno

La Corte dei conti contro i medici lombardi: i rimborsi previsti dalla regione per le visite di guardia medica fuori ambito vanno restituiti.

La Corte dei conti chiede ai medici generici lombardi di restituire quanto ricevuto per le visite di guardia medica al di fuori del proprio ambito.

I rimborsi sono arrivati da Regione Lombardia, che in base a un accordo sindacale del 2007 corrispondeva un euro in più all’ora per ogni visita in veste di guardia medica effettuata al di fuori del proprio ambito. L’accordo è stato firmato dai sindacati dei medici e dal Pirellone, ma per i giudici della Corte dei conti non è a norma ed è stato sospeso dal 2019. Per questo sono finiti sotto inchiesta una cinquantina di funzionari regionali, colpevoli di aver pagato i medici un euro in più del dovuto. Secondo la Corte dei conti quell’euro non è previsto dalle leggi che disciplinano la materia, né tantomeno dal contratto nazionale, che già offre un riconoscimento a chi dà la disponibilità per le guardie mediche.

Quindi il surplus assegnato dalla Lombardia va restituito, o almeno dovrà esserlo nel caso in cui i vari ricorsi dei sindacati dei medici non dovessero andare a buon fine. Intanto le aziende sanitarie di competenza in questi giorni stanno scrivendo ai medici che avevano esercitato le funzioni di continuità assistenziale (così si chiama la guardia medica non ospedaliera) chiedendo la restituzione dei soldi. Alcuni si sono visti chiedere oltre 10.000 euro, maturati in circa sei anni di lavoro.

Guardia medica: quei rimborsi approvati da regione e sindacato che ora vanno restituiti

La continuità assistenziale è normata da leggi e da un contratto nazionale. Rientra nell’ambito di quei servizi che vedono i medici generici integrare il lavoro delle guardie mediche degli ospedali, che sono sempre più sotto pressione, e che vista l’emergenza COVID-19 vedranno il proprio impegno aumentare.

Nel caso in cui il paziente curato non appartiene all’ambito in cui riceve le cure, di solito le regioni prevedono un bonus. Per la Lombardia era un euro; la Basilicata (anche lei oggetto delle attenzioni della Corte dei conti con un procedimento poi archiviato) prevedeva rimborsi spese per gli spostamenti. Di solito delle cure fuori ambito beneficiano i turisti, oppure chi si sposta per lavoro, o anche chi semplicemente ha un problema di salute urgente e improvviso lontano da casa. In teoria dovrebbero pagare il ticket all’azienda sanitaria del luogo in cui si trovano, la quale poi si rivale su quella del luogo d’origine del paziente.

«Volevamo soltanto snellire le procedure burocratiche», dice il consigliere regionale lombardo e medico Ruggero Invernizzi. «In realtà ci troviamo con i funzionari sotto processo alla Corte dei conti. Sono comunque fiducioso, dal momento che ogni decisione è stata presa in modo ponderato e consultando tutte le leggi. Certo fa specie come la burocrazia in questi casi complichi la vita delle persone, e addirittura non si possa nemmeno attribuire una gratifica in più a chi svolge un lavoro di pubblica utilità, magari di sera e in condizioni non sempre agevoli».

Il prossimo aprile i funzionari sfileranno davanti alla Corte dei conti per giustificare la decisione di pagare di più i medici.

Dottore, paga o non paga?

Anche i dottori sono nell’occhio del ciclone, loro malgrado, perché tra l’altro non si aspettavano di dover rendere dei soldi garantiti da un accordo sindacale firmato dalla regione. Aprendo le prime lettere arrivate nel mese di settembre, subito dopo le vacanze, qualcuno è saltato sulla sedia. Addirittura alcune richieste sono arrivate agli eredi di medici defunti, che potrebbero dover rifondere la regione.

«Al momento – spiega Paola Pedrini, segretaria del sindacato lombardo FIMMG – abbiamo detto ai nostri iscritti di non pagare, perché comunque c’è un processo in corso. Le aziende sanitarie stanno mandando le lettere a titolo cautelativo. Ci stiamo attivando per dare la massima assistenza ai medici che si rivolgono a noi.»

Si sta preparando quindi una guerra di carte bollate. Anche perché non è la prima volta che i contratti integrativi regionali finiscono sotto la lente di ingrandimento della Corte dei conti (e nel caso della Lombardia anche della Guardia di Finanza). Già in altre regioni ci sono stati dei processi con delle sentenze, alcune a favore dei camici bianchi, altre invece che hanno dichiarato l’illegittimità degli accordi regionali. «Siamo fiduciosi – dice Pedrini – dal momento che spesso i processi si sono risolti a favore dei medici, e siamo convinti di aver agito in modo corretto».

Non solo Lombardia: i guai dei bonus ai dottori da regione a regione

Da anni ormai il settore medico sembra incrociare i guantoni con Corte dei conti e Guardia di Finanza. Il FIMMG in più di un’occasione ha difeso la scelta lombarda (che secondo i giudici causerebbe un danno di 14 milioni di euro) come una scelta di risparmio nell’ottica della regione, ma anche verso i cittadini, che non devono pagarsi l’uscita fuori ambito del medico come accade in molti altri luoghi in Italia. Alcuni governatori regionali, invece, hanno riconosciuto un’integrazione anche maggiore ai medici per i rischi ai quali si sottopongono svolgendo il servizio di continuità assistenziale.

Il Molise è finito nel mirino delle Fiamme Gialle, che hanno indagato 11 persone, quantificando un danno al bilancio regionale di 5,8 milioni di euro nel mese di giugno 2019. Secondo la Finanza i dottori avrebbero percepito 1,30 euro di indennità nazionale e 1,70 di indennità regionale per svolgere la stessa mansione.

L’Abruzzo addirittura riconosceva 4 euro in più all’ora, ma la legge in questione ha ricevuto la bocciatura della Corte costituzionale. La motivazione è che una regione non può intervenire a modificare un accordo di lavoro nazionale stipulato dallo Stato, nemmeno se va incontro a una categoria professionale le cui condizioni di lavoro negli ultimi anni sono indubbiamente peggiorate.

I più penalizzati? I giovani medici

Sono molti i medici generici che da diverso tempo danno disponibilità a effettuare visite come guardia medica, lavorando a tutti gli effetti in sintonia con gli ospedali e fornendo servizi che le strutture pubbliche faticano a erogare. Molti lo fanno per spirito di servizio, altri perché amano la propria professione, ma c’è anche chi di quei soldi ha bisogno.

«Spesso – continua Pedrini – si tratta di medici che non hanno un numero di mutuati che consenta loro di guadagnare abbastanza, oppure di giovani che si stanno avvicinando alla professione. Per questi non è solo un’esperienza, ma anche un modo di cominciare a guadagnare in attesa di aprire magari un ambulatorio, o di avere una sistemazione definitiva in un ambito. Molti quindi accettano di lavorare di notte, esponendosi a pericoli, e comunque spesso dovendo andare a proprie spese lontani da casa».

Lo spirito dell’accordo sindacale, che aveva trovato una sponda in Regione Lombardia ma non solo, era anche quello di aiutare quanti si avvicinano a una professione che nel corso degli anni ha visto ridursi i margini di guadagno, come dimostra anche il fatto che sia sempre più difficile trovare dei giovani che siano disponibili a svolgere la professione di medico generico.

Photo credits: www.quifinanza.it