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Se lo Stato gioca con le ludopatie: – 5 miliardi di incassi nel lockdown

Se lo Stato gioca con le ludopatie: – 5 miliardi di incassi nel lockdown

Com'è stato l'impatto del lockdown sul settore del gioco e sui malati di ludopatie? Negativo in un caso, positivo nell'altro; aumenta il gioco illegale. Analizziamo i dati con lo psicoterapeuta Ermanno Margutti.

Numeri. Da un lato le cifre degli introiti da gioco legale, che rasentano quelle di una finanziaria. Dall’altro i numeri degli affetti da ludopatia. Dietro i primi ci sono interessi economici. Enormi, pubblici e privati. Dietro i secondi ci sono delle persone. Le loro famiglie. Le loro vite sfigurate dalla dipendenza da gioco.

Ancora numeri, legati alle conseguenze della pandemia e delle chiusure. Quelli della ricerca condotta dal progetto sul settore del gioco da Ipsos insieme alla Luiss Business School, nell’ambito dell’Osservatorio sui mercati regolari. E quelli dello studio promosso dall’Ulss 3 Serenissima di Venezia, sui 230 malati di gioco in carico al Dipartimento dipendenze dell’azienda sanitaria stessa in Veneto, una delle regioni in cui si gioca di più.

In mezzo c’è lui, e con lui tutti quelli che lavorano per rimettere in piedi le vite di queste persone. “Lui” è il dottor Ermanno Margutti, psicoterapeuta, referente scientifico del Piano aziendale di Contrasto al Disturbo da gioco d’azzardo dell’Ulss 3, che con i suoi collaboratori ha guidato una particolare ricerca sul territorio. In più ha promosso e lanciato l’applicazione Chiama e vinci, già disponibile negli store, per la prevenzione e la cura del gioco d’azzardo, che consente a chi si sente in difficoltà, di chiedere aiuto mantenendo l’anonimato, e superando così la barriera più ostica del primo approccio alle cure: la vergogna.

La proporzione del gioco d’azzardo: quando cala il gioco legale aumenta quello illegale

I numeri dei due studi a tratti coincidono; gli intenti no, mai. Le cifre riportate in un comunicato stampa di Luiss-Ipsos, in cui figura anche l’intervento del presidente dell’Istituto, Nando Pagnoncelli, parlano di perdite nel settore definito “produttivo” del gioco legale, a favore del gioco illegale. Citiamo testualmente:

“La pandemia e le relative restrizioni hanno colpito non solo il sistema sanitario, ma anche molti settori produttivi del nostro tessuto economico. Senza precedenti è la crisi che sta attraversando il comparto del gioco legale, rivelatosi negli ultimi anni un asse portante delle finanze del nostro Paese (11,4 miliardi all’erario nel 2019 contro un gettito stimato di 6,7 miliardi di euro nel 2020, con una contrazione del 41%). Da una ricerca della Luiss Business School emerge come, in seguito della chiusura dei punti fisici, si è registrato un significativo crollo del gioco in presenza (-41%). Prima dell’emergenza economico-sanitaria l’industria del gioco legale, infatti, aveva un valore di spesa pari a 19,4 miliardi di euro (dati 2019) che nel 2020 si è ridotto di ben il 33%. Si osserva, parallelamente, un naturale incremento della fruizione online ma anche dei canali illegali”.

Il comunicato prosegue precisando che le aziende concessionarie dello Stato hanno registrato nel 2019 un fatturato aggregato di circa 8 miliardi di euro, che l’intera filiera occupa 100.000 persone (tra aziende concessionarie, software house, hardware per gli apparecchi di gioco, stampa delle schedine etc.). Ancora, che le prime stime della ricerca fanno temere che l’aumento del mercato illegale abbia coinvolto fino a quattro milioni di giocatori, non tutti pienamente consapevoli di questa scelta. Obiettivo del progetto di ricerca è fornire supporto scientifico ai decisori pubblici, all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, alle società concessionarie di gioco pubblico, agli operatori della filiera, agli stakeholder della società civile.

Lo psicoterapeuta Ermanno Margutti: “Se si gioca di meno ci si ammala di meno, ma lo Stato guadagna meno”

Di tutt’altra natura l’interpretazione delle cifre data dal dottor Margutti, che a seguito della sua ricerca non ha dubbi: in mancanza di stimoli e di offerta di gioco legale, il guadagno aumenta. In termini di salute, però.

“Anzitutto preciso che preferisco parlare di disturbi da gioco d’azzardo, più attinente al piano diagnostico. Ludopatia, anche se più immediato e comune, è un termine che sembra voler edulcorare il problema. Ebbene, nel 2019 spiega c’è stata una raccolta totale (cioè l’ammontare complessivo delle puntate effettuate dalla collettività dei giocatori, N.d.R.) nel gioco in presenza di 70 miliardi. Nel 2020 i miliardi sono scesi a 39. È una legge universale questa: diminuisce l’offerta di gioco, chiaramente si gioca di meno e ci si ammala di meno. Questa è l’equazione”. Chiama e vinci è un richiamo al gratta e vinci? “Certo”, risponde il medico. “La citazione è quella perché sta a significare: chiama i nostri servizi che ti diamo una mano, e vinci in salute”.

“È nota l’escalation della spesa legata al gioco, del giro d’affari registrato negli ultimi cinque anni. È aumentato in maniera esponenziale, partendo dai 47 miliardi del 2008 fino ad arrivare nel 2019 a 110 miliardi di euro: la cosa che mi ha colpito di più è il raffronto di questi 110 miliardi con i 209 miliardi del Recovery Fund. Poi va detto che in questi 110 miliardi, che costituiscono tutto il giro d’affari, la perdita ammonta a 19,4 miliardi. Nel Libro Blu (dell’Agenzia delle Accise, Dogane e Monopoli) figura come ‘spesa’, ma è la perdita. Questo significa che nel 2019 gli italiani hanno speso nel gioco 19,4 miliardi.”

“Guardando al solo Veneto, la raccolta è stata di 6 miliardi, ma la perdita è stata di 1,4 miliardi. Significa che nell’anno precedente la pandemia, ogni persona in Veneto ha speso 288 euro l’anno nel gioco, volendo distribuire i costi su tutta la popolazione. È noto però che c’è chi non gioca affatto e quindi qualcuno ha giocato molto più di quanto calcolato. La maggior parte della spesa è risultata rivolta al gratta e vinci. Chi invece arriva a doversi rivolgere ai nostri servizi sanitari sono i giocatori di slot machine, dove si gioca di meno, ma si perde molto di più perché creano molta più patologia. E la cosa è dimostrata anche dal nostro studio.”

Lockdown e ludopatia: in assenza di possibilità il desiderio di giocare cala del 93%

“Nel 2020 infatti, appena scattato il lockdown, ci siamo chiesti quale sarebbe stato l’impatto sui nostri utenti”, prosegue il dottor Margutti. “Non potevano uscire di casa. Non potevano giocare. Che cosa sarebbe successo? Abbiamo quindi messo a punto un questionario che abbiamo somministrato telefonicamente a 173 malati di gioco in carico al Dipartimento Dipendenze”.

Il 92,8% aveva smesso. È evidente che tolto lo stimolo ‘gioco’, levata l’offerta, crollano le giocate e di conseguenza la dipendenza. Nessuno si è strappato i capelli, solo una parte irrisoria è andata a giocare online, il 7%,soprattutto perché il giocatore si fidelizza a un gioco, e quindi non ne cerca un altro per ripiego. È una questione di fruibilità. Scendere dal tabaccaio e giocare legalmente è tutt’altra cosa che entrare in rete, andare in un sito.”

“Abbiamo successivamente fatto una seconda somministrazione, a luglio e agosto, cioè nel periodo delle riaperture. Nel giro di un mese e mezzo, il Dipartimento registrava già un 25% di ricadute. Un quarto di quei pazienti SerD, quindi, era ricaduto nella dipendenza appena si è riproposta l’offerta.”

Il craving, la fame di gioco d’azzardo che si impenna con le riaperture

“Un altro dato per noi pazzesco è emerso quando ci siamo chiesti che cosa era accaduto ai pazienti quando erano stati costretti ad astenersi e che influenze c’erano state nelle dinamiche di famiglia, che sappiamo esserci nei casi di disturbo da gioco d’azzardo: relazioni disfunzionali, maggiore aggressività, aumento dell’ansia. In breve il nostro sistema autonomo, che è quello che comanda le nostre reazioni involontarie, le pulsioni, funziona come se fosse in uno stato di minaccia. Si desidera perciò giocare per tornare in una situazione di stasi, di apparente equilibrio. Dunque ci chiedevamo quanto forte era stato il loro desiderio. Ebbene, solo il 24% di loro accusava la sindrome di craving, cioè del desiderio, mentre nel 75% di loro il desiderio era sceso. Nella seconda somministrazione (avvenuta durante le riaperture), invece la percentuale di pazienti che avevano accusato il desiderio di giocare era salita al 95%.”

E poi i riflessi sulle famiglie? “Non c’è stato affatto un peggioramento della situazione, anzi: la famiglia in qualche modo ha contenuto il disagio, e sono migliorate tantissimo le relazioni interne. In fin dei conti, anche se noi andiamo a vedere l’impatto del COVID-19 sulla popolazione, le persone che hanno sofferto di più sono state quelle che per diversi motivi si sono trovate in uno stato di solitudine; impossibilitate a condividere la paura, l’ansia. Nel caso dei nostri pazienti in cura per questa dipendenza è emerso che solo il 6% delle persone che abitano con la famiglia ha accusato episodi di aggressività verbale o disfunzionali. Pertanto possiamo dire davvero che il gioco condiziona fortemente le relazioni sociali e in famiglia, cioè rende le persone infelici, insoddisfatte della vita, e tutta questa dimensione viene valutata pochissimo, ma è uno degli impatti più duri sulla popolazione”.

Del resto chi gioca lo fa nell’illusione di vincere molto denaro per cambiare la propria vita, per uscire da una situazione economica modesta. La promessa sottintesa e disattesa è questa.

“Esattamente, e genera quelle che si chiamano ‘distorsioni cognitive’, che sono proprio distorsioni del pensiero, per cui hai una fallacia proprio deduttiva. Non riesci, prima di tutto, a trarre dall’esperienza indicazioni sul futuro. Se perdi e continui a perdere, la maggior parte delle persone si ferma. Altri continuano a giocare e, con l’illusione, si fanno strani pensieri: e il numero fortunato, e la giornata fortunata, oppure se punto sul 25 ed esce il 24 allora significa che ho quasi vinto e quindi devo continuare. La mente, il cervello, comincia e non trarre più dall’esperienza, indicazioni per avere un migliore adattamento al futuro. Qui s’innesta la dipendenza, legata al fortissimo desiderio di recuperare quanto perso. Ed ecco il tunnel”.

“Lo Stato deve regolamentare gli ambienti di gioco per ridurre il danno”

Che cosa chiedere allo Stato, dunque?

“Di regolamentare gli ambienti di gioco, in modo da limitare gli stimoli e la cosiddetta ‘miopia del giocatore’. Le sale slot, ad esempio, hanno tutta una serie di accortezze di stimolo che inducono a giocare di più. Le luci in sala, le luci delle macchinette, l’assenza di un orologio alla parete per non ricordarti da quanto tempo sei lì; il sistema non ti dice a che punto sei, quanto stai giocando, quanto hai già perso. Sono tutti interventi che, a mio avviso, devono essere fatti quanto prima per la registrazione del comportamento del giocatore, al fine di ridurre il danno. Il giocatore deve essere informato in diretta di quanto sta facendo”.

Chi volesse approfondire i numeri, può facilmente guardarli negli schemi di pagina 81-82-83 del Libro Blu, disponibile online.

Photo credits: h24notizie.com